04/09/2012, 00.00
MYANMAR
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Monaci buddisti col presidente Thein Sein: Cacciate i Rohingya dal Myanmar

di Francis Khoo Thwe
Nel fine settimana a Mandalay migliaia di religiosi in piazza con la popolazione, per manifestare solidarietà al capo di Stato. Egli ha proposto la cacciata della minoranza musulmana, perché “non è parte” della nazione birmana. Esperto ad AsiaNews: fronte unito fra popolo, monaci e presidente contro i Rohingya, nel timore di una lotta separatista musulmana.

Yangon (AsiaNews) - La popolazione è "solidale" coi monaci e col presidente Thein Sein, che ha lanciato nei giorni scorsi una controversa proposta intesa a deportare la minoranza musulmana Rohingya al di fuori del confini del Myanmar. È quanto afferma ad AsiaNews un esperto di politica birmana, secondo cui si è trattato di "manifestazioni di natura pacifica, che intendono però sottolineare un concetto chiaro: i monaci e la gente non vogliono i Rohingya" e non intendono aderire alle direttive delle Nazioni Unite che invitano il governo a promuovere programmi di accoglienza e iniziative volte a favorire l'integrazione della minoranza, protagonista di violenti scontri nei mesi scorsi con la maggioranza buddista nello Stato di Rakhine. "Siamo davanti a manifestazioni spontanee - aggiunge lo studioso dietro garanzia di anonimato - che i monaci potrebbero continuare per i prossimi 10 giorni, per mostrare solidarietà al presidente".

Almeno 5mila monaci buddisti birmani hanno aderito alla marcia di protesta - autorizzata da funzionari e polizia - che si è tenuta il 2 settembre per le vie di Mandalay (nella foto), seconda città per importanza del Myanmar. I religiosi hanno sfilato assieme alla popolazione, per sostenere la controversa proposta di Thein Sein all'agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) che chiede la "deportazione" di centinaia di migliaia di musulmani Rohingya dai centri di accoglienza a nazioni estere, perché "non fanno parte della nazione birmana".

Le marce sono proseguite ieri e oggi e rappresentano la più grande manifestazione di piazza dalla Rivoluzione zafferano del settembre 2007, anch'essa guidata dai monaci birmani - iniziata come protesta per il caro-carburante - e repressa nel sangue dalla giunta militare allora al potere. L'adesione dei leader buddisti alle dimostrazioni ha un significato enorme a livello politico e sociale: il mondo buddista sostiene la scelta del presidente ed è vicino alla protesta popolare.

Pur vivendo da generazioni in Myanmar, per la minoranza musulmana Rohingya si prospetta un "intensificazione" della politica repressiva del governo centrale e il rischio di nuove violenze confessionali. Come riferisce il sito Radio Free Asia (Rfa) fra gli slogan più gettonati dai manifestanti in piazza il 2 settembre, il grido "Che il mondo sappia, che i Rohingya non sono parte dei gruppi etnici che compongono il Myanmar".

Interpellato da AsiaNews, un esperto di politica birmana spiega che la minoranza musulmana è malvista perché considerata "violenta" e portatrice di una "cultura e tradizioni diverse, che non si integrano". Per lo Stato di Rakhine, continua lo studioso, il rischio è che si "trasformi in una Thailandia del sud, teatro di attentati e di violenze a sfondo separatista". "I bambini musulmani - aggiunge - non imparano la lingua nazionale, pretendono un diverso curriculum di studi e hanno difficoltà di integrazione e comunicazione" col mondo birmano e buddista. Le proteste, avverte la fonte, sono destinate a continuare e godono del sostegno della maggioranza della popolazione.

A giugno la Corte distrettuale di Kyaukphyu, nello Stato di Rakhine ha condannato a morte tre musulmani, ritenuti responsabili dello stupro e dell'uccisione a fine maggio di Thida Htwe, giovane buddista Arakanese, all'origine dei violenti scontri interconfessionali fra musulmani e buddisti. Nei giorni seguenti, una folla inferocita ha accusato alcuni musulmani uccidendone 10, del tutto estranei al fatto di sangue. La spirale di odio ha causato la morte di altre 29 persone, di cui 16 musulmani e 13 buddisti. Secondo le fonti ufficiali sono andate in fiamme almeno 2600 abitazioni, mentre centinaia i profughi Rohingya hanno cercato rifugio all'estero.

Il Myanmar, composto da oltre 135 etnie, ha avuto sempre difficoltà a farle convivere e in passato la giunta militare ha usato il pugno di ferro contro i più riottosi. I musulmani in Myanmar costituiscono circa il 4% su una popolazione di 60 milioni di persone. Secondo l'Onu, nel Paese vi sono 750mila Rohingya, concentrati in maggioranza nello Stato di Rakhine. Un altro milione o più sono dispersi in altre nazioni: Bangladesh, Thailandia, Malaysia. 

 

 

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