17/12/2007, 00.00
TERRA SANTA - VATICANO
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Non ha fatto progressi concreti la Commissione mista tra Israele e Vaticano

E’ il giudizio di mons. Vegliò, membro della Commissione che, insieme con il custode di Terrasanta, padre Pizzaballa ha illustrato la situazione dei cristiani. Motivi diversi rendono comunque difficile la loro situazione in Israele e nei territori dell’Autorità palestinese. Padre Lombardi ribadisce che “attualmente non ci sono le condizioni” per un pellegrinaggio di Benedetto XVI.
Città del Vaticano (AsiaNews) – I cristiani di Terra Santa sono una realtà esigua, poco più dell’1% della popolazione, senza grande peso politico ed economico, ma “ci siamo e ci saremo”, contando anche sul fatto che le trattative tra Israele e Santa Sede, al momento praticamente arenate sui temi concreti, abbiano una evoluzione positiva. E’ la “difficile” situazione dei cristiani in Terra Santa quale emerge da un incontro di giornalisti con il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa e con mons. Antonio Maria Vegliò, segretario della Congregazione per le Chiese orientali e membro della delegazione che nei giorni scorsi ha partecipato a Gerusalemme alla riunione della Commissione mista.
 
Quella della Terra Santa, peraltro, è una situazione che rende al momento non realizzabile il desiderio di Benedetto XV di recarsi nella terra ove visse Gesù, come ha detto il direttore della Sala stampa della Santa Sede. padre Federico Lombardi, ribadendo quanto affermato in occasione della visita del presidente israeliano Simon Peres in Vaticano: “il Papa ha un grande desiderio di andare, è naturale, ma per un viaggio ci vogliono le condizioni sia per quanto riguarda la situazione generale e la pacificazione dell'area, sia per quanto concerne la situazione dei rapporti”. Padre Lombardi ha aggiunto che “attualmente non c'è nessun progetto concreto avviato”.
 
Padre Pizzaballa ha descritto la situazione dei cristiani parlando di “sofferenza”. Il 60% dei circa 170mila cristiani della zona, ha spiegato, vive in Israele e ed il 99% è di origine arabo-palestinese. Si tratta di realtà molto diverse. In Israele non ci sono situazioni di povertà strutturale, forse si può parlare di forme di discriminazione tra la maggioranza israeliana e la minoranza araba. I cristiani sono per lo più della fascia media della popolazione, sono molto istruiti. In Israele il problema maggiore della comunità cristiana è rimanere uniti, non disperdersi. In questo giocano un ruolo fondamentale le scuole, che in Terra Santa sono ovunque importanti.
 
La situazione è molto diversa nelle zone dell’Autorità palestinese, come a Betlemme. La paralisi politica palestinese influisce sulla vita economica e sociale, che è al limite del collasso, malgrado quest’anno ci sia stata una netta ripresa del turismo religioso, cresciuto persino rispetto al 2000, e la prospettiva dell’anno prossimo appare analoga. La gente di Betlemme, infatti, andava a lavorare a Gerusalemme: la costruzione del muro e la difficoltà di ottenere il permesso per accedervi, ha mandato in crisi l’economia. Chi può preferisce andarsene: tutte le autorità religiose della Terra Santa ricevono ogni settimana proposte di acquisto di beni immobili fatte da famiglie cristiane che vendono i loro beni.
 
Ma ci sono anche elementi positivi. Innanzi tutto, “siamo pochi, siamo piccoli, ma ci siamo e ci saremo. La nostra è una comunità molto fiera, convinta. E poi i poveri non possono emigrare, e ci sono tanti poveri”. La Chiesa, ha aggiunto, è “molto presente”. In Terra Santa l’elemento religioso è molto forte, non investe solo la sfera personale e le comunità religiose hanno un ruolo rilevante socialmente, costruiscono case, trovano lavoro, eccetera.
 
Altro elemento caratterizzante la presenza cristiana è il dialogo, che, seppure su basi diverse, va avanti sia con gli islamici che con gli israeliani che tra i cristiani stessi.
 
Due le questioni specifiche sulle quali si sono centrate le domande dei giornalisti, la questione dei visti ai religiosi ed il lavoro della Commissione mista. Le difficoltà di ottenere il visto israeliano da parte del personale religioso e dei seminaristi è, per padre Pizzaballa “un problema reale. E’ molto difficile averli, anche se ora, dopo le polemiche di qualche tempo fa, c’è stato un sensibile miglioramento. E’ comunque un problema da risolvere, sul quale abbiamo avuto incontri con il governo e garanzie: noi vorremmo una situazione stabile, per non dover tornare ad affrontare la stessa situazione ogni due-tre anni”. “Si può dire – aggiunge mons. Vegliò - che la procedura non è chiara e le autorità centellinano i permessi. Quelli per persone provenienti da Paesi arabi sono molto difficili da ottenere. In sede di Commissione mista non se ne è parlato, ma domani il nunzio avrà un incontro in sede governativa proprio per parlare di questo argomento”.
 
Quanto ai lavori della Commissione mista, “stiamo preparando un documento comune, con la riserva che o lo si approva tutto o niente. Ora, quando, a livello di gruppo ristretto si parla dei grandi temi siamo d’accordo, ma quando nella plenaria si arriva alle questioni sensibili, come sul terreno delle tasse ci si è un po’ arenati. Il bene è che ci siamo salutati cordialmente e che ci rivedremo a maggio, qui a Roma”. (FP)
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