27/06/2007, 00.00
GIAPPONE
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Okinawa contro la voglia del governo di Tokyo di riscrivere la storia

di Pino Cazzaniga
Gli abitanti dell’isola dove si svolse una delle più sanguinose battaglie dell’ultimo conflitto mondiale contestano la decisione del ministro dell’istruzione di eliminare dai libri i riferimenti alle responsabilità dell’esercito che spinse al suicidio migliaia di persone.
Tokyo (AsiaNews) – Vittime di una delle più feroci e sanguinose battaglie della Seconda guerra mondiale, gli abitanti di Okinawa hanno ora un conflitto che li oppone all’intenzione del governo di Tokyo di riscrivere la storia dello scontro avvenuto nella loro isola, per negare le responsabilità dei militari, che spinsero migliaia di persone al suicidio.
 
Il 23 giugno i cittadini della prefettura di Okinawa hanno commemorato il Memorial Day per ricordare la fine della battaglia di Okinawa avvenuta 62 anni fa. Quella battaglia che Winston Churchill ha definito “una delle più intense e famose nella storia militare”, era durata 82 giorni. I nazionalisti giapponesi vi vedono uno dei più gloriosi esempi della fedeltà al codice dei samurai (Bushido), mentre gli storici la giudicano una delle stragi più crudeli e inutili.
 
“Typhoon of steel” (Tifone d’acciaio) e “Tetsu no bofu” (violento vento di ferro) era stata soprannonimata da americani e giapponesi per l’intensità dei bombardamenti, il numero di navi e veicoli armati coinvolti e, soprattutto, per la ferocia degli assalti. Vi hanno perso la vita 12.513 soldati americani, il doppio di quelli morti nelle battaglie delle isole di Iwo Jima e Guadalcanal messe assieme, e 66.000 militari giapponesi. Ma le vittime che più dei militari, dell’uno e dell’altro campo, esigono il ricordo della storia, sono state tra i civili: circa 140.000, quasi un terzo della popolazione di allora.
 
La celebrazione di quest’anno, si è svolta in un’atmosfera riservata e malinconica per colpa del governo di Tokyo. In marzo il ministro dell’istruzione ha ordinato agli editori dei testi di storia per le scuole superiori di eliminare o correggere quelle descrizioni della battaglia che implicano il coinvolgimento dell’autorità militari nei suicidi collettivi di migliaia di cittadini.
 
La reazione di protesta degli isolani è stata immediata e pressoché unanime. 36 su 41 consigli municipali hanno firmato una dichiarazione di condanna dell’iniziativa del governo e il 21 aprile l’assemblea della prefettura ha votato all’unanimità una mozione per chiedere al governo centrale la ritrattazione dell’ordine di correzione.
“Le descrizioni del coinvolgimento dell’esercito imperiale giapponese (nei suicidi di massa) - vi si legge - devono essere mantenute. Togliere o ammorbidire quelle espressioni equivale a negare le dichiarazioni di un gran numero di testimoni oculari. ... I residenti di Okinawa, che sono stati costretti a sostenere sacrifici inesprimibili, non possono accettare che vengano cancellate o cambiate quelle espressioni”
 
Il ministro dell’istruzione aveva giustificato l’ordine di correzione dicendo che “non è chiaro che ci sono stati ordini dell’autorità militare per indurre ai suicidi di massa”. All’inizio di aprile il primo ministro Shinzo Abe aveva usato un’ espressione simile per esonerare l’esercito imperiale dalla responsabilità nell’arruolamento forzato delle cosiddette “donne conforto”. La dura reazione di protesta di governo e media sud-coreani lo ha indotto a ritrattare e, soprattutto, a far sua la dichiarazione Kono del 1993 che ha riconosciuto un coinvolgimento governativo.
 
La mozione dell’assemblea di Okinawa, letta in prospettiva storica appare come la nobile protesta di un popolo contro l’oppressione giapponese in atto da 300 anni. Fino al secolo XVI l’arcipelago delle Ryukyu, di cui Okinawa è l’isola principale, costituiva un regno indipendente e anche ricco, grazie al commercio con la Cina. Nel secolo XVII il clan di Satsuma, uno shogunato nell’isola del Kyushu, lo ha militarmente conquistato e da allora i giapponesi non hanno mancato di zelo per impoverirlo, disprezzandone i nativi come popolazione barbara.
 
Gli 82 giorni della battaglia di Okinawa sono stati come il vertice di questo processo di oppressione. Il generale Mitsuri Ushijima, comandante delle forze armate nell’isola, lucidamente cosciente che la battaglia non poteva essere vinta, impostò una strategia di difesa che mirava ad infliggere all’armata americana il massimo di danni in uomini e mezzi per rallentarne l’invasione della madre patria. Per questo smantellò le difese del nord dell’isola concentrando tutte le forze nelle trincee e nelle caverne del sud.
 
Ordinata la mobilitazione generale “i civili - ha scritto Masashide Ota, divenuto poi governatore di Okinawa - posti tra l’incudine e il martello, si sono trovati in una condizione miserabile”. Trattati brutalmente dalle truppe giapponesi e usati anche come scudi umani, sono stati privati di ogni difesa. Nei bollettini di guerra mandati a Tokyo le ripetute espressioni di ammirazione per l’eroismo delle truppe imperiali contrastano con il silenzio circa la miserabile situazione dei nativi. Unica eccezione è la dichiarazione dell’ammiraglio Minoru Ota scritta poco prima che compiesse il “seppuku” (harakiri, il rituale suicidio). “A causa della nostra negligenza questo popolo innocente ha perso case e proprietà nell’assalto del nemico. Tutti gli uomini sono stati coscritti per partecipare alla difesa mentre donne, bambini e vecchi sono stati costretti a nascondersi in rifugi sguarniti di difese e sotto il tiro dei bombardamenti aerei e navali”
 
Gli abitanti di Okinawa, popolo mite, combattevano per la loro esistenza e quella dei loro cari perchè la propaganda militare avevano presentato gli americani come barbari che avrebbero violentato le donne, mangiato i bambini, e uccisi gli uomini dopo averli smembrati. Quindi meglio suicidarsi. E mettevano a loro disposizione bombe a mano. Quando le prime truppe alleate sono sbarcate nella baia a nord dell’isola, senza incontrarvi resistenza, si sono trovati di fronte all’orribile spettacolo di 700 cadaveri di donne e bambini: si erano suicidati precipitandosi da una rupe.
 
Per una crudele ironia della storia, Okinawa è stata dimenticata proprio a causa di questa battaglia feroce. Nel 1945 il giornalista americano Sid Moody ha scritto: “Prima di Hiroshima c’è stata Okinawa. In gran parte a causa di Okinawa c’è stata Hiroshima. E Okinawa ha perso il suo posto nella storia a causa di Hiroshima”. Ciò perché, viste le perdite e la feroce resistenza in quella battaglia, il governo di Washington aveva deciso di piegare la resistenza del Giappone con mezzi “tecnici”. Il 2 luglio 1945, tre settimane dopo la capitolazione di Okinawa, nel deserto del New Messico gli scienziati americani realizzarono con successo il primo esperimento atomico. Il mezzo “tecnico” ormai c’era. Il resto è storia.
 
Quello che non è ben noto è che le sofferenze dei civili di Okinawa non sono terminate nel 1945. Fino al 1972 l’isola è stata possedimento degli Stati Uniti che vi hanno costruito la più potente base strategica nel Pacifico, creando molti problemi agli abitanti. Le installazioni militari non sono state per nulla smantellate quando nel 1972 l’isola ridivenne giapponese. Il 75% delle forze militari americane in Giappone sono di stanza ad Okinawa che, geograficamente, occupa solo l’1% del territorio nazionale.
 
Il 23 giugno, nel discorso di commemorazione della fine della battaglia, Hirokazu Nakayama, l’attuale governatore dell’isola, ha detto: “È nostra cruciale responsabilità tramandare alle future generazioni la lezione imparata in quella guerra e impegnarci per la pace nel mondo ovunque”. Ma egli sa bene che dalla sua isola sono partiti centinaia di aerei e unità navali dell’esercito americano per le guerre di Corea, Vietnam, Afghanistan e Iraq. E ne partiranno ancora.
 
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