11/12/2017, 11.43
VATICANO
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Papa: è più facile consolare che lasciarsi consolare, abbandonando amarezze e lamentele

Il problema è che nel “negativo siamo padroni”, perché abbiamo dentro la ferita del peccato mentre “nel positivo siamo mendicanti” e non ci piace mendicare la consolazione. “Ci farà bene oggi, ognuno di noi, fare un esame di coscienza: com’è il mio cuore? Ho qualche amarezza lì? Ho qualche tristezza? Com’è il mio linguaggio? È di lode a Dio, di bellezza o sempre di lamentele? E chiedere al Signore la grazia del coraggio”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – E’ più facile consolare che lasciarsi consolare, abbandonando amarezze, lamentele e rancori. L’ha detto papa Francesco nell’omelia della messa che ha celebrato stamattina a Casa santa Marta, prendendo spunto dalla Prima lettura tratta dal profeta Isaia (Is 35,1-10) nella quale il Signore promette al suo popolo consolazione. “Il Signore è venuto a consolarci”, ha ripetuto il Papa. E  Sant’Ignazio “ci dice che è buono contemplare l’ufficio di consolatore di Cristo” paragonandolo al modo in cui alcuni amici consolano gli altri. E, poi, basti pensare alla mattina della Risurrezione nel Vangelo di Luca quando Gesù appare agli apostoli ed era tanta la gioia che non potevano credere. “Tante volte la consolazione del Signore ci sembra una meraviglia”.

“Ma non è facile lasciarsi consolare; è più facile consolare gli altri che lasciarsi consolare. Perché, tante volte, noi siamo attaccati al negativo, siamo attaccati alla ferita del peccato dentro di noi e, tante volte, c’è la preferenza di rimanere lì, da solo, ossia sul lettuccio, come quello del Vangelo, isolato, lì, e non alzarsi. 'Alzati' è la parola di Gesù, sempre: ‘Alzati’”.

Il problema è che nel “negativo siamo padroni”, ha sostenuto il Papa, perché abbiamo dentro la ferita del peccato mentre “nel positivo siamo mendicanti” e non ci piace mendicare la consolazione. E’ così quando si preferisce “il rancore” e “cuciniamo i nostri sentimenti” nel brodo del risentimento, quando c’è “un cuore amaro”, quando il nostro tesoro è la nostra amarezza. Come il paralitico della piscina di Siloe: 38 anni con la sua amarezza dicendo che quando si muovevano le acque, nessuno lo aiutava . “Per questi cuori amari è più bello l’amaro che il dolce”, tanta gente lo preferisce, ha notato Francesco: “radice amara”, “che ci porta con la memoria al peccato originale. E questo è proprio un modo per non lasciarci consolare”. Poi c'è l’amarezza che “sempre ci porta a espressioni di lamentele”: gli uomini che si lamentano davanti a Dio invece di lodarlo: lamentele come  musica che accompagna la vita. Santa Teresa, ha ricordato il Papa, diceva: “Guai la suora che dice: ‘Mi hanno fatto un’ingiustizia, mi hanno fatto una cosa non ragionevole’”. E il profeta Giona: “premio Nobel delle lamentele”. Fuggì da Dio perché si lamentava che Dio gli avrebbe fatto qualcosa, poi finì annegato e ingoiato dal pesce e dopo tornò alla missione. E invece di rallegrarsi per la conversione della gente, si lamentava perché Dio la salvava. “Anche nelle lamentele ci sono delle cose contradditorie”, ha commentato, raccontando di aver conosciuto un buon sacerdote che però si lamentava di tutto: “aveva la qualità di trovare la mosca nel latte”. “Era un bravo sacerdote, nel confessionale dicevano che era tanto misericordioso, era anziano già e i suoi compagni di presbiterio dicevano come sarebbe stata la sua morte e quando sarebbe andato in cielo, dicevano: ‘La prima cosa che dirà a San Pietro, invece di salutarlo, è: ‘Dov’è l’inferno?’, sempre il negativo. E San Pietro gli farà vedere l’inferno. E ha visto…: ‘Ma quanti condannati ci sono? - ‘Soltanto uno’- ‘Ah, che disastro la redenzione’…”. "Sempre... questo succede. E davanti all’amarezza, al rancore, alle lamentele, la parola della Chiesa di oggi è 'coraggio', 'coraggio'”.

Isaia invita, infatti, al coraggio perché Dio “viene a salvarti”. E nel Vangelo odierno (Lc 5,17-26) alcune persone vanno sul tetto - perché c’era molta folla - e calano il paralitico per metterlo davanti a Gesù. Non hanno pensato che c’erano gli scribi o altri, volevano soltanto la guarigione di quell’uomo.

“Il messaggio della Liturgia di oggi è quello di lasciarsi consolare dal Signore”. “E non è facile perché per lasciarsi consolare dal Signore ci vuole spogliarsi dei nostri egoismi, di quelle cose che sono il proprio tesoro, sia l’amarezza, siano le lamentele, siano tante cose. Ci farà bene oggi, ognuno di noi, - ha concluso il Papa – fare un esame di coscienza: com’è il mio cuore? Ho qualche amarezza lì? Ho qualche tristezza? Com’è il mio linguaggio? È di lode a Dio, di bellezza o sempre di lamentele? E chiedere al Signore la grazia del coraggio, perché nel coraggio viene Lui a consolarci e chiedere al Signore: Signore, vieni a consolarci”.

 

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