09/12/2006, 00.00
CINA
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Proteste sociali, vera sfida al potere del Partito comunista

Lo sostiene la Xinhua, organo semi-ufficiale del governo, in un editoriale apparso ad un anno dal massacro di Dongzhou, quando la polizia ha sparato ed ucciso 3 manifestanti contro la corruzione del Partito. Criticati attivisti per i diritti umani ed avvocati, che "fomentano le rivolte".

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il numero sempre crescente di proteste e scontri violenti che si verificano in Cina “è divenuto il fattore di destabilizzazione sociale più pericoloso di tutto il Paese” e “pone una seria sfida alla capacità di governare del Partito comunista”. Lo ha scritto ieri la Xinhua, organo ufficiale del governo cinese.

Nell’articolo si chiede ai dirigenti comunisti di usare “con prudenza” la forza pubblica quando si devono affrontare gli “incidenti di massa”, un eufemismo per descrivere le proteste popolari e gli scontri con la polizia. L’appello viene rivolto a Pechino ad un anno dalla strage di Dongzhou, quando la polizia ha ucciso 3 contadini che protestavano contro la corruzione dei loro capi-villaggio.

Gli ultimi 3 decenni di riforme economiche hanno innalzato il livello dell’economia interna ed esterna, ma hanno anche aumentato il dislivello fra ricchi e poveri e fra città e campagne: questo ha provocato un forte risentimento popolare, inasprito dalle requisizioni illegali dei terreni agricoli, dall'inquinamento di acque e terreni, dai licenziamenti delle industrie statali che si sono man mano privatizzate.

Secondo l’editoriale della Xinhua, “l’enorme numero di proteste sociali, ed il fatto che queste siano distribuite in tutto il Paese, sono divenuti il problema che più seriamente colpisce la stabilità sociale. Questo fenomeno riflette i diversi conflitti interni alla nostra società ed i problemi che emergono in questo cruciale stadio delle nostre riforme”.

La Cina “è in generale stabile ed armoniosa, ma si confronta in maniera inappropriata con gli incidenti di massa, che rispecchiano i profondi cambiamenti delle strutture economiche e sociali: questo è uno dei test più importanti per il ruolo della leadership comunista”.

Inoltre, “in alcuni incidenti, le dispute di tipo economico sono state politicizzate, mentre altre sono divenute sempre più violente”.

L’articolo critica anche “gli attivisti per i diritti umani, gli avvocati cinesi ed i giornalisti stranieri”, che sono stati molestati, colpiti o arrestati mentre seguivano queste proteste. Essi, infatti, “rappresentano forze ostili alla Cina, che cercano di fare il possibile per avvantaggiarsi da questi incidenti nel tentativo di istigarli e creare turbolenze interne”.

Pechino non riesce a frenare le manifestazioni contro il governo, che spesso divengono scontri violenti con la polizia. Secondo Zhou Yongkang, ministro cinese della Pubblica sicurezza, esse sono in aumento: nel 1994 erano 10 mila; nel 2004 sono state oltre 74 mila. Nel 2005 sono avvenute in Cina oltre 87 mila proteste pubbliche.

Ogni giorno Pechino registra fra le 120 e le 230 manifestazioni, in prevalenza nelle zone rurali. Amministratori locali requisiscono terreni e li vendono a compagnie e industrie che vogliono dilatare le loro produzioni o attuare progetti faraonici. Gli abitanti defraudati delle terre e mal pagati non hanno altre vie che la protesta e spesso la violenza.

Il governo teme questo fenomeno e continua a lanciare campagne contro la corruzione. L'ultima, varata il 13 novembre scorso, impone ai funzionari locali di gestire con giustizia compensi e distribuzione di alloggi in caso di requisizione di terreni..

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