23/06/2016, 12.39
TURCHIA
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Ramadan, la battaglia per la preghiera a Santa Sofia segno dell’islamizzazione turca

Nel mese di digiuno e preghiera islamico ogni giorno un imam legge passi del Corano nei giardini della ex basilica, oggi museo. Accogliendo le rivendicazioni della frangia estremista, l’esecutivo vuole trasformare l’edificio in moschea. Lo scontro col governo greco e le relazioni strategiche fra Ankara e Atene in tema di immigrazione. 

Istanbul (AsiaNews/Agenzie) - Crescono le preoccupazioni sulla sorte di Santa Sofia, l’antica basilica cristiana da tempo diventata un museo patrimonio dell’umanità, che Ankara - accogliendo le rivendicazione della frangia filo-islamica - vuole trasformare in moschea. In questo mese di Ramadan, di digiuno e preghiera per i musulmani, ogni mattina prima dell’alba un leader religioso islamico guida la recita dei versi del Corano dai giardini antistanti la celebre basilica, seguito da decine di fedeli in raccoglimento. 

Attivisti, rappresentanti di altre fedi e politici, in prima fila il governo greco, parlano di “ossessione” verso il luogo, che sembra sfociare in “fanatismo”. Si tratta di un edificio “patrimonio dell’umanità” che non deve essere confinato alle cerimonie di una sola religione. 

Meraviglia architettonica fra il Bosforo e il Corno d’Oro, Santa Sofia è uno dei monumenti più importanti del Paese e del mondo intero, da tempo al centro di una controversia fra cristiani e musulmani. Edificata nel VI secolo durante l’Impero bizantino, è stata a lungo la basilica in cui venivano incoronati gli imperatori; dopo la conquista ottomana del 1453 e la venne trasformata in moschea. 

Negli anni ’30 del secolo scorso l’edificio diventa un museo sotto il regime laico del padre della Turchia moderna Mustafa Kemal Ataturk, diventando un luogo di contemplazione e di memoria per i popoli di tutte le fedi. Tuttavia, l’ascesa al potere nel 2002 dell’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan e del suo partito Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) ha rilanciato il progetto di trasformazione del museo in una moschea, per farne il simbolo di una nazione “islamizzata”. 

Lo scorso anno un leader religioso ha recitato alcuni versi del Corano nell’area antistante la ex basilica per la prima volta in 85 anni, in concomitanza con l’inaugurazione di una mostra. Tuttavia, la situazione ha subito una piega radicale quest’anno con l’inizio del Ramadan, con il via libera delle autorità: la televisione pubblica Divanet Tv trasmette la lettura del testo sacro dell’islam e la recita delle preghiere, guidata giorno per giorno da un imam turco diverso. 

Fonti locali confermano che non si era mai registrato prima un uso così intensivo della Santa Sofia come “luogo di culto musulmano” e questo non ha mancato di sollevare polemiche nel Paese e fra i governi della regione, in particolare fra i greco-ortodossi. “Questa è una specie di ossessione - ha affermato il ministero greco degli Esteri - […] e rivela una mancanza di rispetto e di contatto con la realtà dei fatti”. Iniziative di questo tipo, aggiunge la nota governativa, “non sono compatibili con le democrazie moderne e le società laiche”. Per questo il ministro Nikos Kotzias si è rivolto all’Unesco, presentando una protesta formale per l’uso che viene fatto del museo. 

Pronta la replica di Ankara, che definisce “inaccettabili” le parole dell’alto funzionario del governo di Atene. Un portavoce della diplomazia turca afferma che è la Grecia a violare i principi della libertà religiosa, perché da diversi anni non concede l’autorizzazione per la costruzione di nuove moschee al servizio degli oltre 100mila musulmani che vivono in territorio greco. 

Dietro le parole di fuoco e le tensioni in materia di culto, Atene e Ankara non sembrano però intenzionate a inasprire le relazioni - finora buone - fra i due Paesi; soprattutto oggi che entrambi i governi devono collaborare in materia di immigrazione, con le due nazioni in prima linea nell’emergenza.

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