07/05/2012, 00.00
THAILANDIA
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Rayong: da oltre 10 anni, rifugiati thai lottano per la cittadinanza

di Weena Kowitwanij
Almeno 20mila sfollati sono tuttora ospiti dei centri di accoglienza della provincia costiera orientale, privati dei diritti di base fra cui istruzione, assistenza sanitaria, libertà di spostamento. Attivista aggiunge: non è nemmeno possibile denunciare uno stupro. Al centro della contesa la formazione chiamata a valutare il diritto di cittadinanza.

Bangkok (AsiaNews) - Ancora oggi circa 20mila sfollati della provincia di Rayong, a circa 220 km dalla capitale Bangkok, devono combattere perché venga riconosciuto loro il diritto di cittadinanza e siano considerati a tutti gli effetti thailandesi, con pari diritti e doveri. La loro battaglia dura da oltre un decennio e, finora, nulla è cambiato sebbene il Parlamento abbia approvato di recente una legge (Act for Thai displaced persons), che dovrebbe regolare la questione e garantire la cittadinanza agli aventi diritto. Fra i problemi maggiori che devono affrontare nella vita quotidiana vi sono l'impossibilità di usufruire di assistenza sanitaria, educazione e istruzione, unite alla mancanza di libero spostamento perché confinati in appositi centri di accoglienza.

Preda Kongpan, responsabile dei centri della provincia costiera orientale di Rayong, e profonda conoscitrice dei problemi che riguardano i rifugiati, spiega ad AsiaNews il suo decennale lavoro, costellato dai numerosi incontri con esponenti governativi per tutelare i diritti degli sfollati. "Siamo tentati di risolverci i problemi da soli - sottolinea la donna - perché, in quanto persone non registrate, dobbiamo fronteggiare numerose difficoltà". Fra le tante, che ogni giorno si ripetono, vi è l'impossibilità di ottenere un contratto di lavoro regolare, di registrare nascite e decessi, fino al caso estremo che "se una ragazza viene stuprata, non può nemmeno sporgere denuncia alla polizia".

Per questo da oltre 10 anni è nata una rete che unisce gli sfollati della provincia e cerca di tutelarne gli interessi davanti alle autorità locali e nazionali. Alcuni funzionari di governo, aggiunge Preda, "ci ignorano deliberatamente per ragioni di pubblica sicurezza", mentre il governo considera i rifugiati alla stregua di "cittadini di serie B".

Tuttavia, il ruolo centrale della discussione verte attorno ai membri del Comitato, nominati dall'esecutivo, e chiamati a stabilire o meno il diritto di cittadinanza agli sfollati. Essi contestano la formazione e la scelta dei componenti; all'interno vi devono essere anche personalità del mondo della cooperazione, esperti di problemi sociali e rappresentanti degli sfollati "per farsi carico e portavoce delle loro esigenze".

Ai primi di maggio Rasita Sui-young, una sfollata, ha guidato una delegazione composta da un centinaio di persone, che ha incontrato il ministro degli Interni Yongyuth Wichaidit: al centro della discussione eventuali modifiche alla Commissione, verso le quali il funzionario governativo ha dato una "disponibilità di massima". "Gli sfollati vivono da dieci anni - spiega Rasita - una situazione tremenda; non hanno nemmeno accesso ai diritti umani di base, garantiti agli altri cittadini thai".

Secondo le statistiche, oggi in Thailandia vi sono almeno due milioni di profughi, impossibilitati a difendere i loro diritti, emarginati a livello sociale ed economico. Essi appartengono a due diverse tipologie: la prima comprende i cittadini birmani, con origini o lontane parentele in Thailandia: Bangkok ha fissato per loro il 9 marzo 1976 come termine ultimo per scegliere la cittadinanza thai. Il secondo gruppo è formato da persone originarie di una provincia thai, passata con il colonialismo francese in territorio cambogiano. Per loro il termine per diventare cittadini thailandesi è scaduto il 15 novembre 1977.

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