12/09/2013, 00.00
ITALIA – EGITTO

Rifugiato egiziano copto: Il conforto del papa dopo il dolore di Minya

Giulia Mazza
George gestiva un alimentari insieme alla famiglia: il 10 agosto gli islamisti l’hanno bombardato e hanno minacciato di morte lui e i suoi cari. Riesce a fuggire e da un mese è a Roma, in attesa che la sua domanda d’asilo politico sia accettata dalle autorità. In Egitto, dice “non c’è più posto per me. Non posso più vivere lì. La rivoluzione egiziana non è stata democratica”. Per i cristiani “la vita non è mai stata facile. Nessuno ci ha aiutato”.

Roma (AsiaNews) - "Ho visto il papa al Centro Astalli. Conoscerlo e ascoltare le sue parole mi ha confortato, soprattutto ora, in questa mia fuga dall'Egitto. Al momento mi sembra impossibile pensare di farvi ritorno. I ricordi belli ci sono e resteranno sempre dentro di me. Ma non c'è più posto per me nella mia terra". A parlare è George, cristiano copto di 27 anni, che ad agosto è scappato da Minya (Alto Egitto), la zona più colpita dalle violenze scatenate dagli islamisti dopo la destituzione di Mohammed Morsi. Ora si trova a Roma, dove ha chiesto asilo politico per ricominciare una nuova vita.

Diplomato all'Istituto commerciale, George gestiva insieme alla famiglia - padre, madre e un fratello più giovane - un supermercato, nel quartiere islamico della città. "Abbiamo sempre avuto problemi per il semplice fatto di essere cristiani - racconta -, ma la situazione è precipitata dopo la destituzione di Morsi. I Fratelli musulmani e gli islamisti hanno trattato la nostra comunità come se fosse 'colpevole' di quanto accaduto. Ci hanno preso di mira, siamo diventati un bersaglio".

Il buio arriva il 10 agosto scorso: "Stavo per entrare in negozio, quando un gruppo di islamisti mi ha fermato, ha lanciato una bomba e l'ha fatta esplodere. Hanno distrutto il mio lavoro così, davanti ai miei occhi, senza poter fare niente. Solo perché siamo cristiani. Poi si sono voltati verso di me, mi hanno puntato una pistola alla testa e mi hanno minacciato: 'Se dirai una sola parola di quanto accaduto prima uccideremo te, poi daremo fuoco alla tua casa ed elimineremo la tua famiglia'".

La distruzione del negozio apre una crepa profonda nell'animo del giovane. "È allora che ho deciso di scappare. Con un mio amico abbiamo raggiunto Il Cairo in macchina, è stato un viaggio difficile e pericoloso. Una volta arrivati lì abbiamo chiesto e ottenuto il visto per la Georgia. L'aereo faceva scalo a Roma: quando siamo scesi abbiamo chiesto asilo politico alla polizia aeroportuale". Giunti in Italia, George e il suo amico vanno prima a Milano, dove vive una nutrita comunità egiziana copta. Lì però nessuno è in grado di dare loro ospitalità. Conoscono un sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), che li invita a tornare a Roma, dove forse potrà essere più facile trovare un letto dove dormire. "Averlo incontrato - confessa - è stato un vero segno del Signore. Per il momento passiamo le nostre giornate cercando un posto fisso dove stare, ma neanche la Caritas riesce ad aiutarci. È difficile, ma vado avanti".

Il prossimo 23 settembre i due cristiani avranno il primo incontro con le autorità italiane per richiedere l'asilo politico. "Se riuscirò a ottenerlo - spiega - voglio portare qui anche la mia famiglia. Loro sono rimasti a Minya e non hanno più nulla ormai. Le poche volte in cui riusciamo a sentirci la loro voce tradisce la paura e la preoccupazione che stanno vivendo". Per le minacce degli islamisti, sottolinea, "ma anche per la sopravvivenza: senza il negozio non hanno più modo di sostentarsi".

Tornando a parlare di Minya, George ricorda: "Il problema è che quella egiziana non è mai stata una rivoluzione democratica. Mai. Non lo è stata quando è caduto Mubarak, ancor meno quando Morsi è stato destituito. Tamarod è un movimento buono perché è democratico. È composto da cristiani e musulmani, ma i musulmani che convivono con noi in armonia sono pochissimi. I problemi con la comunità islamica ci sono sempre stati, non sono nati con i Fratelli musulmani". Anche durante la dittatura di Mubarak, confessa George, "c'erano dei problemi. Certo, rispetto a quello che viviamo oggi sembrano molto più piccoli. Ma in Egitto cristiani e musulmani non hanno mai vissuto davvero in pace. I cristiani non sono mai stati trattati in modo democratico. Non so il perché, ma è così. Io ho sempre avuto difficoltà con i musulmani. Noi cristiani copti siamo sempre stati guardati male. Anche la polizia, e poi l'esercito...". Il racconto si ferma. Riprende poco dopo, con fatica: "Nelle forze dell'ordine, nelle forze armate tutti sono musulmani e quasi nessuno è disposto ad aiutare i cristiani. Minya ha cambiato volto, è devastata. Né la polizia, né l'esercito sono venuti in nostro aiuto".

"Non posso più vivere in Egitto", ripete. "Spero di ricongiungermi presto con i miei cari, e ricominciare daccapo la nostra vita". 

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