06/11/2017, 09.12
ARABIA SAUDITA

Riyadh, bin Salman consolida il potere arrestando decine di principi e ministri

L’erede al trono ha guidato una delle più imponenti purghe contro la classe politica e imprenditoriale del Paese. Nel mirino anche il principe Alwaleed bin Talal, la persona più ricca del mondo arabo. Alla base dei provvedimenti l’accusa di corruzione. La lunga mano saudita dietro le dimissioni del premier libanese Hariri. 

 

Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - L’erede al trono saudita Mohammed bin Salman, numero due del Paese, ha consolidato nel fine settimana la propria leadership guidando una più imponenti purghe contro la classe politica e imprenditoriale saudita. La nuova commissione anti-corruzione, istituita dal futuro monarca in persona, ha disposto l’arresto di 11 principi della numerosa famiglia reale, quattro ministri in carica e decine di altri ex ministri. 

Al contempo re Salman ha imposto la sostituzione del capo della guardia nazionale, principe Miteb bin Abdullah, e della marina militare ammiraglio Abdullah bin Sultan bin Mohammed Al-Sultan. Al momento non vi sono spiegazioni ufficiali in merito alla decisione, che sembra rientrare nel giro di vite dell’attuale leadership contro una parte del potere. 

A ordinare gli arresti di questi giorni - che hanno scioccato la società saudita, poco avvezza ai cambiamenti improvvisi - la potente e neonata commissione anti-corruzione, voluta con forza dal 32enne principe ereditario. Essa ha l’autorità di emanare mandati d’arresto e divieti di viaggio o espatrio. 

Fra le persone arrestate vi è anche il principe Alwaleed bin Talal, un miliardario saudita considerato la persona più ricca del mondo arabo, con un patrimonio personale di 18,7 miliardi di dollari. Il magnate dei media, 62 anni, è una delle poche personalità del Paese ad aver votato, nel giugno scorso durante la riunione del Consiglio dell’alleanza, contro la promozione di Mohammed bin Salman alla carica di principe ereditario.

Egli vanta partecipazioni in Citigroup, Twitter, Lyft e Time Warner, attraverso la sua società Kingdom Holding. Nel 2015, in piena campagna elettorale statunitense, aveva definito l’attuale presidente - e allora candidato repubblicano - Donald Trump una “vergogna”. 

Fra le persone fermate vi sono anche l’ex ministro delle Finanze Ibrahim al-Assaf, il ministro dell’Economia Adel Fakieh, l’ex governatore di Riyadh Turki bin Abdullah e Bakr bin Laden, presidente di Binladin Group, gigante dell’edilizia saudita. 

Secondo quanto riferisce la tv saudita Al-Arabiya, dietro gli arresti vi sarebbero una serie di inchieste relative alle alluvioni a Jeddah nel 2009 e all’epidemia di Mers che ha colpito l’Arabia Saudita nel 2012. Tuttavia, analisti ed esperti concordano nel ritenere questi provvedimenti di natura “politica” e il tentativo del principe ereditario di “consolidare la propria leadership”.

Mohammed bin Salman è considerato di fatto il reggente del Paese - guidato a livello nominale dal padre, l’81enne re Salman - perché controlla le leve del potere, dalla Difesa all’economia. La recente svolta nucleare sul piano energetico è solo una delle molte riforme avviate dal principe ereditario, nel contesto del programma “Vision 2030”: fra i recenti cambiamenti il via libera alle donne alla guida e l’apertura degli stadi all’universo rosa, insieme all’introduzione di un islam "moderato e aperto".

Egli è assai popolare fra i giovani sauditi, ma per i più anziani e conservatori si starebbe muovendo con troppa rapidità. In politica estera sarebbe responsabile della dispendiosa e rovinosa guerra in Yemen, che si trascina da oltre due anni senza risultati di rilievo sul piano militare. A questo si aggiunge il boicottaggio contro il vicino Qatar e l’escalation della tensione con il rivale storico della regione, l’Iran sciita. Di contro, i sostenitori plaudono alla modernizzazione del Paese promossa da un giovane, dopo decenni di anziani leader. 

Infine, Riyadh avrebbe anche imposto con un colpo di mano le dimissioni del Primo Ministro libanese Saad Hariri (sunnita), colpevole secondo i più di aver concluso un accordo di governo con Hezbollah, il movimento filo-sciita vicino a Teheran. Nel giustificare la propria decisione di dimettersi, Hariri ha parlato di una “atmosfera molto simile a quella che regnava poco prima dell’assassinio del premier martire Rafik Hariri”, padre dello stesso Saad.

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