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  • » 13/10/2017, 13.26

    MYANMAR

    Rohingya, Aung San Suu Kyi ed il card. Bo per l’unità e lo sviluppo del Rakhine



    Assistenza, rimpatrio e reinsediamento dei profughi gli obiettivi dell’ultima iniziativa del governo. Il card. Charles Maung Bo sostiene gli sforzi della leader democratica. Migliaia di persone alla manifestazione interreligiosa voluta dalla Signora.

    Naypyitaw (AsiaNews/Agenzie) – La leader democratica birmana Aung San Suu Kyi guiderà la neocostituita Union Enterprise for Humanitarian Assistance, Resettlement and Development in Rakhine. L’iniziativa riunirà parti in causa, governo del Myanmar ed organizzazioni umanitarie internazionali nel contrastare la crisi in corso nello Stato occidentale del Rakhine. La Signora ha dato l’annuncio ieri sera, durante un discorso televisivo alla nazione, il secondo che ha tenuto dagli attacchi dei militanti islamici dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), che lo scorso 25 agosto hanno dato inizio alle violenze nel nord del Rakhine.

    L'iniziativa varata da Aung San Suu Kyi avrà tre compiti principali: il rimpatrio e la fornitura di aiuti per coloro che sono fuggiti in Bangladesh; il reinsediamento e la riabilitazione dei rimpatriati, a prescindere dalla loro razza e religione; la promozione della pace e lo sviluppo nella regione. Il vice presidente del programma è Win Myat Aye, ministro birmano alla Previdenza sociale, agli aiuti e al reinsediamento. Egli è anche il presidente del Comitato di attuazione per le raccomandazioni della Commissione consultiva sul Rakhine condotta da Kofi Annan.

    Nel suo discorso televisivo, Aung San Suu Kyi ha ribadito che “il Myanmar deve continuare a fare le cose che devono esser fatte, senza errori, con coraggio ed in maniera efficace”. “Piuttosto che controbattere a critiche ed accuse con le parole, ci mostreremo al mondo per le nostre azioni”, ha dichiarato in riferimento alle censure della comunità internazionale sul comportamento del governo riguardo il conflitto. “Dobbiamo capire l'opinione internazionale – ha affermato la leader democratica – Tuttavia, proprio poiché nessuno può comprendere appieno la situazione del nostro Paese come noi, nessuno può desiderare la pace e lo sviluppo del nostro Paese più di noi. Ecco perché dobbiamo affrontare questi problemi sulla base della forza della nostra unità”.

    Nonostante il limitato controllo che il governo civile può esercitare sul Tatmadaw, il potente esercito birmano, Aung San Suu Kyi ha rinnovato il suo impegno per il difficile processo di riconciliazione nazionale e sviluppo democratico. “Non esiste alcun potere in grado di confrontarsi con il sostegno della gente, la fiducia del popolo e l'unità delle persone. Non importa quale difficoltà si ponga di fronte, possiamo superarla, con l'unità della nostra gente”, ha concluso la Signora.

    Le parole di Aung San Suu Kyi seguono di pochi giorni l’evento organizzato dal suo partito, la National League for Democracy (Nld), che lo scorso 10 ottobre ha radunato oltre 30mila persone allo stadio di Yangon per una cerimonia di preghiera interreligiosa. Monaci buddisti, religiosi cattolici, protestanti, indù e musulmani erano tra coloro che sono accorsi per pregare per la pace in Rakhine.

    Intervenuto durante la manifestazione, il cardinale birmano Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, ha difeso a spada tratta l’operato della Signora, ricordato il suo impegno per la democrazia ed i sacrifici personali durante la dittatura militare. “Il Myanmar è ad un bivio della storia – ha dichiarato – Siamo guidati da una grande leader, Daw Aung San Suu Kyi. Dopo 60 anni, ha sacrificato la sua vita per il bene della nazione. Con migliaia di altri, nel nostro pellegrinaggio di democrazia, ella ha assicurato che abbiamo più diritti e che la nostra nazione sia accettata come uno dei futuri racconti di successo. Il Myanmar dei nostri sogni sta attraversando le doglie di una nuova nascita. Il Myanmar deve sottoporsi alla costruzione della pace, dello Stato e della nazione. Oggi ci siamo riuniti come cittadini di Myanmar per riaffermare questi tre compiti, in compagnia di Aung San Suu Kyi”.

    In risposta alle critiche internazionali, l’arcivescovo di Yangon ha sottolineato la spiritualità del popolo  birmano, affermando anche che “la religione non è la causa” del conflitto in Rakhine. “C'è l’idea, al di fuori del Paese, che la gente del Myanmar non sia compassionevole. Vorrei dire al mondo che la compassione è la religione comune del popolo del Myanmar. Questo è un Paese molto spirituale. La nostra gente è profondamente religiosa. Ogni giorno, la pace è nelle nostre preghiere”.

    Il Myanmar è una nazione ricca di risorse, dove tuttavia è diffusa una drammatica povertà. Le ricchezze sono gestite soprattutto dagli alti ufficiali dell’esercito, che conservano ancora un ruolo chiave nelle scelte economiche del Paese. Citando papa Francesco, il card. Bo ha ribadito che “non vi è pace senza giustizia” e che vi sono due tipi di giustizia: quella economica e quella ambientale. “Dobbiamo porci questa domanda: ‘Perché in un Paese benedetto con l'oro, in cui miliardi di dollari vengono guadagnati ogni anno per la vendita di giada, almeno due milioni di giovani lavorano nei Paesi vicini in condizioni di schiavi? Non c'è pace economica perché non esiste una giustizia economica. Il 40% della nostra gente è povera e in Rakhine il 70% della gente è povera. Il conflitto non beneficia i nostri poveri, li rende più poveri. La giustizia ambientale è necessaria per la pace. La maggior parte dei conflitti tra i gruppi etnici si basa sulla condivisione delle risorse. Le foreste e le risorse naturali appartengono alla gente di questo Paese. Gestendo bene le risorse naturali possiamo riportare tutti i nostri lavoratori migranti. Possiamo diventare il Paese più ricco della regione. Portando la pace, tutti possiamo sviluppare. Rimanendo in guerra, diventiamo sempre più poveri”.

    Il card. Bo ha infine concluso il suo discorso, invitando i cittadini a farsi operatori di pace, resistendo all’odio e all’intolleranza: “Il perdono è lo strumento per la guarigione. Perdoniamo noi stessi e perdoniamoci a vicenda. Non lasciamo possibilità al dubbio e alla disperazione! Lasciate che l’obiettivo della pace non scompaia dalla nostra vista! Teniamo la nostra fede! Lasciate che la nostra speranza sia viva! Portiamo luce di gioia a chi vive la tenebra di paura, odio e tristezza. La pace è possibile, la pace è l’unica via”.

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