28/11/2017, 06.08
BANGLADESH-VATICANO
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Rohingya e periferie, i temi caldi in attesa di papa Francesco a Dhaka

di Anna Chiara Filice

Dhaka ancora spoglia di simboli per l’accoglienza del pontefice. Al centro della visita: profughi, migranti e persone rifiutate. Nei campi di Cox’s Bazar la diocesi di Chittagong pensa all’educazione dei bambini Rohingya. I rischi di un trasferimento degli sfollati a Hill Tracts, dove non esistono diritti e sviluppo. Dalla nostra inviata.

Dhaka (AsiaNews) – Rohingya e periferie: sono i temi all’ordine del giorno tra i cattolici di Dhaka, mentre attendono papa Francesco che qui arriverà tra due giorni. La questione dei profughi musulmani fuggiti dalle violenze nel Myanmar è stata ribadita ancora dal card. Patrick D’Rozario, arcivescovo della capitale. Ieri egli è intervenuto alla conferenza di presentazione della visita ai giornalisti, che si è svolta nella sede dell’arcivescovado. A tutti i presenti, circa 60, ha chiesto di “collaborare per la buona riuscita della visita”.

Secondo il cardinale, il punto focale di tutto il viaggio pastorale sarà “il dialogo: con le religioni, con le culture che compongono il Bangladesh, con i poveri. La Chiesa è povera e lavora per i poveri”.

Intanto in vista dell’arrivo del pontefice quello dei Rohingya continua ad essere l’argomento più dibattuto. Incontriamo mons. Moses M. Costa, arcivescovo di Chittagong, sotto la cui diocesi rientra la giurisdizione di Cox’s Bazar, l’area dove sono rifugiati in accampamenti di fortuna circa 620mila persone. “La Conferenza episcopale – dichiara – ha dato il mandato alla Caritas, che opera con il consenso del governo”. Egli spiega che il braccio sociale della Chiesa cattolica “fornisce ogni giorno cibo a 10mila famiglie. I generi alimentari sono stati la nostra risposta immediata all’emergenza. Inoltre l’inverno è arrivato e stiamo distribuendo vestiti caldi. Ma non basta solo questo. Oltre al cibo, la nostra missione è prenderci cura delle persone, degli esseri umani. Per questo stiamo pensando ad un progetto di educazione dei bambini che vivono nei campi profughi”.

Il vescovo riporta: “Le persone sono distrutte, arrabbiate, e tra di esse è presente disagio fisico e psicologico. Il pericolo è che tra gli sfollati cresca sempre di più un sentimento di depressione da una parte, e frustrazione dall’altra, che può tramutarsi in aggressività. Sono persone che hanno perso tutto, tra cui malattie e sfruttamento sono molto diffusi. Forse ad altri gruppi non interessa, ma noi abbiamo a cuore queste persone”. Poi riporta la storia di una bambina incontrata nel campo profughi: “Sarà stata alta all’incirca un metro, avrà avuto sui dieci anni. Era da sola, la sua famiglia era stata sterminata. E lei non parlava, si era chiusa nel mutismo e nel dolore”.

Un’altra questione che lo preoccupa “è che nessuno sa come tutto questo si potrà risolvere. Quel che è peggio, è che nel passato a queste persone è stato concesso di essere ricollocate in altre aree, a discapito di coloro che avevano già bisogno di aiuto. La mia paura è che se il governo dovesse dare il permesso ai Rohingya di trasferirsi nella zona di Hill Tracts, dove vivono 30 gruppi di minoranza, e di occupare la loro terra, ci troveremo di fronte ad un altro disastro. Qui vige già la disperazione, non esistono diritti, nessuna proprietà terriera, manca l’educazione e programmi di sviluppo. Dolore si aggiungerà a dolore”.

Altro argomento all’ordine del giorno, quello delle periferie. Per primo è stato Francesco a ribadire la volontà di portare Cristo “fino alle periferie del mondo”. Ed è proprio ciò che ora si aspettano i cattolici. P. Bulbul Augustine Rebeiro, responsabile per i media del comitato papale, afferma: “Papa Francesco parla di periferie, di Chiese piccole. Ci aspettiamo che egli diventi uno di noi, che mostri solidarietà alle persone di questo Paese così lontano”. Per il card. D’Rozario, “non si tratta tanto di fare distinzione tra periferie e Chiesa universale. Facciamo tutti parte dello stesso corpo della Chiesa. Ogni organo concorre al buon funzionamento del corpo. Così la Chiesa può essere universale solo diventando locale. Papa Francesco vedrà la Chiesa locale, ma allo stesso tempo egli parlerà a quella universale”.

Il pontefice, aggiunge p. Rebeiro, “è uno dei più grandi leader del mondo, e per questo motivo tutti sono interessati a sapere cosa dirà su tre questioni: Rohingya, migranti e persone perseguitate o rifiutate. E il tema dei migranti si addice in maniera perfetta a quello delle periferie. Anche qui in Bangladesh abbiamo tante persone che migrano in cerca di lavoro all’estero. Per l’occasione invece torneranno nel Paese d’origine”.

Nella capitale le giornate sembrano scorrere nella norma, ancora per le strade non c’è alcun segnale che suggerisca l’imminente arrivo, come i cartelloni di benvenuto al papa. Il motivo, spiega p. Rebeiro, è che il governo deve dare il consenso suoi luoghi in cui verranno esposti. “Ma sono già stati stampati”, assicura. Secondo un altro cattolico, “i cartelloni non sono stati ancora affissi perché il partito al potere è molto autocelebrativo. Perciò gli striscioni verranno posizionati solo in alcune zone ben specifiche della città”.

Sulla sicurezza per il viaggio, mons. Gervas Rozario, presidente di Caritas Bangladesh, vescovo di Rajshahi e responsabile del sistema che garantirà l’incolumità al papa e ai pellegrini, afferma: “Prima ancora che i Rohingya fossero sotto i riflettori, l’obiettivo del governo era mostrarsi alla comunità internazionale come un Paese responsabile e affidabile per il commercio. Il Bangladesh è in rapida espansione e ha bisogno di finanziamenti. Inoltre è uno dei Paesi musulmani più pacifici, che crede fermamente nel valore dell’armonia. La credibilità delle autorità si gioca ora sulla sicurezza del papa. È interesse del governo far sì che tutto vada per il meglio, così riuscirà ad attrarre i crediti sperati”.

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