15/01/2014, 00.00
SRI LANKA
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Sri Lanka, centinaia di tamil cattolici ancora rinchiusi nella giungla-ghetto

di Melani Manel Perera
Da oltre un anno e mezzo i profughi del villaggio di Mullikulam (nord del Paese) vivono nella foresta di Marichchikattu. Hanno scarse possibilità di pescare e coltivare; la Marina ha espropriato tutte le loro proprietà, e vieta di cogliere frutti dagli alberi. "Siamo senza speranza - raccontano - e siamo trattati come stranieri".

Mullikulam (AsiaNews) - Relegati in una giungla-ghetto, senza poter pescare o coltivare in modo libero, né cogliere i frutti dagli alberi per potersi nutrire: è la vita che circa 200 famiglie di tamil cattolici, originari del villaggio di Mullikulam, nel distretto di Mannar (Northern Province, Sri Lanka) conducono ormai da oltre un anno e mezzo. "Non abbiamo alcuna libertà - raccontano queste persone ad AsiaNews - e veniamo trattati come stranieri nella nostra stessa terra. Siamo stati dimenticati da tutti. Oltre alla nostra casa, abbiamo perso la speranza".

Cacciati dal villaggio di Mullikulam per la prima volta 20 anni fa, dalla fine di giugno 215 famiglie (quasi 400 persone) sono costrette a vivere nella giungla di Marichchikattu, tra zanzare, elefanti e serpenti, con due soli bagni e senza possibilità di pescare o coltivare la terra. In teoria, il loro trasferimento in questa foresta rientra nel programma di reinsediamento del governo, previsto per gli sfollati interni (Internally Displaced People, Idp) della guerra civile. Di fatto, sono stati abbandonati a loro stessi senza nulla - case, utensili, tende, canne da pesca, ecc. -, mentre la Marina militare ha occupato le loro proprietà.

Nel dicembre 2012 i profughi hanno ricevuto la visita del card. Malcolm Ranjith - arcivescovo di Colombo e presidente della Conferenza episcopale dello Sri Lanka - e di Gothabaya Rajapaksa, segretario alla Difesa. Nonostante le promesse di trovare al più presto una soluzione, nulla è accaduto. E ad eccezione dell'intervento regolare, ma limitato, delle suore della Sacra Famiglia, nessuna autorità si è più interessata della loro situazione.

Ad oggi, raccontano ad AsiaNews, "ci hanno restituito solo i campi da riso, ma non i restanti ettari di terreno. Avevano promesso di darci due cisterne d'acqua per le coltivazioni, ma ne abbiamo ricevuta solo una, che non è sufficiente per tutti. Non abbiamo abbastanza reti per pescare, e inoltre possiamo spingerci al massimo fino a 1,5 km dalla riva. Se le nostre barche superano questo limite, anche solo per colpa del vento, la Marina militare può punirci". Inoltre, la zona è ricca di una particolare varietà di palma, che dà frutti molto nutrienti. Tuttavia, spiegano, "abbiamo il divieto assoluto di coglierli". 

 

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