09/02/2018, 10.28
BANGLADESH

Suor Roberta Pignone, dall’Italia al Bangladesh per servire Dio tra i lebbrosi (Foto)

di Anna Chiara Filice

La missionaria del Pime gestisce il Damien Hospital di Khulna. Dal 2012 i casi di contagio del morbo di Hansen sono raddoppiati. Nel 2017, trattati 35 nuovi casi di lebbra e 400 di tubercolosi. La destinazione missionaria del Bangladesh “un dono dello Spirito Santo”.

Khulna (AsiaNews) – Una vita missionaria spesa al servizio dei lebbrosi del Bangladesh. È la storia di sr. Roberta Pignone, medico italiano e missionaria dell’Immacolata, congregazione femminile associata al Pime (Pontificio istituto missioni estere). In vista della Giornata mondiale del malato che si celebrerà domenica 11 febbraio, ad AsiaNews racconta la sua esperienza di direttrice del Damien Hospital a Khulna, nel sud del Paese. Il centro è stato aperto nel 1986 dalle consorelle con l’obiettivo di curare e prevenire casi di lebbra, dal 2001 quelli di tubercolosi e dal 2012 quelli di Aids. Da piccola, racconta, “non avrei mai immaginato di diventare suora. Sentivo di voler fare qualcosa per gli altri, e per questo ho scelto di studiare Medicina. Ma diventare suora proprio non ci pensavo. Tanto meno di vivere in Bangladesh. Eppure questo è diventato il Paese che Dio ha scelto per me per compiere la sua missione”.

Sulla sua esperienza missionaria e di vocazione, sr. Roberta racconta: “Ho fatto un’esperienza con Giovani e Missione [cammino spirituale per i giovani proposto dal Pime, ndr], e sono stata mandata proprio in Bangladesh. Qui ho conosciuto le missionarie dell’Immacolata e ho capito che il loro modo di dare la vita per il Signore era quello che più combaciava con il mio desiderio di essere missionaria e medico per i poveri, per gli ultimi. In seguito per obbedienza ho accettato il Bangladesh come destinazione missionaria e il lavoro in ospedale. Prima di entrare in convento volevo diventare un medico di famiglia e operare in un dispensario nei villaggi. Invece sono qui in città e ho accolto questa destinazione come un dono dello Spirito Santo. Io non ho scelto nulla e ho avuto la responsabilità di guidare un ospedale dopo appena un anno e mezzo di missione. Mi sembrava una cosa tanto più grande di me. Considerando tutto quello che è avvenuto in questi anni, penso che ci sia una speciale benedizione su questo ospedale, che ci permette di andare avanti seppur con grandi difficoltà”.

Sr. Roberta, classe 1971, è nata a Monza. “Sono nata lo stesso anno in cui il Bangladesh è diventato indipendente – scherza –. Ciò che più porto nel cuore è che dopo la prima esperienza giovanile in Bangladesh, ho abbandonato tutto per essere una missionaria. E il Signore ha mantenuto la promessa di farmi ritornare nel luogo in cui mi ero innamorata [di lui]. La terra in cui per me tutto è iniziato, è la terra in cui sono stata chiamata a dare la mia vita per questa gente. Speriamo che duri ancora a lungo”.

Dal 2011 vive a Khulna, terza città per importanza del Paese. La sua area metropolitana conta circa un milione e mezzo di abitanti, occupati soprattutto nell’agricoltura e nell’industria tessile. In molti sopravvivono come lavoratori occasionali e abitano in slum (baraccopoli) sovraffollati. In questo modo, spiega sr. Roberta, “il rischio di contagio della malattia di Hansen aumenta in maniera esponenziale”.

Nel 1998, riporta, “l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato che la lebbra era stata debellata. Ma così non è per il Bangladesh. In quel momento è cessato l’interesse mondiale per la lebbra e nessuno si è più occupato di ricerca, cura e diagnosi della malattia. La nostra è stata l’unica struttura che ha continuato il servizio per i malati in tutto il Paese”.

“Oggi – continua – subiamo gli effetti negativi di quel calo di interesse. Ogni anno rinveniamo nuovi casi di contagio avvenuto in passato e disabilità gravi causate dal morbo. Il motivo è che per anni non è stato più effettuato un lavoro di ricerca dei pazienti”. La missionaria riferisce che da quando ha assunto l’incarico dell’ospedale nel novembre 2012, “i casi sono raddoppiati. Se prima avevamo circa 15 pazienti l’anno, da quella data ce ne sono stati 35-36 ogni anno”. Il dato si riferisce solo alla città di Khulna e dintorni: “Il numero è significativo perché la letteratura medica sostiene che i contagi sono più diffusi nelle campagne rispetto alle città. Paradossalmente la nostra esperienza ci indica il contrario”.

Le cure, sostiene sr. Roberta, “sono aperte a tutti in maniera indistinta – cristiani, musulmani e indù – senza discriminazione. Non chiediamo neanche a quale religione appartengono”. La direttrice riporta che lo staff “è interreligioso e composto da 35 dipendenti – 10 persone che lavorano in ospedale e altri che girano nei centri in cui curiamo anche la Tbc – più tre suore. Il nostro lavoro si svolge principalmente sul territorio e i pazienti vengono curati in ambulatori locali in cui assumono i farmaci. Solo i casi più gravi vengono ricoverati. Per esempio, il peso medio di un affetto da tubercolosi è di 30 kg, perciò ricoveriamo i malati per consentire loro di riposare e mangiare bene. Ma il ricovero per gli affetti da tubercolosi non è facile: se un padre manca da casa, non può andare a lavorare e portare il cibo in famiglia. Per questo spesso offriamo assistenza a domicilio, portando anche del cibo o coperte per l’inverno. Al contrario, nei casi di lebbra, il ricovero è necessario per le medicazioni quotidiane delle ulcere e per le reazioni del sistema immunitario ai farmaci”. In tutto nel 2017 “abbiamo assistito 35 nuovi casi di lebbra, oltre a tutti i malati cronici che vengono trattati a domicilio, più circa 400 malati di Tbc”.

Per quanto riguarda “la multidrug therapy, cioè la terapia combinata di antibiotici il cui dosaggio è fissato dall’Oms, le medicine sono fornite dal governo. Noi invece offriamo a titolo gratuito tutti i farmaci di sostegno come vitamine, antidolorifici per gli effetti collaterali, cure per le ulcere”. I fondi di questa complessa macchina di assistenza “provengono da benefattori italiani”.

Tra i servizi offerti ai malati di lebbra, aggiunge, “ogni martedì, giovedì e venerdì pomeriggio c’è la fisioterapia, sia a domicilio che in ospedale. Essa serve a ridurre la disabilità. Ma soprattutto, dal momento che la lebbra è legata ad una perdita di sensibilità alla periferia [cioè gli arti, ndr], produciamo anche delle scarpe con suole soffici che evitano la formazione delle ulcere a livello plantare”.

La suora riporta che l’ospedale cerca “di sensibilizzare la popolazione sull’importanza delle cure. Per questo coinvolgiamo presidi delle scuole, studenti e medici locali. La nostra esperienza ci insegna però che l’individuazione dei nuovi casi avviene attraverso gli ex malati, che hanno già provato sulla propria pelle gli effetti della malattia e consigliano ad altri di sottoporsi alle terapie. Consegniamo loro una grande responsabilità: sono stati curati e li spingiamo ad aiutarci a curare gli altri”.

“È il Signore che mi vuole qui – afferma in conclusione la suora – e mi dà la forza di portare avanti questo compito che è molto più grande di me e delle mie capacità. Sono in Bangladesh, agli estremi confini della terra, al confine con la foresta del Bengala, a curare gli ultimi della terra, perché dei malati di lebbra non si cura nessuno. Questa consapevolezza mi rafforza ogni giorno”. Di fronte allo stupore “della popolazione bengalese, per cui è difficile comprendere come mai una donna non sposata abbia abbandonato la propria terra, è gratificante sapere che qualche malato considera questo ospedale come una seconda casa. Nel nostro essere qui non c’è alcun tentativo di conversione. Portiamo la speranza, uno stile di vita diverso e aiuto agli ultimi”.

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