23/10/2021, 12.24
CAMBOGIA
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Ta Om, la 'chiesa ritrovata' di p. Legnani

di Giorgio Bernardelli

Abbandonata tra le risaie negli anni della guerra e svuotata dei suoi cristiani oggi è tornata a essere una frontiera missionaria nella prefettura apostolica di Battambang. Il missionario del Pime: “Abbiamo voluto conservare su una parete i fori delle mitragliatrici, simbolo della sofferenza della nostra gente”.

Siem Reap (AsiaNews) – Una chiesa rimasta per anni completamente nascosta, dopo che la guerra l'aveva completamente svuotata dei suoi cristiani. Una chiesa letteralmente ritrovata tra le risaie qualche anno fa e oggi di nuovo in cammino. Si può riassumere così la storia della chiesa di Ta Om, nel nord della Cambogia, che la rivista del Pime “Mondo e Missione” racconta come uno dei segni più significativi in occasione della Giornata missionaria mondiale 2021.

P. Franco Legnani - uno dei primi missionari ad arrivare in Cambogia negli anni Novanta, dopo la tragica stagione di Pol Pot - dal 2019 è al servizio della prefettura apostolica di Battambang, nella parte settentrionale del Paese: “Di base sono a Siem Reap - racconta - ma a me è stata affidata la cura delle comunità intorno a Ta Om, che si trovano a 75 chilometri dalla città, in mezzo alle risaie. Un’area dove proprio non c’è nient’altro…”. Lì sorge anche la chiesa ritrovata: “L’hanno individuata una ventina d’anni fa - spiega il missionario del Pime -. Sapevano della sua esistenza, ma non c’era una strada per raggiungerla perché ci si arrivava dal fiume. Così hanno camminato attraverso le risaie e alla fine l’hanno vista: era diventata una stalla”.

La chiesa di Ta Om fu costruita intorno al 1910. “Doveva essere la sede di una comunità cristiana molto folta - commenta Legnani -. Lo si vede dalle dimensioni dell’edificio, ma anche dalle statistiche inviate dai padri delle Missions Etrangères de Paris che nel 1938 parlavano della presenza di 700 cristiani. Poi, durante la guerra degli anni Settanta, fu bombardata dalle milizie filo-americane perché questa era una comunità di viet­namiti. Li consideravano indiscriminatamente fiancheggiatori delle milizie di Hanoi, che attraversavano la Cambogia. Proprio per questo nel restauro della chiesa abbiamo voluto che una parete conservasse i fori dei colpi delle mitragliatrici. Vuole essere un segno: questa è la madre delle chiese, ma anche il simbolo della sofferenza della nostra gente”.

E la comunità cristiana che in quegli anni viveva a Ta Om? “Un po’ riuscirono a scappare - risponde il missionario -. Tornarono in Vietnam navigando il fiume e poi risalendo tutto il Mekong, in un viaggio che deve essere stato epico. Altri sono stati certamente uccisi. Di fatto di quella comunità cristiana oggi non è rimasto più nessuno. Nella zona sorgono quattro villaggi, ma sono tutti abitati da cambogiani”.

Con loro è ripreso il cammino. “Già prima che arrivassi io - spiega Legnani - la missione di Siem Reap aveva cominciato ad animare Ta Om. Io ho iniziato a venire in moto regolarmente, tutte le settimane, dalla città: sto con i bambini e con gli anziani che hanno molto bisogno, perché i giovani se ne vanno a cercare lavoro in Thailandia. Abbiamo aperto un asilo, l’unico della zona; per i ragazzi più grandi offriamo iniziative di educazione informale. In questi ultimi due anni, però, il Covid-19 ci ha costretto a ridurre molto tutte queste attività”.

Ripartire dalla facciata crivellata di una chiesa: in fondo è la storia che padre Legnani ha vissuto fin dall’inizio in Cambogia. “Quando arrivai a Phnom Penh nel 1994 – ricorda - c’era tanto bisogno di ricostruire anche materialmente il Paese: canali, sviluppo agricolo, aiuto a far ripartire le università. Poi, però, cominciai a sentire sempre più chiaro un grido: i brandelli di comunità cristiane dispersi durante gli anni dei khmer rossi avevano bisogno di qualcuno che stesse con loro”.

Di comunità – prima dell’attuale chiesa di Ta Om – padre Legnani ne ha servite tante altre: i villaggi di Kam­pong Thom e di Chnok Tru; poi la comunità di Kampong Chhnang, formata prevalentemente da vietnamiti che vivono una vita precaria sulle barche perché in Cambogia non hanno alcun titolo di proprietà sulla terra. Oggi porta nel cuore due sogni: “Quello più immediato – racconta - è potermi trasferire stabilmente a Ta Om, perché c’è bisogno di una presenza fissa tra questa gente. Però – confida – ho anche un altro sogno nel cassetto: si chiama Oddar Meanchey, la provincia più a nord della Cambo­gia, proprio al confine con la Thailandia. È una zona molto bella, l’ho visitata varie volte; è anche quella dove ci sono tuttora più mine… Lì non c’è mai stata una presenza della Chiesa cambogiana, vorrebbe dire cominciare da zero”.

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