12/06/2026, 10.27
THAILANDIA-MYANMAR
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A Bangkok avanza la normalizzazione con Min Aung Hlaing

di Steve Suwannarat

Tra i Paesi dell'Asean la Thailandia è il più restio ad applicare sanzioni al Myanmar dove il generale del golpe di cinque anni fa è diventato il presidente. Quest'ambiguità porta con sé anche tante incertezze rispetto alla condizioni delle decine di migliaia di profughi birmani che si trovano nel Paese. Intanto Pechino ha invitato Min per una "visita di Stato" la prossima settimana.

Bangkok (AsiaNews) - Dopo essere state le prime a congratularsi con l’ex generale Min Aung Hlaing per l’assegnazione in Myanmar della carica presidenziale che ne perpetua il controllo sul Paese a oltre cinque anni dal colpo di stato militare da lui guidato, le autorità thailandesi proseguono il consolidamento dei rapporti con il regime birmano. Finora la Thailandia ha mostrato di essere il meno ostile tra i Paesi membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (Asean) rispetto a una controparte accusata di genocidio e sottoposta a sanzioni internazionali, senza applicare concrete pressioni per propiziare la fine della repressione e del conflitto. Iniziative che peraltro la stessa Asean formalmente chiede superando la tradizionale politica di “non ingerenza” negli affari interni dei suoi associati.

Il passaggio di Min Aung Hlaing dalla guida della giunta militare alla presidenza del Myanmar dopo le elezioni politiche farsa dello scorso dicembre è peraltro avvenuto sotto la regia della Repubblica popolare cinese che proprio oggi ha annunciato che la prossima settimana accoglierà Min a Pechino per una "visita di Stato".

Il risultato di tutto questo è una situazione ambigua che inevitabilmente coinvolge i birmani in fuga dai combattimenti verso la Thailandia, tra i quali si registrano migliaia di respingimenti e la frequente denuncia di abusi e maltrattamenti nei campi allestiti presso il confine. In Myanmar, crimini di massa hanno provocato oltre tre milioni sfollati, con decine di migliaia di rifugiati costretti a fuggire in Thailandia in cerca di protezione. Tuttavia, data la mancanza di un quadro giuridico per la loro identificazione, è probabile che molti non siano conteggiati e in qualche modo tutelati.

A novembre 2026, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite esaminerà la situazione dei diritti umani in Thailandia a partire dalla fine del 2021, nell'ambito del processo di Revisione periodica universale che tocca a turno tutti i Paesi.

Nel suo rapporto presentato cinque anni fa al Gruppo di lavoro del Consiglio per i diritti umani, la Thailandia aveva sottolineato gli sforzi del governo, tra cui un meccanismo nazionale di screening per identificare le persone bisognose di protezione e garantire loro status giuridico e accesso ai servizi pubblici necessari. Tuttavia, nel 2023 la Thailandia avrebbe concesso protezione solo a sette individui nell'ambito di questo meccanismo, criticato per l’inclusione anche dei lavoratori immigrati.

In questo contesto, diverse organizzazioni vanno premendo su Bangkok affinché adotti misure immediate e concrete per porre fine agli arresti arbitrari, alle detenzioni, alle torture e ai rimpatri forzati. Come in precedenza, anche dall’ultima Revisione la Thailandia ha ricevuto – senza risultati effettivi - raccomandazioni relative ai rifugiati, tra cui quella relativa alla ratifica della Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati e del relativo Protocollo del 1967.

Al contrario, la documentazione presentata da diverse organizzazioni (tra cui, Fortify Rights) continua a segnalare arresti e detenzioni arbitrarie di rifugiati e il respingimento sistematico in Myanmar, anche attraverso la cooperazione con la giunta militare birmana. Nell'aprile 2024, le autorità thailandesi hanno rimpatriato più di 650 rifugiati oltre il fiume Moei in una zona di conflitto attivo nello Stato Karen. Tra febbraio 2024 e novembre 2025, le autorità thailandesi hanno rimpatriato con la forza 3.500 birmani attraverso il confine di Ranong-Kawthaung, in parte poi arruolati nell'esercito sotto la minaccia delle armi.

In un simile contesto ma con interlocutori diversi, il 27 febbraio 2025 la Thailandia ha rimpatriato con la forza in Cina una quarantina di uiguri rifugiati che avevano trascorso più di un decennio in centri di detenzione per immigrati. Ieri, intanto, un tribunale thailandese ha dichiarato colpevoli due altri uomini uiguri per il più grave attentato terroristico nella storia del Paese, condannandoli a morte. I due sono stati ritenuti responsabili della pianificazione e dell’esplosione di una potente bomba il 17 agosto 2015 vicino al santuario di Erawan nel centro di Bangkok che causò la morte di 20 persone e il ferimento di oltre 120. Tuttavia, il verdetto continua a suscitare dubbi: irregolarità nelle indagini di polizia e nel processo, durato dieci anni, hanno lasciato aperte molte domande sulla piena affidabilità della condanna.

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