02/06/2026, 11.23
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A Washington si tratta la tregua fra Israele ed Hezbollah. I libanesi invocano la pace

di Fady Noun

La diplomazia al lavoro per il cessate il fuoco, ma il partito filo-iraniano resta contrario a “trattative dirette” con lo Stato ebraico. La capitale vive ore di relativa calma, ma al sud resta la tensione. La Casa Drusa ospita un vertice di leader religiosi. Fra la popolazione cresce il fronte di quanti auspicano la pace con gli israeliani e la normalizzazione dei rapporti. 

 

Beirut (AsiaNews) - Una spettacolare inversione di tendenza si è verificata ieri nel conflitto in corso tra Israele e Hezbollah in Libano e nel nord di Israele. In serata l’ambasciata negli Stati Uniti ha annunciato che il movimento filo-iraniano avrebbe accettato una proposta americana di “cessazione reciproca degli attacchi” con lo Stato ebraico, mentre in precedenza Washington aveva preteso che fosse Hezbollah a cessare per primo i propri attacchi. Poche ore prima, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva pubblicato un comunicato congiunto con il suo ministro della Difesa Israel Katz minacciando di bombardare obiettivi del partito di Dio nella periferia sud di Beirut.

L’annuncio arriva dopo che il presidente Usa Donald Trump aveva dichiarato sempre ieri di aver ottenuto da Netanyahu l’impegno a non inviare truppe a Beirut. “Israele non li attaccherà e loro non attaccheranno Israele”, aveva scritto l’inquilino della Casa Bianca sul suo social Truth.

Il primo ministro israeliano avrebbe poi espresso riserve al riguardo, tanto più che l’esercito con la stella di David si era appena aggiudicato una vittoria simbolica occupando il castello di Beaufort, un promontorio su cui sorge una fortezza del XII secolo, che domina il Litani. Come in una ripetizione della storia, la sua conquista viene presentata come il completamento della “zona di sicurezza avanzata” che lo Stato ebraico occupa sul 6% del territorio libanese, con la motivazione di proteggere le comunità del nord di Israele. Questa riserva di Netanyahu, spiegano gli esperti, dovrebbe tuttavia escludere la ripresa dei bombardamenti della periferia sud della capitale.

Le minacce israeliane di bombardare Beirut erano state lanciate alla vigilia del quarto round di negoziati israelo-libanesi presso il Dipartimento di Stato in programma il 2 e 3 giugno a Washington. Le voci di imminenti attacchi avevano innescato una fuga di massa da una regione densamente popolata, che ad ogni ordine di evacuazione assume sempre l’aspetto di una sadica agonia collettiva. Resta il fatto che la conferma dell’accettazione da parte di Hezbollah della proposta americana - che prevede una cessazione reciproca degli attacchi - è stata oggetto di un comunicato dell’ambasciata del Libano. Una nota diffusa dall’ufficio della presidenza libanese a Baabda, dopo uno scambio telefonico tra il presidente libanese Joseph Aoun, il capo della diplomazia americana Marco Rubio e il capo della delegazione diplomatica libanese ai colloqui, Simon Karam.

In particolare, i negoziati israelo-libanesi previsti oggi e domani a Washington “esamineranno questi progressi”. L’obiettivo dei colloqui, secondo un comunicato del Dipartimento di Stato pubblicato al termine degli incontri del 14 e 15 maggio scorsi, è “il pieno riconoscimento della rispettiva sovranità e integrità territoriale, nonché l’instaurazione di una sicurezza effettiva lungo il confine comune”.

La parte dei colloqui dedicata alla sicurezza, discussa il 29 maggio al Pentagono, non aveva registrato alcun progresso in tal senso, poiché il Paese dei cedri si era irrigidito sulla richiesta di un vero cessate il fuoco. A questo si aggiungeva la nota di indignazione per il comportamento di Israele che, in nome del “diritto di difesa”, si era preso la licenza di invadere il Libano e di radere al suolo una sessantina dei suoi villaggi.

Vertice interreligioso a Beirut

La delegazione libanese potrebbe menzionare oggi a Washington il comunicato finale di un vertice interreligioso che riunisce tutti i capi religiosi delle comunità libanesi, che si tiene stamane a Beirut, alla Casa drusa. Tale comunicato rifletterebbe gli orientamenti generali dello Stato libanese, che ha delegittimato le azioni militari di Hezbollah. Tuttavia, su richiesta del capo della comunità sciita, Ali el-Khatib, e in nome dell’unanimità richiesta in tali circostanze, non sarebbero inclusi i termini “trattative dirette”, a cui Hezbollah è sempre ostile. La delegazione libanese potrebbe anche fare riferimento al comunicato finale della riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dedicata agli scontri in Libano. 

Secondo i corrispondenti a Washington delle emittenti televisive arabe Al-Hadath e Al-Jazeera, durante il colloquio di ieri si sarebbero inaspriti i toni tra il presidente americano e Netanyahu. In particolare, Trump avrebbe accusato il primo ministro israeliano di aver offuscato l’immagine di Israele con la sua condotta della guerra in Libano. Ciò fa supporre che egli stesso si stia rendendo conto dei limiti della logica della forza e gli avrebbe persino ricordato che è grazie a lui se è “sfuggito alla prigione”. Netanyahu, infatti, è perseguito in Israele per “corruzione”.

Berry “garante” di Hezbollah

Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berry, che parla a nome del “tandem sciita Amal-Hezbollah”, aveva dichiarato il 31 maggio scorso che Hezbollah era pronto a un cessate il fuoco “totale e immediato” con Israele e si era impegnato a garantirne l’attuazione. A riferirlo è Ali Hamdan, principale consigliere di Berry, citato dal media americano Axios. In una precedente intervista al New York Times, Berry aveva affermato che “solo Trump” è in grado di ottenere e far rispettare un cessate il fuoco in Libano.

Questa affermazione è in linea con le indicazioni della presidenza della Repubblica, che aveva deciso di ricorrere alla leva diplomatica diretta solo come ultima risorsa, vedendovi l’unica via di salvezza per il Libano,. Una nazione minacciata nella sua unità interna e nella sua integrità territoriale dalla cieca fedeltà di Hezbollah al comando dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, i Pasdaran. In questo quadro è utile ricordare che Hezbollah aveva preso la decisione unilaterale di avviare le ostilità con Israele lo scorso 2 marzo, “in sostegno alla Repubblica islamica dell’Iran”, dopo l’assassinio mirato della sua guida suprema, Ali Khamenei, in un raid aereo il 28 febbraio.

Libano in un “circolo vizioso”

Da parte sua, Teheran ieri aveva alzato i toni e accennato alla possibilità di aprire “nuovi fronti” davanti all’offensiva di Israele in Libano, secondo quanto riportato dalla televisione di Stato iraniana, in riferimento alle operazioni israeliane in Libano e nella Striscia di Gaza. Per i vertici della Repubblica islamica, in nome del principio della “unità dei fronti”, ogni violazione del cessate il fuoco su un singolo fronte equivale a una “violazione su tutti i fronti”.

Non si sa per quanto tempo potrebbe reggere un cessate il fuoco per ora in vigore a Beirut, mentre non si hanno conferme al sud, e che risolve solo in minima parte il problema visto che Israele esige lo smantellamento dell’ala militare di Hezbollah. Di contro, il Libano chiede che le armi delle milizie siano poste sotto il comando dello Stato. Per la studiosa Tilda Abou Rizk il cessate il fuoco ricorda il film di fantascienza “Edge of Tomorrow”, in cui Tom Cruise, intrappolato in un loop temporale, rivive la stessa giornata tante volte quante muore, per padroneggiare finalmente le informazioni in grado di farlo uscire da quel circolo vizioso.

Certo, scrive in sostanza Sybille Rizk, corrispondente de Le Figaro, la semplice evocazione di un accordo di pace con Israele rompe un tabù in un Paese abituato a credere che sarebbe “l’ultimo Paese arabo a firmare con Israele”. Tuttavia un sondaggio, condotto tra il 28 aprile e il 5 maggio su 2000 libanesi dall’istituto Information International, rivela addirittura un forte aumento delle opinioni favorevoli a tale prospettiva. In meno di un anno, sono passate dal 25% a quasi il 49% dei libanesi, mentre il sostegno a una normalizzazione totale è salito dal 13% a oltre il 30%.

“Questi dati complessivi nascondono profonde fratture” commenta la giornalista. “La questione della pace con Israele è estremamente delicata, vista la forte polarizzazione su un tema fondamentale per la società libanese, al centro delle identità, degli impegni politici, delle storie familiari e delle ferite di ciascuno. Per non parlare dell’enorme asimmetria militare e del fatto che i libanesi non hanno ancora finito di subire la violenza israeliana: il bilancio umano dell’attuale ciclo di violenza è di oltre 3.213 morti e 9.737 feriti dal 2 marzo; oltre 1 milione di persone sono vittime di sfollamenti forzati, mentre l’occupazione di quasi il 10% del territorio è accompagnata da distruzioni sistematiche, che fanno temere una volontà deliberata di rendere impossibile il ritorno degli abitanti nel sud del Paese”. A queste distruzioni si aggiunge il vandalismo dei raid aerei contro le grandi città di Tiro e Nabatyeh, per le quali personalità della società civile hanno osato pubblicare comunicati chiedendo che fossero considerate “città aperte” protette dall’Unesco. 

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