08/11/2011, 00.00
PAKISTAN
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Asia Bibi “forte e fragile”, a un anno dalla condanna a morte per blasfemia

L’8 novembre 2010 veniva emessa la sentenza a carico della 45enne cristiana, madre di 5 figli. La fede in Cristo e l’appello del Papa per la sua liberazione, fonte di speranza e di forza per continuare a lottare. Vescovo di Islamabad contro l’inerzia dei giudici, che non hanno ancora fissato i tempi dell’appello.
Islamabad (AsiaNews) – A un anno esatto dalla sentenza di condanna a morte per un presunto caso di blasfemia, Asia Bibi è “fragile ma forte nello spirito” e attende “speranzosa” l’inizio del processo di appello, anche se l’Alta corte di Lahore non ha ancora stabilito la data del dibattimento in aula. È quanto riferiscono i parenti della 45enne cristiana e madre di cinque figli, che visitano ogni martedì nella cella di massima sicurezza del carcere di Sheikhupura, nel Punjab, dove è rinchiusa in regime di isolamento e sorvegliata a vista. Su di lei pende una taglia di migliaia di dollari emessa da un leader fondamentalista islamico. E quanti hanno provato a perorare la sua causa, come il ministro per le Minoranze Shahbaz Bhatti e il governatore provinciale Salman Taseer sono stati assassinati per mano degli estremisti.

Mons. Rufin Anthony, vescovo di Islamabad-Rawalpindi, stigmatizza l’inerzia dei giudici dell’Alta corte di Lahore che, a un anno esatto dalla sentenza di primo grado, “non hanno ancora fissato i termini dell’appello”. Il prelato sottolinea che i colleghi magistrati della capitale hanno calendarizzato in breve tempo l’appello contro la pena capitale emessa a carico di Mumtaz Qadri, la guardia del corpo che ha ucciso Salman Taseer. “Più di duemila avvocati e un ex capo della giustizia – afferma mons. Anthony ad AsiaNews – difendono un assassino reo-confesso, mentre l’Alta corte di Lahore non riesce a trovare il tempo per mettere in calendario l’appello di una donna innocente”.

Il vescovo di Islamabad invoca l’intervento delle massime autorità pakistane e del capo della giustizia; tuttavia le campagne di solidarietà, i moniti di alcuni governi occidentali, gli appelli per la liberazione e le parole di solidarietà rivolte da papa Benedetto XVI a favore della madre cristiana sono sinora caduti nel vuoto.

Asia è stata condannata a morte lo scorso 8 novembre da un tribunale del Punjab. Era stata arrestata per blasfemia nel giugno 2009, dopo una discussione con alcune donne musulmane in cui ha difeso la religione cristiana e la figura di Gesù, morto sulla croce per i peccati dell’umanità, chiedendo al contempo alle donne cosa avesse fatto Maometto per loro. Le musulmane hanno iniziato ad inveire contro di lei, accusandola di aver “contaminato” un pozzo perché ne aveva tratto dell’acqua da bere. In quel momento, infatti, le donne erano impegnate in una raccolta domenicale nei campi, cui Asia Bibi aveva aderito per guadagnare una piccola somma di denaro e contribuire al sostentamento della famiglia, povera ma piena di dignità.

Accusata di blasfemia, la donna è stata oggetto della rappresaglia della comunità musulmana locale, che ha circondato la casa e cercato di linciarla. Percossa con brutalità, Asia si è “salvata” solo grazie all’arresto da parte della polizia, che ha aperto un fascicolo di inchiesta in base alla sezione 295 del Codice penale pakistano. Al processo di primo grado il legale di Asia Bibi ha definito le accuse nei suoi confronti “una rappresentazione teatrale fantastica” organizzata da una maggioranza musulmana contro una minoranza cristiana, ma questo non ha impedito al giudice di comminare la punizione esemplare: pena di morte.

Il resto è cronaca di quest’ultimo anno: il 15 dicembre 2010 un imam di Peshawar ha messo una taglia sul suo capo di 6mila dollari, minacciando chiunque assumesse le sue difese.

Il 4 gennaio 2011 una delle guardie del corpo, Malik Mumtaz Qadr, ha assassinato con 26 colpi di pistola il governatore del Punjab Salman Taseer, che aveva chiesto la grazia per Asia e invocato modifiche alla “legge nera”.

Il 2 marzo 2011 a cadere sotto i colpi della frangia estremista islamica è stato Shahbaz Bhatti, ministro cattolico per le minoranze religiose, colpito anch’egli per aver perorato la causa di Asia Bibi.

Ad oggi Asia Bibi, 45enne e madre di cinque figli, è rinchiusa nella sezione femminile della prigione di Sheikhupura (nel Punjab); la donna è oggetto di continue minacce di morte da parte dei fondamentalisti islamici. La famiglia e i suoi difensori riferiscono che in questo periodo drammatico è sostenuta da una fede incrollabile e confortata dall’appello di Benedetto XVI, che ne ha chiesto la liberazione durante l’Angelus in piazza San Pietro.(JK)
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