Baghdad, leader sciita: un governo contro ‘forze regionali’ pro-guerre e settarismo
Ad AsiaNews Sayyid Rahim Abu Ragheef boccia la candidatura di al-Maliki, definendola “avventata” e “non responsabile” in un teatro di crisi interna e regionale. Preoccupano le tensioni fra Iran e Stati Uniti e lo stallo politico che blocca l’elezione del presidente. Cittadinanza e tutela delle minoranze fondamento della nazione. Nel rapporto con Teheran serve “responsabilità”.
Milano (AsiaNews) - Una candidatura “avventata” e “non responsabile” soprattutto “nel pieno della crisi che colpisce la regione” mediorientale, laddove l’Iraq è “al centro degli eventi” per i legami con Teheran e gli Stati Uniti. Non usa mezze misure il leader sciita iracheno Sayyid Rahim Abu Ragheef, presidente del Forum Al-Wasat per la Cultura e la Moderazione, figura di primo piano del panorama politico che, interpellato da AsiaNews, boccia la prospettiva di un nuovo mandato dell’ex premier. Più dei nomi, l’autorevole esponente della componente maggioritaria vuole delineare “caratteristiche e qualità” che deve possedere il prossimo capo del governo e guida di una nazione che attraversa una fase turbolenta della propria storia. Dai legami con la Repubblica islamica ai difficili rapporti con l’alleato (ex?) a Washington, dalla ripresa delle violenze jihadiste al rinnovato attivismo militante dello Stato islamico sono molti i fattori in gioco. Non ultimo il nodo legato alle nomine tuttora in stallo delle massime cariche istituzionali di un Paese che guarda con attenzione - e preoccupazione - al presente e ad un futuro incerto.
Istituzioni (ancora) bloccate
Nel fine settimana scorso il Parlamento ha rinviato per la seconda volta l’elezione del nuovo presidente per la mancanza del quorum legale, in un quadro di perdurante divisione fra i due principali schieramenti curdi: il Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e l’Unione patriottica del Kurdistan (Puk), chiamati a trovare un accordo sulla candidatura presidenziale, la quale deve poi essere approvata da altri blocchi minori e ottenere una maggioranza di due terzi all’Assemblea. Secondo la costituzione irachena, i legislatori devono scegliere un presidente entro 30 giorni dalla prima sessione parlamentare, che si è svolta il 29 dicembre dopo le elezioni di novembre. Una volta eletto, il presidente ha 15 giorni per affidare al candidato del blocco più numeroso il compito di formare il gabinetto il quale deve infine ottenere il voto di fiducia in Parlamento entro 30 giorni. In un quadro di equilibrio etnico-confessionale post-2005 (accordi di ripartizione del potere o muḥāṣaṣa), il presidente è un curdo, il premier sciita e un sunnita il presidente del Parlamento.
Ieri il premier uscente Mohammed Shia al-Sudani ha incontrato il leader curdo Masoud Barzani, capo del Partito democratico del Kurdistan (Kdp), a Pirmam, vicino Erbil. Al centro dei colloqui le scadenze costituzionali e la formazione del nuovo esecutivo federale. All’incontro ha partecipato anche una delegazione di alto livello del movimento sciita Coordination Framework, chiamato a scegliere il prossimo capo del governo quale gruppo con i maggiori consensi. Il processo politico interno è bloccato per i ripetuti ritardi in Parlamento legati a mancanza del quorum e controversie politiche irrisolte. L’incontro ha anche affrontato gli attuali sviluppi regionali, con particolare attenzione a Siria e Iran. In queste ore si attende la definizione della terza data per l’elezione di una figura che, pur essendo in gran parte cerimoniale, è determinante per avviare la macchina istituzionale e garantire l’unità nazionale. Sempre nel fine settimana la principale alleanza sciita ha confermato il sostegno a Nouri al-Maliki per un suo ritorno al governo, snobbando (per ora) le minacce statunitensi che considerano l’ex premier troppo “vicino” a Teheran.
Una nuova leadership
Il nome di al-Maliki tiene banco in questi giorni nel panorama politico iracheno, sebbene Washington lo consideri troppo “filo-iraniano” oltre ad accusarlo di non aver saputo bloccare l’avanzata dello Stato islamico nel 2014. Un nome bocciato dal leader sciita Sayyid Rahim Abu Ragheef per le modalità con cui (non) è stata studiata la candidatura e per conseguenze sul piano politico interno e regionale. “Non si è prestata - spiega ad AsiaNews - la dovuta attenzione alle ragioni che hanno portato in passato al suo rifiuto, dentro il Paese e all’esterno”. A questo, prosegue, si aggiunge il fatto che durante il suo precedente mandato l’Isis “si è impadronito di quasi un terzo della superficie dell’Iraq e per i disordini etnici e confessionali” cui non ha contrapposto un argine credibile ed efficace. E ancora “più importante - afferma - è l’ideologia cui appartiene” che “non è innocente dall’estremismo, secondo la sua struttura dottrinale e politica”. Da qui la considerazione di una “candidatura difficile”, che rischia di “aggiungere ulteriori fattori di crisi”.
Più dei nomi, Abu Ragheef illustra caratteristiche e valori del futuro capo del governo “in questo contesto storico e nelle condizioni oggettive del Medio Oriente e dell’Iraq in particolare: deve possedere una visione del futuro - afferma - saper attuare una revisione profonda e responsabile del fallimento, della corruzione, del settarismo e dell’estremismo” che hanno caratterizzato la storia recente. “E che creda, con spirito di responsabilità partecipativa, nella convivenza comune e nella pace civile, e che disponga - prosegue - di strumenti e di una filosofia per gestire la diversità e proteggere la differenti componenti”. Perché la diversità, sottolinea, “deve essere trasformata in ricchezza” e non fonte di “conflitto, odio e divisione. Deve mostrare tolleranza e diffonderne la cultura” oltre a difendere le “istituzioni e le componenti dello Stato, non limitandosi a parole di cortesia in occasione di funzioni religiose o istituzionali”. Infine in tema di minoranze deve far capire che “la loro protezione non è una concessione, ma un dovere”, consolidando al tempo stesso “il principio di cittadinanza” cardine e fondamento della nazione.
Teheran e l’universo sciita
Cittadinanza, protezione delle minoranze e difesa delle istituzioni sono fondamentali per dare vita a uno Stato che sappia tutelare “il popolo iracheno” il quale, pur avendo un certo grado di democrazia non ha però goduto dei benefici che “le sue abbondanti ricchezze permetterebbero”. Fra queste Abu Ragheef sottolinea l’importanza “del sistema sanitario e di una istruzione solida” che, oggi, sono di “basso livello” e “inferiori agli standard globali”. Costruire uno Stato forte è “fondamentale” per superare la morsa di Stati Uniti e Iran che condizionano la vita politica e sociale. Quanto al rapporto con Teheran, spiega, “speriamo che tutti avvertano il necessario senso di responsabilità” in un quadro di così forte tensione, risparmiando ai loro popoli “le calamità delle guerre” e “diffondendo il linguaggio e lo spirito della pace”. “Abbiamo assistito a conflitti - prosegue - dai quali non abbiamo raccolto altro che distruzione, povertà, orfani e sfollamento. E l’unico beneficiario sono i signori della guerra e le fabbriche di armi. Speriamo anche che i governi - sottolinea - comprendano che, per quanto a lungo durino, sono destinati a scomparire mentre i popoli restano e reprimere i popoli non è una soluzione come alcuni regimi immaginano, quanto piuttosto un rinviare il problema”. In questa prospettiva è accolta con favore l’apertura di Teheran a colloqui con gli Usa come affermato stamane da Masoud Pezeshkian su X: “Ho incaricato - ha scritto il presidente - il ministro degli Esteri di preparare il terreno per negoziati equi ed equi”.
Vi è poi il tema (controverso) delle relazioni fra Najaf e Qom, i due centri di riferimento dell’islam sciita in Iraq e Iran, che è sostanzialmente un rapporto “tra due scuole” spiega Abu Ragheef, le quali “condividono aspetti dottrinali e giuridici”. Najaf si distingue perché è una “scuola irachena tradizionale”, in cui il giurista “non ha un ruolo nel campo politico”, ma “si limita al consiglio e alla guida religiosa e al sistema di valori” occupandosi di “insegnamento e istruzione religiosa”. Quanto a Qom, prosegue, “è una scuola in cui i giuristi sono presenti nel campo politico e comprende l’ideologia della velāyat-e faqih” al potere oggi in Iran, pur non applicandosi a tutti. “Nonostante l’estremismo - avverte - abbia esercitato un’influenza su entrambe le scuole, a Najaf lo ha fatto in misura molto minore per l’assenza di un’ideologia religiosa”. Infine, il leader sciita tratta il tema della convivenza e delle minoranze, con un quadro che è andato peggiorando ed è fonte di “preoccupazione”. A complicare la situazione “ciò che è accaduto in Siria”, con l’ascesa di una componente “estremista” che ha “goduto di sostegno e cooperazione internazionale e regionale” e alimentato una deriva violenta come accaduto a Sweida o nell’area curda. “Ciò avrà conseguenze sull’Iraq e sulle sue minoranze - conclude - se la comunità internazionale, e in particolare l’America, non presterà attenzione. Forse gli iracheni hanno imparato la lezione con l’occupazione Isis”, ma resta la sfida posta da “forze regionali” che tentano di “replicare forme di terrorismo”.
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08/04/2025 10:53






