16/01/2026, 12.36
ISRAELE - PALESTINA
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Baskin: Fase 2 a Gaza dopo ‘troppi mesi e molti morti’, ma ‘deve andare avanti’

di Dario Salvi

Ad AsiaNews l’attivista israeliano, parte nei colloqui di pace, commenta l’ufficializzazione del comitato palestinese chiamato ad amministrare la Striscia. Hamas e Anp pronte a “collaborare”. Fra i nodi irrisolti la “disastrosa” situazione umanitaria, incertezze sulla forza di pace internazionale e le diverse “agende” in contrasto fra loro. Le vicende iraniane non rappresentano una fonte di timore. 

Gerusalemme (AsiaNews) - Sono serviti troppi mesi per arrivare alla “Fase 2” del piano di pace del presidente Usa Donald Trump, ancora oggi si contano “molti morti” a Gaza e restano “nodi irrisolti” fra i quali la forza internazionale di peacekeeping, ma è altrettanto necessario “essere ottimisti” per il futuro. È quanto sottolinea ad AsiaNews Gershon Baskin, attivista politico israeliano fra i massimi esperti del conflitto e parte attiva dei colloqui in atto fra Israele (e Stati Uniti) e Hamas per la pace a Gaza, commentando l’ufficializzazione del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Egli è convinto che vi sarà “piena collaborazione” con Hamas e l’Autorità palestinese per affrontare le sfida di ricostruire la Striscia, per oltre due anni devastata da una guerra sanguinosa e teatro di una “situazione umanitaria disastrosa”. In queste ore sono stati individuati i 15 palestinesi parte del comitato tecnico, che opererà sotto il “Board of Peace” di 12 membri e presieduto dallo stesso Trump, che verrà annunciato a breve. L’organismo sarà responsabile della gestione quotidiana dell’enclave, dai servizi igienici e sanitari, alle utenze e l’istruzione ed è presieduto da Ali Shaath, ex viceministro dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Gershon Baskin, attivista politico israeliano, fondatore di Ipcri (Israel Palestine Creative Regional Initiative) e già editorialista del Jerusalem Post, fra i massimi esperti del conflitto israelo-palestinese, è fra quanti hanno lavorato in questi mesi per la firma dell’accordo siglato nella notte fra Israele e Hamas. Già mediatore e protagonista del rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit, per quasi cinque anni e mezzo in mano ad Hamas, parte della delegazione israelo-palestinese ricevuta a ottobre 2024 da papa Francesco, egli ha seguito da vicino lo sviluppo delle trattative adoperandosi per aprire e mantenere attivi canali di dialogo. Soprattutto con gli Stati Uniti e il fronte palestinese, a fronte di una leadership israeliana votata a lungo alla guerra.
Di seguito, l’intervista integrale di AsiaNews a Gershon Baskin:

Da esperto nei processi di mediazione e parte attiva nelle trattative come giudica, ad oggi, l’implementazione del piano di pace in 20 punti del presidente Usa Donald Trump?
La critica principale è che ci sono voluti tre mesi per arrivare al punto attuale, in cui si sta iniziando la “Fase 2”. Questo processo si sarebbe dovuto svolgere in maniera molto più rapida, perché si è creato un vuoto che Hamas è riuscita a colmare, il che risulta dannoso per la situazione nel suo complesso. Tuttavia, non si è potuto evitare perché ciascuna parte coinvolta nel conflitto spingeva in direzione diversa. Gli americani avevano stabilito che il primo punto doveva essere la nomina del governo palestinese a Gaza, ma vi erano troppe agende e diverse fra loro. 

Quali erano gli attori coinvolti?
I Paesi arabi, dall’Egitto alla Giordania, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, oltre al Qatar stesso [nazione dell’area che ha i legami più stretti con Hamas, ndr]. Anche i turchi sono stati coinvolti e, naturalmente, l’Autorità palestinese. Quindi ci è voluto molto tempo prima che si potesse raggiungere un accordo su una lista di nomi e prima che tutti quei nomi fossero vagliati dagli americani e dagli israeliani. Ecco perché si è arrivati a definire la lista solo ora, a tre mesi di distanza dall’inizio del processo. Questo è l’aspetto di maggiore criticità. 

Vi sono altri fattori di problematicità?
Sì, le moltissime violazioni quotidiane dell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza da parte di Israele. Certo, di violazioni se ne contano alcune anche da parte di Hamas, ma molte di più sul versante israeliano. E questo ha causato la morte di oltre 400 palestinesi, che sono stati uccisi negli ultimi tre mesi dalla fine ufficiale della guerra nella Striscia. 

Le fasi più buie e sanguinose del conflitto sembrano superate, ma le morti e gli attacchi quotidiani restano pur sempre un problema?
Esatto! Nel complesso, possiamo affermare che la guerra è finita e non vediamo più alcuna attività militare da parte di Israele o di Hamas simile a quella che si verificava fino a tre mesi fa, ma comunque più di 400 palestinesi sono stati uccisi. Israele, insieme agli Stati Uniti, ha anche apparentemente eliminato in modo sistematico la capacità delle organizzazioni internazionali di fornire aiuti. E sembra che stiano cercando di impedire l’intervento di tutte le organizzazioni internazionali, con gli americani e gli israeliani che stanno lavorando ad un nuovo sistema per fornire aiuti attraverso il settore privato. Abbiamo assistito ad un grande cambiamento nelle operazioni a Gaza: le ong internazionali non vengono registrate da Israele perché si rifiutano di sottoporre il proprio personale al controllo israeliano.

Sul piano umanitario com’è la situazione a Gaza?
La situazione umanitaria a Gaza è disastrosa, soprattutto a causa delle condizioni meteo che nelle ultime settimane sono state davvero difficili. Da 800 a 900mila persone vivono in tende, che sono state spazzate via. La gente vive in mezzo a pozze d’acqua. Il quadro è terribile. Ci sono anche molte tende, molte roulotte, aiuti medici e beni di prima necessità che sono stati raccolti dalle organizzazioni internazionali a cui semplicemente non è permesso entrare nella Striscia.

Il tema di queste ore è la nomina del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag), che opererà sotto la supervisione di un “Board of Peace” che Trump dovrebbe ufficializzare nei prossimi giorni e presiederlo. Quali sono le sfide di questa nuova fase?
Problemi e criticità sono molteplici e difficili da risolvere. Trump ha annunciato la definizione del cosiddetto “Board of peace”, ma non ha detto ancora chi ne farà parte pur avendo raggiunto l’accordo. Vi è poi la nomina del diplomatico bulgaro di lungo corso delle Nazioni Unite Nikolai Mladenov come coordinatore, che ha un ottimo curriculum, ma altri punti chiave restano aperti a partire dal fatto che è necessaria [ma per nulla certa] la presenza di un palestinese nel board, e noi stiamo spingendo in questa direzione.

Lei ha in mente un nome?
La persona migliore è Samer Sinijlawi, attivista politico palestinese (nella foto con Baskin).

Si è parlato molto della forza di peacekeeping a Gaza: vi sono stati passi in avanti sulla definizione e i Paesi che ne faranno parte?
No, ad oggi non sappiamo ancora chi farà parte della forza di stabilizzazione e quando sarà pronta per essere dispiegata. Sono in corso discussioni fra americani e israeliani, ma il suo arrivo è condizionato al ripiegamento delle truppe israeliane verso il confine. In altre parole, la linea gialla non sarà una linea di demarcazione permanente e gli israeliani dovranno avviare un processo di ritiro completo da Gaza. Anche questo fa parte del processo ed è pare delle sfide e incognite di questa nuova fase. Tornando alla forza di pace, anche se al momento non vi sono notizie ufficiali a breve dovrebbero emergere novità, perché questo è un punto estremamente importante. Gli americani mi hanno detto che hanno un piano per disarmare Hamas, prevedono che ci vorranno sei mesi. Probabilmente le parti si incontreranno di nuovo [faccia a faccia] per discuterne. 

Avendo un ruolo attivo nella mediazione può dire la posizione di Hamas rispetto al Comitato Nazionale? Vi sarà cooperazione?
Hamas ha accettato la lista dei nomi e ha diffuso comunicati ufficiali in cui hanno ribadito il loro sostegno. Sì, hanno dichiarato che vi sarà piena collaborazione con il nuovo comitato e, per il momento, possiamo essere fiduciosi almeno a livello di parole e di promesse. Poi, certo, dovremo osservare quello che succederà sul terreno e se alle parole seguiranno i fatti sul campo.

Sempre in tema di relazioni, come giudica la posizione del comitato di tecnocrati verso l’Autorità palestinese?
Non vi è alcun legame diretto tra l’Autorità Palestinese e il nuovo comitato. Nel nuovo comitato ci sono un paio di persone che erano ex dipendenti dell’Autorità Palestinese ai tempi di [Yasser] Arafat. Il capo del comitato, Ali Shaath, era in passato viceministro. Non vi è alcuna nomina diretta da parte dell’Autorità palestinese al comitato, anche se dopo l’annuncio hanno dato la loro benedizione e hanno assicurato pure loro piena collaborazione.

Steve Witkoff ha dichiarato che il piano in 20 punti di Trump per Gaza sta passando dal cessate il fuoco alla smilitarizzazione e alla ricostruzione. Ma quello delle armi di Hamas è ancora un nodo irrisolto…
Esatto, e sarà difficile da sciogliere! Penso che se gli americani non si impegneranno direttamente con Hamas, quest’ultima continuerà a creare problemi. Vogliono essere parte del processo, non vogliono essere relegati ai margini, vogliono partecipare al processo decisionale. Ciononostante, a quanto pare la leadership di Hamas all’estero ha sostanzialmente accettato [l’accordo sul disarmo] in passato e pare che continui ad accettarlo.

Quanto sta accadendo in Iran può avere conseguenze nel piano di pace per Gaza?
No, le vicende iraniane non penso che abbiano un grande impatto su ciò che sta succedendo a Gaza. Al limite potrebbero avere ripercussioni sul versante di Hamas, ma questo non lo sappiamo con certezza. Ma i problemi e le relazioni con Gaza sono una questione a sé. 

Baskin, possiamo essere ottimisti per il futuro? 
Sì, dobbiamo essere ottimisti!

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