19/09/2022, 13.10
LIBANO
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Beirut: impresa, dignità. I pilastri di un progetto di microcredito

di Fady Noun

La storia di Hope Center, una realtà solidale rivolta soprattutto ai giovani senza distinzione di fede ed etnia. La sede in uno dei quartieri più colpiti dall’esplosione al porto del 2020. Il presidente del Cda: i diritti di una persona partono da una casa e da un lavoro. In pochi mesi erogati fondi a una quarantina di progetti, molti nel settore dell’agro-alimentare. 

Beirut (AsiaNews) - “È meglio accendere una candela, che maledire l’oscurità” recita il proverbio. Ed è l’assioma attorno al quale ruota l’attività di Hope Center, una giovane società dedita al finanziamento delle micro-imprese situata nel cuore del caratteristico quartiere di Gemmayzé, le cui case e negozi molto hanno sofferto a causa dell’esplosione al porto del 4 agosto 2020. 

“Per preservare i diritti di una persona, bisogna prima di tutto assicurargli un tetto e un lavoro. Noi ci occupiamo del secondo punto”. L’interlocutore è il presidente del Consiglio di amministrazione di Hope Center, Maurice el-Beaino. Situato al terzo piano del centro sant’Antonio, un immobile rivestito di marmo bianco, questo consulente di 39 anni con lauree in economia e scienze politiche alle spalle dirige il centro con rigore, consapevole del fatto di doversi distinguere da una moltitudine di associazioni che spuntano come funghi dall’incidente al porto. E di dover giustificare fino all’ultimo euro raccolto, anche se gli stipendi del centro sono risicati. 

Fondata da un uomo d’affari, Hope Center è sostenuta dall’ong francese L’Œuvre d’Orient e co-finanziata dall’Agenzia francese per lo sviluppo (Afd): una doppia garanzia di totale trasparenza sui finanziamenti e l’uso dei fondi. Il centro, che dispone di una quindicina di impiegati, si rivolge solo ai libanesi, ma senza fare distinzioni di etnia o religione. E si pone come obiettivo quello di sostenerne fino al 50% sotto i 35 anni, il 30% dei quali sono donne. 

“Rendendo gli imprenditori libanesi attori della loro vita economica - sottolinea Maurice el-Beaino - Hope Center intende contribuire a rendere più dinamica l’economia locale e ad arginare l’emigrazione di massa causata dal crollo del Paese. Il nostro target è di sostenere e formare in tre anni 500 piccoli imprenditori (fornai, parrucchieri, falegnami, ristoratori, educatori, stilisti, guidatori di taxi, etc) oltre a rafforzare il vivere assieme attraverso la creazione di una sorta di comunità dei beneficiari”. 

In sette mesi di vita, Hope Center ha già concesso fondi a una quarantina di fruitori. Fra questi la 26enne Gaël Chaèr, celibe, che lavorava come dipendente in una farmacia di Bourj Hammoud. La sua storia è emblematica. Ferita gravemente alla gamba nell’esplosione al porto, e disponendo di un misero salario annuale di 3 milioni di lire libanesi, riusciva a malapena a sopravvivere avendo anche i genitori a carico. Tuttavia, il suo spirito di iniziativa, la passione per i prodotti di cosmesi, il savoir-faire e la spinta ricevuta dal centro le hanno permesso di risollevarsi. Con un master in dermatologia e una competenza certificata in cosmetologia, ella ha creato una gamma di prodotti di bellezza denominata “The Skin Savvy” con sede a Sad el-Bauchrieh, al piano superiore - finora vuoto - della farmacia in cui un tempo lavorava. Oggi sogna anche di potersi sposare. 

Due comitati selezionano le richieste di finanziamento che giungono al centro. La credibilità e la fattibilità dei progetti presentati vengono analizzate con un esame rigoroso. “Tuttavia - aggiunge Maurine el-Beaino - il lato umano non viene mai messo da parte. Vi è sempre l’assunzione di una parte di rischio. Siamo qui per garantire trasparenza. E, se necessario, formiamo quanti richiedono i finanziamenti, gli accompagniamo per un tratto del loro percorso professionale, per assicurarci che possano gestire il progetto intrapreso”.

Tra i quaranta già approvati, il settore dell’agro-alimentare è dominante. “Potrebbe essere dovuto al fatto che i libanesi sono abituati a fare le provviste in estate, o che tutti hanno bisogno di mangiare”, spiega il presidente del Consiglio di amministrazione. Egli aggiunge, divertito, che Hope Center ha finanziato, fra gli altri, l’acquisto di un tre-ruote a un commerciante al dettaglio e di uno schiaccianoci elettrico per produrre latte di mandorle, un sostituto del latte di vacca molto richiesto al momento.

Muscoli e sorriso

Il proprietario di questa stanza, Charbel Wakim, che incontriamo all’Hope Center, ci assicura con i suoi muscoli e il suo sorriso, di essere un “personal trainer titolato”. Con un solo occhio, egli era stato sistematicamente bocciato agli esami per il conseguimento della laurea in Sport e scienze motorie. 

“Abbiamo contribuito - aggiunge el-Beaino - all’apertura di due centri educativi specializzati sul monitoraggio e recupero scolastico” a Mansouriyé e Raouda, alla periferia di Beirut. “Manteniamo - spiega rispondendo a una domanda - un certo grado di controllo sui prezzi, di modo che siano in armonia con le possibilità degli abitanti di questi quartieri, in cui il tasso di abbandono scolastico è elevato”.

“La tutela della dignità dei beneficiari occupa il primo posto, nell’approccio e nel modo di operare di Hope Center” conclude Maurice el-Beaino. Facciamo nostra, in particolare, la preoccupazione per i nuovi poveri, quella che un tempo era la classe media, che è anche la più colpita dalla crisi. Del resto chi appartiene a questa categoria - conclude - non sa chiedere aiuto. Il povero è abituato a farlo, ma per il nuovo povero qui entra in gioco anche la dignità personale”.

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