28/04/2026, 11.57
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Bnei Menashe: il "ritorno" dall'India in Israele delle tribù perdute

di Giuseppe Caffulli

Il governo israeliano sta trasformando un processo sporadico in politica strutturata. Nel novembre 2025 approvato un piano per trasferire quasi 6mila persone con un investimento pubblico. Nei giorni scorsi l’arrivo dei primi 240 nell’Operazione Kanfei Shahar. A spingere molti alla partenza dai loro villaggi indiani non solo la fede: molti provengono dallo Stato indiano del Manipur, scosso dalle violenze etniche. 

Milano (AsiaNews) - Secondo il racconto biblico, tutto sarebbe riconducibile alla conquista assira del Regno del Nord, nel 722 a.C. Re Sagon II, che succede a Salmanassar V, conquista la capitale Samaria e mette in atto la deportazione sistematica delle popolazioni sottomesse per evitare rivolte. Da allora gran parte degli abitanti, dieci delle dodici tribù d'Israele (tranne cioè Giuda e Beniamino) viene dispersa nelle varie regioni dell’impero assiro. La “pulizia etnica”, descritta nel Libro dei Re, coinvolse le tribù di Efraim, Manasse, Dan, Neftali. A differenza degli israeliti del regno meridionale di Giuda, che saranno esiliati a Babilonia per poi fare ritorno a Gerusalemme, di queste altre tribù non si seppe più nulla. Da qui l’idea che siano andate “perdute”.

Nella storia recente di Israele di tanto intanto però, qualcuno dei popoli dispersi nei secoli, all’improvviso, riemerge, rivendicando un’origine comune e un ritorno possibile. Non è la prima volta che accade. Dall’operazione “Operazione Mosè” (1984–85) che portò in Israele diverse migliaia di ebrei etiopi (conosciuti come falasha o Beta Israel), fino all’ancora più ampia “Operazione Salomone” (1991), la storia dello Stato ebraico è punteggiata da missioni di “raccolta degli esiliati”. Oggi, a riaccendere questo immaginario, sono i Bnei Menashe: una comunità dell’India nord-orientale che si considera, da qui il nome, diretta filiazione della tribù biblica di Manasse.

Secondo quanto tramandato dagli antenati, la tribù sarebbe stata esiliata dall’antico Israele appunto dopo la conquista assira e, nel corso dei secoli, avrebbe attraversato l’Asia fino a stabilirsi tra le colline di Manipur e Mizoram. Qui, dopo secoli di isolamento e una lunga fase di cristianizzazione sotto l’influenza missionaria, una parte della comunità ha iniziato, nel Novecento, a rileggere tradizioni, canti e rituali come tracce di un’antica origine ebraica. Da questa rilettura è nato un movimento che ha portato migliaia di persone a convertirsi all’ebraismo e a tentare l’aliyah (il ritorno), cioè l’immigrazione in Israele.

Per anni, tuttavia, la tribù Bnei Menashe è rimasta ai margini: né pienamente riconosciuta come appartenente all’ebraismo secondo la legge religiosa, né del tutto esclusa. Lo Stato di Israele, come già per i falasha dell'Etiopia, ha adottato un approccio pragmatico: accettare la loro immigrazione, ma subordinandola a una conversione ortodossa dopo l’arrivo. Così, a partire dalla fine degli anni Novanta, circa cinquemila membri della comunità si sono stabiliti soprattutto nel nord del Paese, spesso grazie all’intervento di organizzazioni private come Shavei Israel.

Perché allora se ne parla proprio adesso? La risposta sta in una provvedimento recente: il governo israeliano ha deciso di trasformare quello che era un processo sporadico in una politica strutturata. Nel novembre 2025 è stato approvato un piano per trasferire in Israele quasi 6mila membri ancora residenti in India entro il 2030, con un investimento pubblico significativo per coprire voli, alloggi, corsi di ebraico e conversione religiosa. Pochi giorni fa, il 23 aprile, sono arrivati (con grande copertura mediatica) i primi 240 Bnei Menashe, fatto che ha segnato l’avvio operativo dell’iniziativa.

Il progetto è noto come “Operazione Kanfei Shahar” (Ali dell’Alba), e rappresenta un cambio di paradigma: non più un’iniziativa trainata da soggetti privati (in passato appunto l’ong Shavei Israel), ma una vera e propria operazione statale coordinata da diversi ministeri, dall’Agenzia ebraica e dal Gran Rabbinato. Al centro vi è soprattutto la riunificazione familiare, perché molte famiglie sono divise da anni tra India e Israele.

Dietro però alla dimensione umanitaria e religiosa si intrecciano questioni ben più complesse. Una riguarda la definizione stessa di identità ebraica: chi è ebreo? È sufficiente una tradizione rivendicata, o serve un riconoscimento halakhico (essere cioè riconosciuti come ebrei secondo la legge religiosa)? Il caso dei Bnei Menashe, come già in passato fu per i Beta Israel, riapre un dibattito che tocca il rapporto tra religione, Stato e appartenenza.

Un’altra questione è sociale, e riguarda l’integrazione. I Bnei Menashe arrivano come minoranza asiatica in una società già attraversata da forti differenze interne. Le esperienze dei primi immigrati dall’India mostrano un quadro misto: alcuni si sono inseriti in comunità religiose sioniste, altri hanno incontrato difficoltà legate alla lingua, al lavoro e, talvolta, a forme di discriminazione più o meno palesi. Problemi già ampiamente sperimentati dalla popolazione ebraica di origine etiope, che non a caso anche oggi, nella scala sociale, resta qualche gradino in basso rispetto alle altre componenti, specie quelle di origine mitteleuropea.

Infine, c’è la dimensione geopolitica. Il piano prevede che molti nuovi arrivati siano insediati nel nord di Israele, in aree come la Galilea, dove esiste una significativa popolazione palestinese con cittadinanza israeliana. Da anni, diversi governi puntano a rafforzare la presenza ebraica in queste zone a forte presenza araba attraverso politiche demografiche mirate. In questo senso, l’arrivo dei Bnei Menashe si inserisce anche in strategie interne di equilibrio territoriale.

Nei giorni in cui il governo del premier Benjamin Netanyahu (grazie al patrocinio del ministro della destra nazionalista Bezalel Smotrich) annunciava 34 nuovi insediamenti in Cisgiordania, qualcuno ha immaginato un legame con l’“Operazione Ali dell’Alba”. Non esistono indicazioni che il programma di rientro dei Bnei Manashe sia pensato per alimentare direttamente gli insediamenti nei Territori occupati palestinesi. Tuttavia, l’uso dell’immigrazione ebraica come leva demografica ha da sempre giustificato anche l’aumento degli insediamenti in Cisgiordania. Più che un nesso operativo immediato, dunque, si tratta di una continuità di logica politica: rafforzare la presenza ebraica in aree considerate strategiche.

A spingere molti Bnei Menashe alla partenza dai loro villaggi indiani non è certo solo la fede, vera o presunta. Nello Stato indiano di Manipur, per esempio, le violenze etniche esplose dal 2023 tra comunità Kuki-Zo e Meitei hanno creato instabilità, distruzione e sfollamenti. In questo contesto, l’aliyah in Israele, seppur segnato da una guerra regionale che non ha risparmiato vite umane, appare anche come una via di fuga concreta verso sicurezza e stabilità.

Insomma, non solo un “ritorno” biblico, ma anche (forse soprattutto) una migrazione contemporanea, fatta di scelte strategiche, pressioni esterne e speranze individuali. I Bnei Menashe si trovano così all’incrocio tra mito e politica, tra memoria religiosa (la rinascita dell'Israele biblico) e nuove opportunità di vita. E proprio questo intreccio, rilanciato da un nuovo piano governativo e dai recentissimi arrivi, spiega perché i “figli perduti” di Manasse siano tornati oggi al centro dell’attenzione.

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