10/02/2012, 00.00
SRI LANKA
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Caritas Sri Lanka: lo Stato è responsabile dei suoi lavoratori migranti

di Melani Manel Perera
Il 23% della popolazione dell’isola è impiegata all’estero. Un seminario della Caritas Sri Lanka-Sedec sottolinea i lati positivi (grandi guadagni) e negativi (perdita dei legami familiari) del lavoro in altri Paesi. Nel 2010, i lavoratori migranti hanno contribuito all’economia nazionale con 279,4 milioni di rupie (circa 1,83 milioni di euro).
Colombo (AsiaNews) – “Poter lavorare all’estero in piena sicurezza è un diritto fondamentale di ogni essere umano. E il primo responsabile è lo Stato, che deve proteggere i suoi cittadini migranti, prima e dopo la partenza”. Lo afferma Ramanie Jayathilaka, docente all’università di Colombo, in occasione di un seminario sul “Benessere sociale dei lavoratori migranti e delle loro famiglie”, organizzato dalla Caritas Sri Lanka-Sedec. In Sri Lanka il 23% della popolazione si compone di lavoratori migranti. Al seminario hanno partecipato 50 studenti all’ultimo anno del National Institute of Social Development (Nisd) e diversi membri di ong locali.

“Come persone di Chiesa – ha sottolineato ad AsiaNews suor Ushani Perera, presidente del Women desk della Caritas Sri Lanka – abbiamo il dovere di guidare le persone, mostrando loro gli aspetti positivi e negativi della migrazione. Chi lavora all’estero ha la possibilità di guadagnare molti soldi, ma rischia di perdere i suoi legami familiari. Tuttavia, oggi grazie alle nuove tecnologie è più facile tenersi in contatto, e sopravvivere alla distanza”.

Durante il seminario, la professoressa Jayathilaka ha ribadito che il governo dello Sri Lanka deve assumersi le maggiori responsabilità quando si parla di lavoratori migranti. “Essi – spiega – rappresentano un’enorme fonte di guadagno per il Paese. Solo nel 2010, i lavoratori all’estero hanno contribuito all’economia nazionale con circa 279,4 milioni di rupie (circa 1,83 milioni di euro)”.

Spesso, sono le donne a scegliere di andare a lavorare fuori dal Paese, per lo più come collaboratrici domestiche. Per l’insegnante, “il governo dovrebbe dare la possibilità alle donne di studiare, per partire poi con titoli e qualifiche, per poter aspirare anche a lavori diversi da quelli come cameriera”.
 
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