01/07/2022, 12.22
HONG KONG-CINA
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Celebrazioni del primo luglio: Xi esalta la democrazia di Hong Kong (senza democratici)

Il presidente cinese in visita per i 25 anni dal ritorno della città sotto sovranità della Cina e l’entrata in carica del nuovo capo dell’esecutivo locale. Interi quartieri chiusi e forti restrizioni alla copertura dei media. Elencati gli obiettivi che deve raggiungere il governo cittadino entrato in carica.

Hong Kong (AsiaNews) – I 25 anni dal ritorno della città sotto sovranità della Cina e l’entrata in carica del nuovo capo dell’esecutivo cittadino, John Lee, il presidente cinese Xi Jinping li ha festeggiati con le elite pro-Pechino, non con il popolo dell’ex colonia britannica. La sua due giorni di visita ha visto lo schieramento massiccio delle Forze dell’ordine, chiusure di interi quartieri e forti restrizioni alla copertura dei media, locali e stranieri.

Nel suo discorso, Xi ha detto che la “vera democrazia” di Hong Kong è iniziata dopo il suo ritorno in mano cinese nel 1997.  Per il leader cinese, la dittatura del Partito comunista cinese è vera democrazia, non le “formalità” del modello occidentale. A differenza di quanto afferma,  gli abitanti di Hong Kong devono averla pensato in modo diverso alle elezioni parlamentari di dicembre, quando solo il 30,2% degli elettori si è recato alle urne. Un minimo storico arrivato dopo la riforma elettorale imposta da Pechino per promuovere solo deputati “patriottici” fedeli al Partito e azzerare la rappresentanza filo-democratica.

Nella “democratica” Hong Kong, di democratici non vi è stata alcuna traccia oggi. Come lo scorso anno, la tradizionale marcia del Primo luglio non si è tenuta. La legge sulla sicurezza nazionale voluta da Xi ha annichilito il fronte democratico, e tutti gli organizzatori dell’evento sono in carcere o sotto controllo della polizia.

La prima marcia, il primo luglio 2003, aveva radunato 500mila persone: era contro una legge anti-sovversione proposta dall’esecutivo cittadino di Tung Chee-hwa. Un anno fa, sfidando le autorità, solo un gruppo di quattro esponenti della Lega dei socialdemocratici aveva inscenato una dimostrazione di protesta a Wan Chai. Quest’anno la polizia ha giocato d’anticipo, confinando nelle loro abitazioni alcuni membri della formazione politica, una delle poche che ancora non si è sciolta sotto i colpi del provvedimento sulla sicurezza.

Xi è stato chiaro nel tratteggiare il futuro che si aspetta per Hong Kong. Nessun cambio al sistema “un Paese, due sistemi”, che avrebbe dovuto garantire un’elevata autonomia alla città come da accordi con la Gran Bretagna. Xi ha dichiarato che Hong Kong manterrà un regime capitalistico, il suo tradizionale stile di vita e l’ordinamento giuridico di Common Law (introdotto dai britannici) fino al 2047.

Però solo i “patrioti” possono governare Hong Kong, perché non si può cedere il potere ai “traditori”: un eufemismo  per indicare le personalità filo-democratiche e tutti coloro che dal 2014 hanno protestato chiedendo più libertà e più democrazia per la città. Nelle parole di Xi nessuno infatti può sfidare la “giurisdizione generale” di Pechino su Hong Kong.

Non è mancato un avvertimento a Lee. Xi ha elencato una serie di obiettivi che il nuovo governante locale deve raggiungere, tra cui migliorare l’efficienza amministrativa e dare slancio all’economia. Secondo Xi, ciò che gli abitanti di Hong Kong vogliono davvero è una vita migliore, una abitazione più grande, più opportunità di aprire imprese innovative, una migliore educazione e  una migliore assistenza per gli anziani.

La recente fuga all’estero di migliaia di residenti di Hong Kong racconta una storia diversa, per una città che aveva uno status “globale”, e che ora rischia di diventare una semplice megalopoli “cinese”.

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