Cessate il fuoco tra USA e Iran: Islamabad gioca in primo piano, Pechino dietro le quinte
Venerdì a Islamabad i colloqui tra Washington e Teheran dopo le minacce di escalation. La Cina ha fatto pressioni, consolidando la propria influenza nella regione. Cruciale il ruolo del feldmaresciallo Asim Munir. Restano le incognite sulla reale riapertura dello Stretto di Hormuz e sul fronte tra Israele e Libano. Cristiani pakistani ad AsiaNews: "Preghiamo per una pace e una prosperità durature".
Islamabad (AsiaNews/Agenzie) - Si incontreranno a Islamabad, capitale del Pakistan, questo venerdì le delegazioni di Stati Uniti e Iran dopo l’annuncio di un raggiunto cessate il fuoco che è stato definito “dell’ultimo minuto”. In realtà da settimane il Pakistan, insieme a Egitto e Turchia (e al sostegno della Cina), stava lavorando per mettere fine alle ostilità in Medio Oriente.
Dopo le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che aveva minacciato la distruzione dell’“intera civiltà” iraniana, il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, aveva chiesto una proroga di due settimane alla scadenza imposta a Teheran. Quando avrebbe dovuto materializzarsi l’attacco statunitense, sono uscite nuove dichiarazioni: “Con la massima umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato in ogni luogo, compreso il Libano e altrove, CON EFFETTO IMMEDIATO”, ha annunciato su X il premier Sharif, aggiungendo che la data per gli incontri è stata fissata il 10 aprile.
Secondo Al Jazeera, a guidare le due delegazioni a Islamabad ci saranno il vicepresidente statunitense JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, la stessa persona che la testata Axios aveva già indicato come interlocutore quando per la prima volta era uscita la notizia che ci fossero stati contatti tra le due parti per la risoluzione del conflitto.
Verso fine marzo i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si erano incontrati a Riyadh. Il Wall Street Journal aveva riferito che l’intelligence egiziana sarebbe riuscita ad aprire un canale di comunicazione con le Guardie della rivoluzione iraniane (IGRC), il gruppo paramilitare che protegge il regime, e (ora) la più potente entità politica nel Paese.
Secondo alcuni commentatori il Pakistan, nonostante ospiti la più grande comunità sciita al mondo dopo l’Iran, non aveva canali di comunicazione diretti con le Guardie rivoluzionarie, affidandosi prevalentemente ai rapporti diplomatici con il presidente e il ministro degli Esteri. I cinesi potrebbero aver aiutato a stabilire una connessione con le IGRC. Mentre secondo il New York Times, Trump ha effettuato due telefonate prima di annunciare la tregua: una con Asim Munir, capo di stato maggiore dell’esercito del Pakistan, e una con Benyamin Netanyahu, primo ministro di Israele, che aveva fatto pressioni nei confronti dell’amministrazione statunitense per iniziare questa guerra. Asim Munir, al contrario, nell’ultimo anno ha accentrato buona parte del potere politico nelle sue mani, e dopo aver incontrato Trump a luglio dello scorso anno, è emerso come principale interlocutore di Washington.
“Seguendo le orme di papa Leone, abbiamo sempre condannato le guerre”, ha commentato ad AsiaNews p. Khalid Rashid Asi, direttore della Commissione cattolica per la giustizia e la pace. “Se il Pakistan riuscirà nella mediazione e fermerà la guerra, avrà un ruolo di rilievo nella regione e otterrà maggiore rispetto dal mondo”, ha aggiunto. Mariyam Kashif, un'attivista cattolica per la pace di Karachi, ha dichiarato: “È davvero un grande giorno per la pace mondiale; è un inizio, ma non la fine della pace tra queste grandi nazioni”.
Per Islamabad si tratta di un enorme successo diplomatico, che posiziona il Paese all’interno degli schemi di sicurezza del Medio Oriente (a settembre il Pakistan aveva anche siglato un accordo di mutua difesa militare con l’Arabia Saudita), mentre l’arcinemica India, alleata degli Stati Uniti e di Israele, ne esce ancora una volta sconfitta.
Nel frattempo, ieri, la Russia e la Cina (che nel frattempo sta mediando anche una pace tra Pakistan e Afghanistan) avevano imposto il veto a una risoluzione delle Nazioni unite proposta dal Bahrain e dagli Stati del Golfo che chiedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz. Un’azione che può essere letta come uno sgarbo agli Stati Uniti (e al resto della comunità internazionale) da parte di Pechino, che così può stare nel campo delle potenze mediatrici (e vincitrici) di questa guerra.
Secondo fonti dell’Associated Press, è stata la Cina - principale partner commerciale della Repubblica islamica - ad aver spinto le nuove autorità iraniane ad accettare il cessate il fuoco: un funzionario ha riferito in forma anonima che Pechino ha utilizzato la propria influenza sugli intermediari. Martedì mattina, Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha dichiarato: “Tutte le parti devono dimostrare sincerità e porre rapidamente fine a questa guerra che non avrebbe dovuto verificarsi in primo luogo”, aggiungendo che la Cina è “profondamente preoccupata” per l’impatto che il conflitto ha avuto sull’economia mondiale e sulla sicurezza energetica.
“Preghiamo per una pace e una prosperità durature; a causa di questa guerra l’economia mondiale è in subbuglio, e anche il popolo pakistano sta affrontando molte difficoltà economiche, poiché i tassi di cambio stanno aumentando, rendendo tutto più costoso e fuori dalla portata dei poveri”, ha commentato ad AsiaNews Javed Bashir, pastore della Christ Holiness Church. Secondo l’analista politico Raja Saad, “è possibile che sia stato lo stesso Trump a mettere Shahbaz Sharif in mezzo semplicemente per risolvere la questione. La guerra si è fermata da 15 giorni e il mese prossimo, cioè a maggio, Trump visiterà la Cina; prima di allora, la situazione deve essere risolta. Ma le aziende e l’avidità personale di Trump hanno posto fine allo status di superpotenza degli Stati Uniti”.
Per il momento non è chiaro in che misura l’Iran garantirà il passaggio sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, se chiederà un pedaggio - e se lo chiederà in yuan anziché in dollari. Sulla questione hanno fatto pressioni soprattutto i Paesi del Golfo, la cui economia è strettamente legata al libero passaggio di gas e petrolio. Resta ora da vedere in che misura verranno contenute le altre aree in conflitto attivo, in particolare il Libano, che in base alle dichiarazioni di Sharif sembra incluso nel cessate il fuoco, mentre per Israele ne è escluso, indicando che su questo fronte potrebbero continuare i combattimenti.
(ha collaborato Shafique Khokhar)





