Continua la stretta di Islamabad sul Belucistan dopo l'ergastolo a Mahrang Baloch
Dopo la condanna della leader del Baloch Yakjehti Committee, la polizia ha disperso nuove proteste a Quetta e ha arrestato alcuni manifestanti. Nadia Baloch, sorella dell'attivista, annunciato il ricorso all'Alta Corte, mentre gli osservatori avvertono: colpire il dissenso non violento rischia di alimentare l'insurrezione contro il governo pakistano.
Quetta (AsiaNews) – La condanna all’ergastolo dell’attivista Mahrang Baloch non ha spento le proteste in Belucistan. Al contrario, negli ultimi giorni la provincia sud-occidentale del Pakistan è stata teatro di nuove manifestazioni, arresti e denunce di repressione da parte delle autorità, mentre la sorella della leader del Baloch Yakjehti Committee (BYC), Nadia Baloch, ha annunciato che il verdetto, annunciato una settimana fa, sarà impugnato davanti all’Alta Corte del Belucistan.
Le proteste sono scoppiate a Quetta dopo la decisione del tribunale antiterrorismo che ha condannato Mahrang Baloch (detenuta dal marzo 2025) e il dirigente del BYC Sibghatullah Shah per l’uccisione di un paramilitare della Frontier Corps durante una manifestazione a Gwadar nel luglio 2024.
Secondo quanto riferisce la BBC Urdu, la manifestazione convocata per ieri 29 giugno nel quartiere di Sariab, nei pressi del Burma Hotel di Quetta, è stata impedita da un massiccio dispiegamento di polizia. Gli agenti hanno bloccato l’accesso all’area e arrestato almeno otto persone, tra cui una donna. In seguito, gruppi di manifestanti si sono radunati in altri punti della città, hanno incendiato alcuni pneumatici e chiesto la liberazione dei dirigenti del BYC.
Nadia Baloch, avvocata e sorella di Mahrang, ha confermato che la difesa presenterà ricorso contro la sentenza, caratterizzata, a sua detta, da numerose irregolarità: dal ritardo nella registrazione della denuncia alle contraddizioni nelle testimonianze dell’accusa, fino al trasferimento del processo all’interno del carcere, una decisione che avrebbe compromesso il diritto a un processo pubblico ed equo. Secondo il tribunale, invece, agli imputati sono state garantite tutte le tutele previste dalla legge.
Nel frattempo continua la pressione del governo pakistano nei confronti dei leader del movimento. Il BYC ha denunciato che nella notte tra domenica e lunedì, la polizia e diversi agenti dei servizi di intelligence hanno fatto irruzione nell’abitazione di Sammi Deen Baloch, una delle figure di spicco dell’organizzazione, mentre la casa era vuota. In un comunicato pubblicato sui social, il BYC ha spiegato che gli agenti hanno sfondato la porta, danneggiato l’abitazione, sequestrato libri e sottratto oggetti di valore.
Sammi Deen Baloch è una delle voci più note della campagna contro le sparizioni forzate in Belucistan. Da diciassette anni chiede notizie del padre, il medico Deen Mohammad Baloch, scomparso dopo un presunto arresto da parte delle forze di sicurezza e mai più ritrovato. Secondo il BYC, il raid rappresenta “l’ennesimo tentativo di intimidire e mettere a tacere chi denuncia le violazioni dei diritti umani nella provincia".
Il movimento denuncia inoltre che anche la protesta pacifica organizzata il 29 giugno dai familiari dei dirigenti arrestati è stata dispersa dalla polizia. Diversi manifestanti sono stati fermati e, secondo gli organizzatori, per alcune ore non si è saputo dove fossero stati portati. Poco prima dell’inizio della manifestazione, Nadia Baloch aveva scritto sui social che le forze di sicurezza avevano già circondato il luogo del raduno, avvertendo del rischio di cariche e arresti e sostenendo che “lo Stato ha paura perfino di una protesta pacifica”.
Anche Sabiha Baloch, un’altra dirigente del BYC, ha accusato le autorità di impedire qualsiasi forma di dissenso. In un messaggio diffuso su X ha denunciato che in Pakistan “non è più possibile organizzare nemmeno una conferenza stampa o una manifestazione pacifica”.
La vicenda si inserisce in un contesto di crescente tensione nella provincia più estesa e più povera del Pakistan. Ricco di giacimenti di rame, oro e gas naturale, il Belucistan è da decenni attraversato da un’insurrezione separatista guidata dal Baloch Liberation Army (BLA), che conduce attacchi armati contro l’esercito pakistano e contro i progetti del Corridoio economico Cina-Pakistan. Parallelamente, organizzazioni come il Baloch Yakjehti Committee hanno cercato di portare avanti una mobilitazione non violenta per denunciare le sparizioni forzate, le esecuzioni extragiudiziali e le presunte violazioni dei diritti umani compiute dall’esercito pakistano.
In alcune dichiarazioni rilasciate alla Deutsche Welle, Sammi Deen Baloch ha avvertito che colpire anche gli attivisti che scelgono strumenti democratici rischia di convincere molti giovani che la protesta pacifica non abbia più alcuna possibilità di ottenere risultati. Una valutazione condivisa anche da Abdul Basit, ricercatore dell’International Centre for Political Violence and Terrorism Research di Singapore, interpellato anch’egli dall’agenzia tedesca, e secondo il quale la repressione delle forme di dissenso non violento potrebbe ridurre ulteriormente lo spazio per il dialogo politico e finire per rafforzare proprio le organizzazioni armate che Islamabad afferma di voler isolare.
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