05/05/2026, 13.58
TIBET-CINA
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Così Pechino indottrina i bambini dell'asilo per cancellare l'identità tibetana

Un nuovo rapporto di Human Rigths Watch denuncia i sistemi utilizzati dalla Repubblica popolare per promuovere fin dalle scuole materne l'identità Han. "Nessun insegnamento tibetano, costretti a inviare video per provare che anche in casa parlano la lingua cinese". Tra gli effetti l'allontanamento dagli anziani e la crescente percezione che l'identità locale sia qualcosa di inferiore.

Milano (AsiaNews/Agenzie) – Costretti fin dalla scuola materna a parlare la “lingua cinese nazionale” anziché il tibetano. E -  in alcuni casi - persino a inviare video alle maestre che provino che la stessa cosa avviene anche in casa con i genitori. Passa ormai anche dai più piccoli nella Regione autonoma del Tibet l’assimilamento forzato e l’indottrinamento ideologico attraverso cui Pechino cancella l’identità locale. A sostenerlo è un nuovo rapporto di Human Rights Watch diffuso oggi e intitolato “Start with the Youngest Children: China Uses Preschools to ‘Integrate’ Tibetans”.

Lo studio è basato sull’analisi delle leggi e dei documenti politici cinesi, ma anche su interviste a sette testimoni e studiosi con conoscenze recenti e dirette delle condizioni di vita nelle aree tibetane. In un’analisi di 72 pagine il rapporto documenta come, a partire da una precisa direttiva del 2021 del ministero dell’Istruzione cinese - Il “Piano di armonizzazione del linguaggio dei bambini” - oggi venga severamente limitata l’istruzione in lingua tibetana in una fase critica per l’acquisizione del linguaggio e la formazione dell’identità, accelerando così la cancellazione della lingua e della cultura locale.

“Prendendo di mira i bambini dell’asilo, il governo cinese sta accelerando la sua campagna per privare i bambini tibetani della loro lingua madre e della loro cultura e identità”, denuncia Maya Wang, vice direttrice per l’Asia presso Human Rights Watch. “Questa politica non riguarda la qualità dell’istruzione, ma l’assimilazione forzata dei tibetani fin dalla tenera età in un’identità nazionale incentrata sugli Han”. Human Rights Watch ha rilevato che molti bambini tibetani escono dalla scuola materna incapaci o non disposti a parlare tibetano, persino con i membri della famiglia. I genitori hanno riferito che, entro settimane o mesi dall’inizio dell’asilo, i bambini passano quasi completamente al cinese.

Il piano di Armonizzazione del 2021 è stato il culmine di cambiamenti politici durati decenni che hanno ridotto l’istruzione nella lingua madre per le minoranze. Dalla legge del 1984 sull’autonomia regionale nazionale, la Cina è passata attraverso cinque fasi verso un’istruzione obbligatoria in cinese a età progressivamente sempre più giovani. Mentre questo processo era già stato completato nelle scuole primarie e secondarie, gli asili erano a lungo rimasti l’ultimo contesto in cui il tibetano poteva ancora essere usato come lingua principale di insegnamento.

Nel 2021, il Ministero dell’Istruzione ha ordinato a tutti gli asili nelle aree delle minoranze di usare la “lingua comune nazionale”, ossia il cinese standard, per tutte le attività di insegnamento e cura. I riferimenti ufficiali all’“istruzione bilingue” sono scomparsi dai documenti politici. Una serie di sentenze, leggi sull’istruzione e politiche governative ha eliminato anche il restante spazio legale e politico per l’istruzione nelle lingue minoritarie, integrando al contempo l’indottrinamento politico e culturale in tutto il sistema scolastico, incluso il livello prescolare. Questo è culminato nella legge del 2026 sulla promozione dell’unità e del progresso etnico, che impone sanzioni legali a chiunque “ostacoli” l’apprendimento e l’uso del cinese.

Sebbene la scuola materna sulla carta non sia obbligatoria in Cina, Human Rights Watch ha rilevato che nelle aree tibetane lo è diventata di fatto: le scuole primarie nelle aree urbane richiedono sempre più spesso la prova della frequenza dell’asilo per l’iscrizione, lasciando ai genitori poche alternative se non mandare i figli in scuole materne in lingua cinese. Le autorità richiedono inoltre alle maestre di incoraggiare o fare pressione su genitori e bambini affinché parlino cinese nelle loro case e di inviare video che lo dimostrino. Esaminatori nominati dal governo hanno testato le competenze di mandarino dei bambini in età prescolare tramite interviste e osservazioni, nonostante i regolamenti sulla carta vietino esami e altre pressioni accademiche negli asili.

La politica linguistica è inoltre accompagnata da un intensificato indottrinamento politico e culturale. I programmi prescolari nelle aree tibetane enfatizzano sempre di più l’“educazione patriottica”, la lealtà al Partito comunista cinese e l’identificazione come membri della “nazione cinese”. Ai bambini viene insegnato a celebrare le festività degli Han, recitare classici cinesi, cantare canzoni patriottiche e partecipare ad attività che glorificano l’esercito e la storia rivoluzionaria. Il buddhismo tibetano e le pratiche culturali locali sono assenti dal curriculum.

La perdita accelerata della lingua tra tibetani sempre più giovani ha profonde conseguenze culturali, sostiene Human Rights Watch. Tra queste vi sono l’indebolimento della comunicazione tra bambini e anziani, l’alterazione delle dinamiche familiari, la ridotta trasmissione di conoscenze religiose e culturali e la crescente percezione tra i bambini che la lingua e l’identità tibetana siano qualcosa di inferiore.

“Non si tratta solo di non insegnare la lingua tibetana – commenta una fonte tibetana intervistata da Human Rights Watch -. È un’operazione fatta con cura per gestire il modo in cui i bambini pensano e credono. … La piattaforma della scuola materna è progettata a favore della nazionalità Han cinese: il modo in cui si parla, gli argomenti, come riconoscere gli oggetti, qualsiasi conoscenza che viene introdotta. Non c’è neanche una minima traccia del modo di pensare tibetano. Il risultato è che i bambini che escono a 6 anni dalla scuola materna, anche se entrambi i genitori sono tibetani, pensano di essere cinesi. In una o due decadi, forse la cultura morirà e rimarrà solo in un museo”.

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