22/04/2026, 12.30
ASIA PACIFICO
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Dal Pacifico alla Corea: il Goldman Prize alle donne per l'ambiente

Quest'anno il riconoscimento è andato a sei attiviste per il loro impegno nella difesa degli ecosistemi e delle comunità locali. Tra loro, la papuana Theonila Roka Matbob, protagonista di una lunga battaglia per la bonifica della miniera di Panguna, e la sudcoreana Borim Kim, che ha guidato una causa climatica culminata in una sentenza costituzionale a favore delle nuove generazioni.

San Francisco (AsiaNews) - Il Goldman Environmental Prize 2026, spesso definito il “Nobel verde”, è stato assegnato ieri a sei attiviste provenienti dai diversi continenti per il loro impegno nella difesa dell’ambiente e delle comunità indigene locali. Per la prima volta nella storia del riconoscimento, istituito nel 1989, tutte le vincitrici sono donne, a conferma di una crescente leadership femminile nell’attivismo ambientalista.

Due le rappresentanti provenienti dall’Asia-Pacifico: Theonila Roka Matbob, dalla Papua Nuova Guinea, e la sudcoreana Borim Kim. La prima è diventata il volto di una lunga lotta contro la miniera di Panguna, nell’isola di Bougainville, uno dei più grandi siti di estrazione di rame e oro al mondo, che per decenni ha provocato gravi danni ambientali, contaminando terre e corsi d’acqua e incidendo profondamente sulle comunità locali. Le comunità locali, inoltre, in poco meno di 20 anni di attività, hanno ricevuto solo l’1,4% dei ricavi e le proteste della popolazione sono poi sfociate anche in una guerra civile, terminata con la concessione di uno status di autogoverno a Bougainville. 

Eventi che hanno profondamente segnato Matbob, che oggi ha 35 anni e proviene dalla comunità indigena Nasioi. Il padre venne catturato e ucciso dai ribelli e insieme alla madre e ai fratelli visse i primi anni di vita in un campo per sfollati. Nel 2013, insieme al marito, ha co-fondato il John Roka Counselling & Learning Centre, una ong che offre istruzione e supporto psicologico alle comunità colpite dalla guerra civile. Nel 2018, ha partecipato al Panguna Listening Project della della diocesi e, nel 2019, ha collaborato con lo Human Rights Law Centre per raccogliere testimonianze dagli abitanti dei villaggi lungo la valle del fiume, documentando i danni ambientali continui e diffusi causati dai rifiuti minerari, anche decenni dopo la chiusura della miniera.

Dopo essere stata eletta nel 2020 alla Camera dei rappresentanti di Bougainville, ha guidato una campagna che ha portato, nel 2024, a un accordo storico con il colosso minerario Rio Tinto, che nel 2016 aveva venduto le proprie quote al governo locale e della Papua Nuova Guinea nel tentativo di scaricare le responsabilità ambientali. La decisione costringe l’azienda anglo-australiana a riconoscere le proprie responsabilità e ad avviare un processo di bonifica del sito, oltre trent’anni dopo la chiusura della miniera.

Le popolazioni insulari del Pacifico sono particolarmente esposte agli effetti del cambiamento climatico e alle conseguenze dello sfruttamento delle risorse naturali. La vittoria legale di Matbob non solo sancisce il diritto delle comunità locali a ottenere riparazione per danni spesso rimasti impuniti, ma rappresenta anche un precedente legale importante che potrebbe aiutare anche altre comunità a ottenere giustizia.

Anche Borim Kim, 31 anni, è stata premiata per aver condotto un’importante battaglia legale in Corea del Sud. Una decisione presa nel 2018 dopo una delle peggiore ondate di calore che avessero mai colpito la penisola coreana. Insieme all’organizzazione Youth 4 Climate Action, ha promosso una causa costituzionale contro il governo, sostenendo che le politiche climatiche di Seoul non proteggano sufficientemente le generazioni future. Nel 2024, la Corte costituzionale sudcoreana ha dato ragione agli attivisti, stabilendo che le politiche statali violavano i diritti fondamentali dei cittadini più giovani. La sentenza ha obbligato il governo a introdurre obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni per il periodo 2031-2049. Un’analisi del think tank sudcoreano NEXT Group ha stimato che la decisione eviterà l’emissione di una quantità di CO₂ compresa tra 1.600 e 2.100 milioni di tonnellate. La Corea del Sud, con 51 milioni di abitanti, è il tredicesimo Paese al mondo per emissione di gas serra perché ancora oggi utilizza carbone e gas naturale per la produzione di energia. Solo il 9% dell’elettricità è prodotta da fonti rinnovabili, secondo dati del 2023.

Si tratta della prima causa climatica guidata da giovani ad avere successo in Asia, un precedente destinato a influenzare non solo la politica sudcoreana ma anche altri contesti nella regione. Un caso che dimostra come il diritto possa diventare uno strumento centrale nella lotta al cambiamento climatico quando le istituzioni tardano ad agire.

Anche nel Regno Unito Sarah Finch ha ottenuto il riconoscimento per aver portato la questione delle emissioni in tribunale. Nel 2024 la Corte Suprema britannica ha stabilito che le autorizzazioni per nuovi progetti fossili devono considerare anche le emissioni derivanti dall’uso finale di petrolio, gas e carbone. Negli Stati Uniti, la leader yup’ik Alannah Acaq Hurley ha coordinato le comunità indiane d’America riuscendo a fermare il progetto della gigantesca miniera in Alaska. Il risultato è stato uno storico veto federale che protegge una delle aree più ricche di biodiversità del Nord America, fondamentale anche per la pesca al salmone. In Colombia, la giovane attivista Yuvelis Morales Blanco ha mobilitato la propria comunità contro i progetti di fracking nella regione di Puerto Wilches. In Nigeria, invece, Iroro Tanshi ha guidato una campagna per proteggere un raro pipistrello in via di estinzione, minacciato dagli incendi provocati dall’uomo. Attraverso squadre locali, è riuscita a prevenire decine di incendi nell’area della riserva di Afi Mountain, salvaguardando non solo l’habitat, ma anche i mezzi di sussistenza delle comunità.

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