05/05/2026, 12.01
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Dall’Opec a Fujairah gli Emirati nuovo epicentro della guerra in Medio oriente

di Dario Salvi

Nell’attacco iraniano al terminale petrolifero negli Emirati Arabi Uniti, il solo capace di aggirare Hormuz, feriti tre lavoratori indiani. Una scintilla che rischia di riaccendere il conflitto regionale, in un quadro di alleanze e interessi contrapposti. Sullo sfondo la decisione di Abu Dhabi di lasciare il cartello dei Paesi esportatori e saldare l’asse con Israele. Passi che per Teheran porteranno al “collasso” del Golfo. 

Milano (AsiaNews) - La guerra di Israele e Stati Uniti all’Iran non ha solo inasprito le relazioni fra la Repubblica islamica e le nazioni dell’area - dall’Arabia Saudita al Kuwait, dal Bahrein agli Emirati Arabi Uniti - ma ha alimentato divisioni e tensioni fra i Paesi del Goilfo, nominalmente alleati, ma spesso rivali. Una escalation che, a fine aprile, è deflagrata nella decisione di Abu Dhabi di lasciare l’Opec, il cartello che riunisce i principali Paesi produttori di petrolio al mondo, a partire dal primo maggio. La questione non riguarda solo l’elemento energetico ed economico, ma riveste profonde implicazioni geopolitiche e sociali per tutta la regione mediorientale, con gli Emirati associati sempre di più agli “Accordi di Abramo” fimarti con Israele. Anche per questo la federazione emerge in questi giorni come il “centro nevralgico” di un conflitto solo all’apparenza congelato, ma che continua ad ardere sotto il manto di una diplomazia internazionale (guidata dal Pakistan) incapace sinora di portare ad un accordo di pace.

Alleanze e rivalità si mescolano nel tempo, spesso sovrastate dal rumore delle armi: ieri, infatti, la Repubblica islamica avrebbe attaccato il centro petrolifero di Fujairah, terminale del gasdotto Adcop e considerata infrastruttura chiave per gli Emirati perché rappresenta il solo snodo in grado di bypassare Hormuz. L'azione ha provocato anche il ferimento di tre lavoratori migranti indiani. Il gasdotto, con una capacità di 1,5 milioni di barili al giorno ed espandibile fino a 1,8, è stato costruito proprio per esportare il greggio senza passare dalle acque agitate dello stretto. Colpendolo con droni e missili, il regime di Teheran - diviso al suo interno fra irriducibili che premono per il conflitto e una fazione più moderata e dialogante - vuole bloccare la sola via di transito terrestre assieme a quella saudita di Yanbu. Un centro, quest’ultimo, che funziona a regime ridotto avendo perso almeno 700 barili al giorno di capacità, dopo l’attacco iraniano di aprile. 

Emirati e Opec: strade divergenti

La decisione degli Emirati Arabi Uniti (Eau) di uscire dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio [cartello che comprende fra gli altri Arabia Saudita, Kuwait, Iran, Venezuela, Nigeria ma non la Russia e gli Stati Uniti] ha un valore che trascende il solo fattore economico. L’Opec, fondato nel 1960 come contraltare alle potenze occidentali, controlla oggi circa il 70% delle riserve petrolifere mondiali e attraverso i volumi di produzione - come in occasione del “grande shock petrolifero” del 1973 - riesce a influire sulle politiche globali. L’ultimo attore regionale a lasciare il gruppo è stato il Qatar nel 2019, ma lo scossone innescato dagli Emirati trae origine dalle profonde tensioni politiche in Medio oriente ed è destinato a determinarne la direzione futura. Una scelta che non si spiega solo con la guerra all’Iran e la risposta di Teheran che ha toccato settori di primaria importanza per il Paese, dall’energia agli impianti (come avvenuto in queste ore) sino al turismo.

In gioco vi è infatti anche una diversa visione globale con i cugini (e rivali) sauditi, a partire dallo Stato ebraico col quale vi sono rapporti ufficiali dal 2020 mentre Riyadh continua a mostrare forti perplessità a instaurare piene relazioni diplomatiche. A ciò si unisce la recente decisione del regno wahhabita di rafforzare l’alleanza militare con il Pakistan, beneficiando dello scudo nucleare. Prima ancora che di carattere economico, la mossa di Abu Dhabi si inquadra in uno scacchiere politico e strategico mondiale, con una scelta di campo decisa a fianco di Israele e Stati Uniti, ma con relazioni sempre più strette anche con l'India. Gli Emirati dimostrano di voler diversificare sempre più l’economia affrancandosi dal petrolio e puntando su turismo, logistica, innovazione e finanza, secondo un percorso intrapreso anche dai sauditi. Tuttavia, la guerra e i danni ad essa collegati rischiano di affossare questo progetto di lungo periodo. 

Rivalità e nuovi equilibri

La guerra ha poi soffiato sul fuoco di antiche divisioni e interessi contrapposti, come quello fra Abu Dhabi e Teheran attorno a tre isole - Abu Musa, Greater Tunb e Lesser Tunb - che l’Iran ha occupato al momento dell’indipendenza degli Emirati dalla Gran Bretagna nel 1971. Questi lembi di terra rafforzano la posizione strategica della Repubblica islamica lungo le rotte di navigazione del Golfo, che vanno ben oltre il solo Stretto di Hormuz. Il Kuwait ha già subito i danni di una guerra sul proprio territorio, come avvenuto negli anni ‘80 per le violenze politiche legate all’Iran e l’invasione per mano dell’Iraq del rais Saddam Hussein nel 1990. Gli Stati che non possono aggirare Hormuz - leggi Bahrain, Kuwait e Qatar - sono quelli che hanno subito in queste settimane i maggiori danni economici per la guerra. Di contro l’Oman, che controlla un lato dello stretto, potrebbe trarne beneficio nel lungo periodo anche mediante un nuovo accordo con l’Iran, con cui il Sultanato ha sempre mantenuto legami solidi. Studiosi e analisti della regione affermano che l’attacco israelo-americano ha riaperto vecchie fratture e potrebbe crearne di nuove fra gli Stati del Golfo, contribuendo a mischiare le carte in un’ottica di rivalità e alleanze.

La guerra starebbe anche minando le residue vie di cooperazione, rendendo se possibile ancor più pericolosa e frammentata un’area teatro di profonde instabilità e che faticava a puntellare fragili equilibri. Analisti ed esperti delineano oggi quattro diverse alleanze in gioco: l’Iran, con i proxy regionali dagli Hezbollah libanesi agli Houthi in Yemen fino alle milizie sciite in Iraq; gli Emirati Arabi Uniti e Israele (e gli Usa); l’Arabia Saudita e il Pakistan; infine la Turchia e il Qatar, da tempo uniti in nome di una “fratellanza musulmana” spesso invisa alle monarchie del Golfo.

In questo quadro, l’attacco a Fujairah rischia di diventare la scintilla che riaccende il fuoco del conflitto e sono proprio gli Emirati a trovarsi oggi con il cerino in mano. Secondo alcuni osservatori, infatti, ora Abu Dhabi si trova davanti tre opzioni, ciascuna con fattori di criticità: la prima è di assorbire l’attacco e scongiurare un’escalation con Teheran, dopo aver contribuito attivamente nelle scorse settimane alle operazioni israelo-americane in territorio iraniano; la seconda è di rispondere sul piano militare all’aggressione, rischiando di provocare una guerra aperta nel Golfo e inasprire ancor più la crisi energetico-petrolifera; infine la richiesta di un intervento diretto degli Stati Uniti, coinvolgendo nella guerra le basi Usa in Qatar, Bahrein, Kuwait e negli stessi Emirati. In ogni caso, una situazione esplosiva che rischia di affossare le residue speranze di soluzione diplomatica. 

Il ‘collasso’ visto da Teheran

Degli Emirati, della loro uscita dall’Opec e del nuovo corso della regione, partendo da quello che viene definito il “collasso” del precedente “ordine del Golfo Persico”, ha parlato in queste ore in un lungo editoriale anche il Teheran Times, dal 1979 voce in lingua inglese del regime degli ayatollah. La decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l'Opec è stata presentata da Abu Dhabi come una mossa strategica volta a una maggiore autonomia energetica, ma la realtà secondo la Repubblica islamica sarebbe ben diversa. Rappresenterebbe il “tacito riconoscimento” di una “sconfitta geopolitica” più profonda: la fine di un progetto decennale in cui le monarchie del Golfo Persico hanno tentato di costruire un ordine regionale che escluda l’Iran e il crollo dell’architettura di sicurezza avviato nel 1981. Con il Consiglio di cooperazione del Golfo Persico (Gcc) concepito come “un cordone sanitario” contro la “rivoluzione islamica”.

Quattro decenni dopo, quel progetto viene definito “più apparenza che realtà”. Costruito sulla finzione di una solidarietà monarchica condivisa, il Gcc nasconderebbe agli occhi di Teheran “profonde rivalità e visioni contraddittorie” del futuro regionale. Ciò che lo teneva insieme non era “un progetto comune positivo, ma un nemico comune: l’Iran”. Il blocco contro il Qatar tra il 2017 e il 2021 ha messo a nudo la profondità delle divisioni. Riyadh e Abu Dhabi hanno tentato di punire Doha per le sue relazioni con l’Iran e la Turchia, ma il Qatar avrebbe “resistito”. Inoltre, la guerra nello Yemen ha rappresentato “un'altra umiliazione collettiva” mentre il conflitto in Iran ha sancito questa “disintegrazione”. Per l’Iran l’era dell’Opec dominata dall’Arabia Saudita “è finita” e il mercato petrolifero globale “opera in una nuova realtà”. 

Per Teheran gli Emirati Arabi Uniti e il leader Mohammed bin Zayed si troverebbero ora ad affrontare un contesto strategico definto “fondamentalmente ostile”, con l’Iran in grado di “agire” contro Abu Dhabi, mentre Riyadh percepisce gli Emirati “come un concorrente la cui autonomia deve essere contenuta”. E il ruolo di “jolly” nel mazzo regionale che Abu Dhabi aveva svolto per anni è “terminato”. Secondo Teheran “Abu Dhabi non può più competere nelle strutture che definivano l’ordine precedente” mentre quello attuale “viene definito da potenze che non includono gli Emirati come attore principale: Iran, Arabia Saudita, Turchia, con la mediazione di Cina e Russia. Abu Dhabi può adattarsi a questo ordine o resistergli, ma difficilmente può plasmarlo. Tutte queste - conclude l’editoriale - sono manifestazioni di una trasformazione più profonda: la fine dell’ordine del Golfo Persico sotto l’egemonia americana”.

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