19/08/2023, 10.30
CAMBOGIA
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Damó, il primo sacerdote gesuita cambogiano

di p. Alberto Caccaro *

Ordinato oggi in una celebrazione presieduta a Battambang dal vicario apostolico di Phom Phen. P. Alberto Caccaro, missionario del Pime, che lo ha avuto accanto come volontario nelle scuole: "Lavorare con te ha reso questa terra una casa per me, per molti".

Batambang (AsiaNews) - Damó Chuor, classe 1984, da questa mattina è il primo sacerdote gesuita cambogiano della storia. Per quanto vi siano già una decina di preti diocesani, brillanti e generosi, e il prossimo 23 settembre verranno ordinati sacerdoti altri tre diaconi per il vicariato apostolico di Phnom Penh, Damó è il primo cambogiano ad unirsi alla Compagnia di Gesù. I Gesuiti sono presenti in Cambogia fin dai primi anni ’90 del secolo scorso, massicciamente impegnati con il Jesuits Refugee Service e a servizio della prefettura apostolica di Battambang.

Ho avuto la grazia di conoscere Damó più di vent’anni fa presso la sua parrocchia di origine nella città di Kompong Cham, sede dell’omonima prefettura apostolica, mentre ancora studiavo la lingua khmer. Da allora, pur lontani per i diversi impegni di vita, non ci siamo mai più separati. Quando fui mandato a Prey Veng, mia prima missione, ebbi ancora la fortuna di avere Damó come volontario nei fine settimana mentre studiava presso la Royal University of Law and Economics di Phnom Penh, ma fu solo dopo la laurea, nel 2006, che decise di venire a Prey Veng a tempo pieno per dare man forte alla mia imberbe avventura missionaria. Pensavo che con la fine degli studi avrebbe intrapreso un’altra strada, un’altra carriera. Il suo corso di laurea infatti, in quanto bilingue (khmer e francese), era considerato prestigioso perché preparava gli studenti migliori ad un possibile prosieguo degli studi in Francia. E quando, nell’ultimo fine settimana prima della fine dell’anno accademico gli confidai la paura di perderlo, lui mi disse: «Non preoccupati padre, ci saremo anche dopo». Così, assieme ad una compagna di corso, venne a Prey Veng e vi rimase fino al 2012 per poi entrare nel noviziato dei Gesuiti a Quezon City nelle Filippine.

Sarebbero seguiti circa dieci anni di formazione, senza sconti, presso l’Ateneo Teologico di Manila, fino a pochi mesi fa. Nel 2014 emise i primi voti e poi via, fino all’ordinazione sacerdotale di oggi, per l’imposizione delle mani di mons. Olivier Schmitthaeusler, vicario apostolico di Phnom Penh, alla presenza di mons. Kike Figaredo, prefetto apostolico di Battambang, di mons. Pierre Suon Hangly, prefetto apostolico di Kompong Cham, di 75 sacerdoti (e una quindicina di monaci buddhisti) con 1500 fedeli, nella città di Battambang.

Ebbene, fu la grazia dell’amicizia con Damó a riempire di senso e di lavoro la mia vita in quegli anni e per tutti gli anni a venire. Puro dono di Dio, Damó aveva ricevuto il Battesimo nel 2000, all’età di sedici anni. Le ragioni che lo avevano indotto a chiedere di divenire cristiano sono presto dette, l’umiltà e la modestia di Gesù, Figlio di Dio che fa coincidere la sua divinità con la sua umanità, la vicinanza della Chiesa alla gente semplice, la cura per i poveri e per gli ultimi. Ché sono però da raggiungere. Per questo negli anni trascorsi a Prey Veng, non fu per niente difficile ingaggiare Damó in peripezie impossibili pur di raggiungere i villaggi più lontani e là organizzare quelle che allora chiamavamo “le biblioteche mobili”. Si caricava di libri e con una moto partiva per 40-50 chilometri di sterrato pur di raggiungere quei villaggi che avevamo individuato come luoghi opportuni per radunare i bambini e insegnare loro a leggere e a fare di quei libri strade per un futuro possibile. Poi tornava a casa soddisfatto, con la certezza del poeta, quella di aver "attraversato campi che non erano parte di tenute terrene" (P. Kavanagh, Collected Poems , London 1964, p. 29).

Non furono solo queste peripezie a marcare il passaggio di Damó a Prey Veng. Dopo alcuni anni di lavoro e chilometri di strada per villaggi e acquitrini, cominciammo a sognare una scuola nostra dove la cura per gli alunni e la passione per il sapere potesse dare sapore alla nostra e loro vita. Fu così che Damó ci mise letteralmente il nome e la faccia per la costruzione della nostra prima scuola, un piccolo liceo di provincia che presto sarebbe diventato famoso e negli anni avrebbe formato centinaia di giovani. Anzi, pochi anni dopo, alcuni ex-alunni di questa prima scuola avrebbero reso possibile la creazione di una seconda, poi di una terza, poi di una quarta scuola, ma tutto questo non sarebbe accaduto senza quel primo suo osare e riuscire. Probabilmente, questa sua passione per l’educazione e per la scuola come ambiente vitale – altrove ho scritto del rapporto fra l’istituzione scolastica e quella monastica – è anche la ragione che lo ha avvicinato ai gesuiti. La figura di p. Ashley Evans sj, in particolare, irlandese come il poeta citato poco sopra, e gesuita, fu altrettanto decisiva nel discernimento di Damó. Mi piace ricordare l’amico p. Ashley perché, per quanto non sia più fisicamente in Cambogia, ha speso le sue migliori energie per questo Paese e per il suo sistema scolastico.

Nel corso della celebrazione di ordinazione, dopo l’imposizione delle mani, Damó mi ha chiesto di ri-vestirlo con gli abiti sacerdotali. In particolare la casula che tradizionalmente ha lo scopo di rivestire il sacerdote del Cristo stesso o meglio, del «giogo di Cristo» e farne un alter Christus. Si può desumere questo significato dalla preghiera un tempo recitata dai sacerdoti nell’atto di vestire la casula: Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen – Signore, tu che hai detto “Il mio giogo è soave e il mio carico leggero”, fa’ che io possa portarlo per meritare la tua grazia.

Più ancora secondo l’etimologia, il significato della parola càsŭla rimanda a casupola, piccola casa o capanna. Rivestirsi della casula e dunque di Cristo vuole dire fare di Lui il proprio tetto, la propria casa, la propria dimora. Così per ogni sacerdote, così per Damó. Non abbiamo una famiglia nostra, noi preti … Tu o Cristo sei la nostra casa, la nostra dimora, il nostro vestito, il nostro cibo …  Tu, o Cristo, sei il nostro desiderio.

Grazie Damó. Lavorare con te ha reso questa terra, e la scuola(e) che hai costruito, una casa: per me, per molti. Ora che sei sacerdote, sono io a chiederti una benedizione affinché rivestendomi ogni giorno di quella casula, celebrando, possa sempre, lì dentro, sentirmi a casa.

* missionario del Pime in Cambogia

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