29/05/2026, 10.34
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Delhi ha creato cinque distretti in Ladakh per separare buddhisti e musulmani

Dopo decenni di rivalità tra le leadership politiche delle città di Leh e Kargil, la revoca dell’autonomia del Jammu e Kashmir nel 2019 aveva favorito una storica unione per chiedere maggiori tutele costituzionali e la difesa delle terre tribali. Ora l'istituzione di nuove unità amministrative nella regione himalayana ha riacceso le accuse contro il governo del premier Narendra Modi di voler dividere  la popolazione lungo linee etniche e religiose e favorire il controllo diretto di Delhi.

Leh (AsiaNews) - La decisione del governo indiano di creare cinque nuovi distretti amministrativi nell’altopiano himalayano del Ladakh ha riacceso il timore di una strategia di “divide et impera” da parte di Delhi allo stesso modo di quanto già avvenuto in Kashmir. La riorganizzazione territoriale, approvata il 27 aprile dal governatore Vinai Kumar Saxena, ha messo in evidenza i tentativi da parte del governo centrale di andare a dividere i buddhisti e i musulmani della regione, che erano riusciti a superare anni di rivalità e diffidenze reciproche, costruendo una piattaforma politica comune contro il crescente controllo diretto dell’esecutivo guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) del primo ministro Narendra Modi.

Con la creazione dei nuovi distretti di Sham, Nubra, Changthang, Zanskar e Drass, il territorio himalayano passa da due a sette distretti amministrativi. Ufficialmente l’obiettivo sarebbe decentralizzare il potere e migliorare l’accesso ai servizi pubblici nelle aree più isolate. Ma alcuni analisti sostengono che il vero scopo sia ridurre il peso politico della componente musulmana e spezzare la coalizione che le città di Leh e Kargil, da sempre i due principali poli religiosi e politici della regione, erano riuscite a costruire negli ultimi anni. 

Secondo l’ultimo censimento disponibile, risalente al 2011, il Ladakh conta circa 274mila abitanti, di cui il 46,4% musulmani e il 39,6% buddhisti. Nonostante i musulmani rappresentino una lieve maggioranza demografica, con la nuova delimitazione amministrativa saranno in maggioranza soltanto in due distretti (Kargil e Drass). Lo storico Siddiq Wahid, ha sottolineato che in questo modo “si riduce la rappresentanza musulmana a meno di un terzo, nonostante musulmani e buddhisti abbiano numeri quasi equivalenti”.

Quella attualmente in corso in Ladakh è la fase successiva di una trasformazione politica iniziata nel 2019, quando il governo Modi revocò lo status speciale del Jammu e Kashmir abolendo l’articolo 370 della Costituzione indiana e dividendo l’ex Stato in due territori federali amministrati direttamente da Delhi: il Jammu e Kashmir da una parte, il Ladakh dall’altra.

Molti buddhisti di Leh in un primo momento videro in quella decisione una vittoria storica. Per decenni avevano chiesto di separarsi dal Kashmir, sostenendo di essere stati messi ai margini sia sul piano economico sia su quello politico. Già dagli anni ‘50 i leader buddhisti avevano chiesto maggiore autonomia, e in alcuni casi l’annessione diretta al governo indiano centrale. Negli anni ‘80 la Ladakh Buddhist Association trasformò questa rivendicazione in una vera mobilitazione identitaria, aprendo la strada alle tensioni settarie con la popolazione musulmana di Kargil.

Nel 1989 la situazione si cristallizzò: a Leh si diffuse l’idea che i musulmani e il Kashmir rappresentassero un ostacolo allo sviluppo della regione, mentre la città di Kargil, a maggioranza sciita, reagì avvicinandosi al Kashmir e opponendosi alla separazione, temendo di diventare un’altra periferia marginale.

Dopo trent’anni di divisioni lungo linee religiose, l’assetto imposto nel 2019 portò a un’alleanza tra le due città rivali. La gioia degli abitanti di Leh di aver ottenuto il riconoscimento di Territorio dell’Unione (come New Delhi, Puducherry e le isole Andamane e Nicobare) è stata presto sostituita dalla disillusione. Il Ladakh infatti non ha finora ancora ottenuto un parlamento locale eletto, al contrario del Jammu e Kashmir, ma è passato sotto il controllo diretto del ministero degli Interni indiano attraverso quello che viene chiamato luogotenente governatore, nominato da Delhi.

Funzionari provenienti da altre parti dell’India hanno assunto il controllo delle principali decisioni amministrative, mentre i due consigli autonomi eletti di Leh e Kargil hanno perso peso politico. Molti abitanti hanno espresso il timore che l’apertura agli investimenti esterni possa favorire l’arrivo di lavoratori e imprese con il rischio di gli equilibri demografici e mettere a rischio le terre tribali.

È grazie a queste paure condivise se Leh e Kargil si sono riavvicinate. Le due principali organizzazioni politiche locali - il Leh Apex Body e la Kargil Democratic Alliance - hanno così deciso di unire le forze chiedendo quattro garanzie fondamentali: pieno riconoscimento della Costituzione, tutela delle terre e dei posti di lavoro locali, una rappresentanza politica più ampia e il ripristino di istituzioni elettive in maniera democratica.

La convergenza tra buddhisti e musulmani rappresenta, secondo diversi commentatori, una svolta senza precedenti nella storia politica del Ladakh. Anche personalità come l’attivista per il clima Sonam Wangchuk hanno contribuito alla mobilitazione generale, organizzando proteste, digiuni e marce per denunciare la crescente centralizzazione del potere da parte di Delhi.

Nel 2021 il governo indiano è stato costretto a creare un “High Powered Committee” per negoziare una soluzione con i rappresentanti del Ladakh. Soluzione che non è mai arrivata perché a settembre dello scorso anno i colloqui si sono interrotti in seguito a violente proteste a Leh. I negoziati sono ripresi negli ultimi mesi e, secondo diversi media indiani, sarebbe stata raggiunta un’intesa preliminare per creare un organo legislativo eletto dotato di poteri amministrativi e finanziari, oltre a particolari tutele costituzionali simili a quelle garantite in altri Stati sulla catena dell’Himalaya.

Molti abitanti guardano con sospetto alle nuove promesse del governo indiano. La creazione dei nuovi distretti appare come un tentativo di indebolire la solidarietà che si è creata tra buddhisti e musulmani. “È un altro esempio del progetto di marginalizzazione dei musulmani portato avanti dal governo Modi in tutta l’India”, ha dichiarato Sajjad Kargili, uno dei volti dell’attivismo locale.

Da quando è salito al potere nel 2014 il BJP cerca di alimentare il proprio consenso polarizzando l’elettorato lungo linee etniche e religiose. È successo per esempio anche in Manipur, dove il conflitto scoppiato tre anni fa non è ancora stato risolto dal governo, che ha avviato i negoziati ma ha poi mostrato un certo disinteresse.

“La domanda che oggi si pongono i ladakhi”, ha sottolineato ancora lo storico Siddiq Wahid, “è se i colloqui siano davvero un tentativo di pace o soltanto una strategia per guadagnare tempo mentre la scacchiera politica del Ladakh viene lentamente ridisegnata a vantaggio di Delhi”.

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