20/02/2007, 00.00
AFGHANISTAN
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Donne afghane in prima linea contro tabù e vecchie tradizioni islamiche

di Marta Allevato
In una tavola rotonda organizzata dal ministero italiano degli Esteri, esponenti femminili della politica e della società civile afghana raccontano i progressi compiuti dalla caduta dei talebani: elezioni libere, alfabetizzazione, sviluppo delle donne. Allo stesso tempo indicano numerosi obiettivi ancora lontani.
Roma (AsiaNews) – A 5 anni dalla caduta del regime del mullah Omar, che le aveva relegate fra le mura domestiche, vittime di soprusi sempre impuniti, la condizione delle donne in Afghanistan sta migliorando, anche se il futuro del Paese appare ancora “sospeso”. A fronte di un grande sviluppo si registra ancora un alto tasso di analfabetismo, mortalità da parto, violenze domestiche. Le donne col burqa azzurro per le vie di Kabul sono ormai non solo il simbolo dell’oppressione talebana, ma del difficile passaggio alla modernità delle società musulmane, che si gioca soprattutto sulla questione femminile.
 
Lo scorso 16 febbraio a Roma, a ridosso del voto sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, alcune esponenti della politica e della società civile afghana - parlamentari, giornaliste, imprenditrici, avvocati – hanno raccontato gli “enormi” passi avanti nella conquista dei propri diritti e indicato le piste da seguire per il futuro. L’incontro, voluto dal ministero italiano degli Esteri, aveva come tema “Afghanistan democrazia, giustizia e sviluppo: il ruolo delle donne”.
Povertà, istruzione e sanità sono le “top priorities” da affrontare, secondo Shukria Barakzai, deputa della Wolesi Jirga (Camera bassa del Parlamento). L’Afghanistan è ancora uno dei Paesi più poveri del mondo: “Il 60 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà, il lavoro è assente o sottopagato”. “Per questo fioriscono corruzione e narcotraffico – aggiunge – soprattutto tra i giudici che esercitano un mestiere rischioso, ma mal retribuito”.
 
“Combattiamo contro una mentalità medievale - continua la Barakzai - e garantire l’istruzione è fondamentale”, anche se scuole e insegnanti sono nel mirino dei fondamentalisti soprattutto nelle zone più remote. Oggi però l’alfabetizzazione aumenta, anche tra le donne. Secondo stime dell’Onu, il 40 per cento delle donne va a scuola, il dato sale al 50 percento nelle classi elementari, mentre scende al 32 percento a livello universitario.
La mortalità da parto vede l’Afghanistan al secondo posto nel mondo. “Le donne – denuncia Hangama Anwari, Commissario dell’Afghanistan Independent Human Rights Commission – hanno una vita media di 44 anni, non hanno accesso garantito al sistema sanitario e la condizione delle detenute incinta è terribile”.
 
“La situazione dei diritti umani è ancora disastrosa - racconta la Anwari - le donne non hanno posto nel sistema giudiziario e a loro non è ancora garantita di fatto una parità di diritti”. “Negli organi giudiziari non vi sono donne e pochissime sono quelle che hanno il coraggio di sporgere denuncia”. Nel quadro dell’impegno in Afghanistan, è l’Italia il Paese deputato alla riforma della Giustizia. “Ma le debolezze del sistema legislativo sono ancora forti”, dice Anwari. Bisogna rivedere le norme sul divorzio e quelle sulla famiglia. Discriminazioni e soprusi fanno parte di una mentalità ben radicata e il tasso di violenze domestiche e suicidi è ancora elevato”.
E invita “i donatori internazionali e gli altri Paesi musulmani ad aiutarci nell’interpretare la legge in un modo più moderno”.
 
Ma alcuni passi significativi sono stati compiuti nella politica e nell’economia. Il 27 percento dei seggi in parlamento è occupato da donne, anche se solo una è ministro (per gli Affari delle donne, appunto), mentre a livello governativo pochi altri incarichi sono ricoperti da donne. “È un buon risultato, ma non basta”, dice ad AsiaNews Fawzia Koofi, vice presidente della Wolesi Jirga. “La difficoltà maggiore è la mentalità tradizionalista: viviamo in un Paese dominato dagli uomini, dove la politica è considerata da sempre un affare per soli uomini”.
Anche in economia le donne sono più presenti. A parlarne è Habiba Sarabi, la prima governatrice donna di Bamyan: “Nella nostra provincia le donne conducono piccole attività imprenditoriali e gestiscono negozi nei mercati pubblici, insieme agli uomini”. Suggerisce poi di “studiare forme per legittimare il contributo delle donne alla famiglia e all’economia familiare”. Numerose donne, infatti, lavorano nei campi, ma nessuna può gestire le entrate dell’attività agricola.
 
“Gli afghani apprezzano gli aiuti internazionali - spiega l’imprenditrice Shahla Nawabi - ma l’insicurezza aumenta e ora è necessario creare fiducia nella popolazione verso il governo. Purtroppo la gente non vede i frutti della ricostruzione: molti non hanno elettricità e mancano infrastrutture”. Secondo Nawabi, la comunità internazionale ha anche “il compito di assicurarsi che gli aiuti vengano investiti nel modo giusto”. Ma Shukria Barakzai è convinta e fiduciosa: “Come donne stiamo cambiando tradizioni e rompendo vecchi tabù; sono molto ottimista per il nostro futuro, a tutti i livelli: economico, sociale e politico. Abbiamo il sostegno della gente, di coloro che credono che l’Afghanistan può cambiare, che vi può essere giustizia, che può esistere una società pacifica; sono problemi che richiedono tempi lunghi per essere risolti, ma noi stiamo combattendo più per i nostri figli che per noi stesse”.
 
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