EX-comandante della Marina indagato per le sparizioni forzate del caso Navy 11 a Colombo
Scomparse tra il 2008 e il 2009 le undici vittime appartenevano a diverse comunità tra cui tamil e musulmani. Secondo gli investigatori, furono sequestrati da un’unità segreta dell’intelligence navale e detenuti nel “Gun Site” della base di Trincomalee prima di essere uccisi. I genitori di Dillan, una delle vittime, ad AsiaNews: "Un caso volutamente insabbiato per tanti anni per proteggere alti ufficili. Ora il governo vada avanti nel fare giustizia":
Colombo (AsiaNews) - Dopo gli ultimi sviluppi delle indagini sulle stragi della Pasqua 2019, qualcosa si muove a Colombo anche riguardo ai casi delle sparizioni forzate avvenute durante gli ultimi anni della guerra civile dello Sri Lanka sui quali da tempo famiglie e attivisti puntano il dito contro le forze di sicurezza che si sarebbero rese protagoniste di gravi abusi dei diritti umani.
Ora l’ex comandante della Marina, Ravindra Wijegunaratne, è stato ufficialmente indicato come sospettato nell’inchiesta riguardante il rapimento e la scomparsa di 11 persone avvenuti a Colombo e nelle aree circostanti tra il 2008 e il 2009, una delle vicende più emblematiche di quella stagione oscura. La decisione è stata presa dopo che il Dipartimento Investigativo Criminale (CID) ha presentato nuove informazioni al tribunale. Wijegunaratne è stato convocato a comparire davanti alla Corte di Fort il prossimo 22 luglio.
Il caso, noto come "Navy 11", riguarda 11 giovani uomini, molti dei quali studenti provenienti da Colombo e dai suoi sobborghi. Le vittime avevano un’età compresa tra i 17 e i 50 anni e appartenevano a diverse comunità etniche dello Sri Lanka: sei tamil, tre musulmani e due singalesi. Secondo gli investigatori, furono sequestrati da un’unità segreta dell’intelligence navale e utilizzati in un sistema organizzato di estorsione. Le famiglie ricevevano richieste di riscatto in cambio della liberazione dei loro parenti. Sebbene alcuni pagamenti siano stati effettuati, la maggior parte delle vittime non è mai tornata a casa e risulta tuttora dispersa.
Le indagini del CID hanno rivelato che i giovani sarebbero stati inizialmente detenuti in strutture navali a Colombo e successivamente trasferiti alla base navale di Trincomalee. Al centro dell’inchiesta vi è il cosiddetto campo “Gun Site”, un’area altamente riservata all’interno del complesso navale di Trincomalee che avrebbe funzionato come centro di detenzione segreto e illegale.
Secondo diverse testimonianze, i detenuti venivano trattenuti in condizioni estremamente dure, senza accesso alla luce naturale, sottoposti a interrogatori e, in alcuni casi, a torture. Alcuni dei sequestrati riuscirono a contattare brevemente le loro famiglie, confermando di essere detenuti prima a Colombo e poi nel sito di Trincomalee. Tuttavia, ogni comunicazione cessò improvvisamente e nessuno di loro fu più visto. Gli investigatori ritengono che possano essere stati uccisi dopo lunghi periodi di detenzione.
Tra quanti continuano a chiedere giustizia vi sono i coniugi Weerasinghe e Jennifer, genitori di Dillan, uno dei ragazzi scomparsi. Da 18 anni combattono affinché venga fatta luce sul destino del loro figlio e delle altre vittime, indipendentemente dall’appartenenza etnica. “Non abbiamo mai smesso di cercare giustizia – commenta Jennifer ad AsiaNews -. Crediamo che l'ex Procuratore Generale abbia deliberatamente trascinato questo caso per salvare alti ufficiali della Marina i cui nomi sono collegati a questo grave crimine. Esortiamo con grande fermezza il governo a considerare questo caso come prioritario”.
Anche il CID sostiene che alcuni alti ufficiali della Marina abbiano ostacolato le indagini, protetto sospetti e favorito la loro fuga all’estero. Lo stesso Wijegunaratne era già stato accusato in passato di aver aiutato uno dei principali sospettati e di aver interferito con il lavoro investigativo.




