Erbil, mons. Warda: i curdi vogliono restare fuori dalla polveriera mediorientale
Ad AsiaNews l’arcivescovo caldeo descrive una situazione di sospensione, ferme le scuole e università in un quadro di profonda instabilità. Il Kurdistan iracheno ancora una volta teatro di guerre altrui. La popolazione è “preoccupata” per il futuro e cerca di non farsi trascinare nel conflitto fra Israele e Stati Uniti con l’Iran. La preghiera dei cristiani per la pace, il ricordo di Francesco in Iraq e il sostegno di papa Leone.
Milano (AsiaNews) - Nella regione si vive una situazione di sospensione, la vita quotidiana “si è fermata per quanto riguarda scuole e università”, il quadro è “instabile” e la popolazione in generale appare “preoccupata per il futuro”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Bashar Warda, arcivescovo di Erbil, la capitale del Kurdistan irakeno, una delle aree maggiormente coinvolte dall’escalation del conflitto divampato in seguito all’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran del 28 febbraio. Una nuova guerra che infiamma la regione mediorientale e che ha colpito direttamente la comunità cristiana nei giorni scorsi, quando un raid lanciato oltre-confine dalla Repubblica islamica ha centrato due edifici ecclesiastici dell’arcivescovado ad Ankawa (nella foto). “Per quanto riguarda gli attacchi - prosegue il prelato - sferrati con missili e droni, ne abbiamo sei, sette, anche otto al giorno in momenti diversi. E questo rende e davvero difficile la vita delle persone, con una sensazione diffusa di incertezza e di timore”.
Dai Paesi del Golfo al Libano, dall’Iraq alle sponde del Mediterraneo, la nuova guerra fra Israele (e Stati Uniti) e l’Iran sta incendiando l’area, anche se il governo iracheno - e i vertici della regione autonoma del Kurdistan - cercano di scongiurare un coinvolgimento diretto. In questa prospettiva si leggono le dichiarazioni rilasciate da Baghdad ed Erbil che ribadiscono di voler rimanere neutrali ed equidistanti dai fronti belligeranti, rigettando anche la prospettiva di operazioni sul terreno con la partecipazione di milizie curde. Analisti ed esperti iracheni sottolineano come la guerra rappresenti una “minaccia esistenziale” per l’Iraq e metta in pericolo il futuro stesso della nazione, col Paese rischia di trasformarsi in arena per le potenze esterne per “regolare i conti” in sospeso.
“Per la nostra generazione - sottolinea mons. Warda - è l’ennesimo teatro di guerra e tutte le ferite hanno iniziato a sanguinare, di nuovo. Abbiamo sperimentato la guerra fra Iran e Iraq, vissuto il primo conflitto nel Golfo, le sanzioni, poi la seconda guerra del Golfo [innescata dall’invasione Usa che ha portato alla caduta di Saddam Hussein, ndr], infine lo Stato islamico (Isis)”. “Tutti questi ricordi - avverte - restano lì, impressi nella memoria. Potrei chiamarla paura, incertezza, preoccupazione, inquietudine per dare un nome a questi sentimenti, ma sono vivi e reali”.
Per questo la volontà diffusa è di rimanere estranei al conflitto e di non farsi coinvolgere nelle operazioni militari, a qualsiasi titolo: “La realtà è che il popolo curdo e il governo curdo hanno chiarito di non volersi immischiare - afferma il prelato - in questa situazione complicata, caotica, non vogliono farsi strumentalizzare da nessuna delle parti in causa, perché l’intera questione è piuttosto complicata, sotto tutti i punti di vista”. Il messaggio del governo del Kurdistan è di “restarne fuori” e continuare a lavorare “per promuovere la stabilità, la fine della violenza, la fine della guerra. Questo - sottolinea - è il messaggio”.
I timori di un coinvolgimento diretto nella guerra sono più che giustificati dai ripetuti lanci di missili e droni dall’Iran al Kurdistan e che hanno raggiunto anche edifici cristiani. “Ankawa è attaccata all’aeroporto” ricorda mons. Warda, accanto al quale vi è anche “una base militare delle forze della coalizione” ed entrambe sono obiettivi sensibili per l’Iran. “Ecco perché tutti questi missili e droni - prosegue - stanno attaccando l’aeroporto e la base”. In uno di questi il 4 marzo scorso, alle 8 di sera, parti di un drone hanno centrato il tetto del convento delle suore e un razzo Katyusha ha colpito la cappella del complesso caldeo. “Fortunatamente si sono registrati solo danni materiali all’edificio, alla cappella, al sistema fognario e a sette automobili parcheggiate nell’area. Anche uno dei generatori di elettricità è stato danneggiato, ma nessuno è rimasto ferito”.
In questa fase la Chiesa caldea ha congelato gli incontri dei giovani, le attività esterne, il catechismo e altre iniziative non essenziali, “mantenendo le celebrazioni come le messe serali, le preghiere per la Quaresima e la Via Crucis ogni venerdì mattina che restano partecipate. Per il resto - aggiunge - si cerca di vivere questa fase mantenendo calma e tranquillità”. Alcune scuole hanno anticipato la festa di Nowruz che garantisce almeno due settimana di vacanza, altri istituti come quello internazionale si stanno avviando a concludere l’anno perché hanno completato il programma. Al momento sono bloccate anche le comunicazioni con l’Iran, sottolinea il prelato, tanto che “non è stato possibile negli ultimi giorni riuscire a mettersi in contatto con mons. Imad [Khoshaba Gargees, arcieparca metropolita di Teheran dei caldei, ndr]. Tutte le comunicazioni sono congelate”.
Di contro, questo quadro di guerra e di tensione ha rafforzato i legami fra le diverse Chiese, le varie confessioni e i leader cristiani. In primis fra cattolici e ortodossi laddove “l’ecumenismo resta forte” anche in ricordo del viaggio di papa Francesco nel marzo 2021, con il suo messaggio di pace, di convivenza e di tolleranza affidato al popolo iracheno. “Il Medio oriente - afferma mons. Warda - resta una questione irrisolta, speriamo che questa sia la volta buona per arrivare a una soluzione finale. Non solo per una pace duratura, ma per trovare una via all’insegna di un vivere comune”. Il messaggio di speranza - prosegue - resta e come comunità cristiane vogliamo lavorare assieme, camminare assieme in questo momento difficile”. In conclusione, l’arcivescovo di Erbil lancia un appello ai cattolici in Occidente e nel mondo: “Vorrei che tutti - chiosa - ci ricordassero nelle loro preghiere. E ringraziamo papa Leone XIV perché ricorda continuamente al mondo quanto sia forte il bisogno di pace, in Medio oriente e oltre”.




