24/10/2016, 08.55
SIRIA
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Finita la tregua, nuovi combattimenti ad Aleppo. Accuse Usa a Damasco sulle armi chimiche

L’esercito siriano ha colpito il settore orientale, controllato dai ribelli. In risposta i miliziani hanno lanciato razzi e missili contro il quartiere occidentale. Negli scontri sarebbero morti almeno 20 miliziani. Secondo Washington il “regime” di Damasco mantiene un atteggiamento di “sfida” e viola le disposizioni del Consiglio di sicurezza Onu. 

 

Aleppo (AsiaNews/Agenzie) - Nel fine settimana sono riprese le violenze ad Aleppo, da tempo epicentro del conflitto fra l’esercito regolare fedele al presidente Bashar al Assad e le milizie ribelli, cui si uniscono gruppi jihadisti. Scaduto il termine di 72 ore di una “tregua umanitaria” nei bombardamenti, proclamata dalla Russia, si sono registrati nuovi, intensi combattimenti fra i due fronti. Ieri l’esercito siriano - sostenuto dai raid dei caccia di Mosca - ha colpito a più riprese il settore est della città, controllato dai ribelli. 

Testimoni riferiscono che le forze di terra governative sono avanzate nella periferia meridionale della città, un tempo capitale economica e commerciale della Siria. I militari avrebbero conquistato alcuni territori che dominano i quartieri di Rashideen e Khan Tuman, nelle mani dell’opposizione. 

Nel corso dei combattimenti sarebbero morti almeno 20 miliziani, la maggior parte appartenenti al gruppo di Fateh al-Sham, ex Fronte di al Nustra (emanazione di al Qaeda in Siria). 

In risposta, dal settore orientale - in cui vivono 250mila persone in condizioni di assedio - sono partiti razzi e missili che hanno centrato alcuni distretti della zona occidentale della metropoli, fedele a Damasco e in cui è racchiusa la maggioranza della popolazione (1,2 milioni di persone). 

Il 20 ottobre scorso Mosca aveva annunciato una “pausa umanitaria” nei bombardamenti: l’obiettivo era garantire otto corridoio attraverso i quali potesse fuggire la popolazione del settore orientale sotto assedio. Due di questi, in particolare, erano riservati ai combattenti che avrebbero potuto lasciare l’area con le loro armi. 

Tuttavia, solo uno sparuto gruppo di persone ha lasciato l’area utilizzando uno degli otto corridoi a disposizione. Anche le Nazioni Unite hanno desistito dal proposito di evacuare i feriti, a causa delle precarie condizioni di sicurezza per i propri operatori e volontari. 

Intanto dagli Stati Uniti arrivano nuove accuse al presidente Assad, il quale continuerebbe a mantenere un atteggiamento di “sfida” rispetto alle norme internazionali che vietano l’uso di armi chimiche. In una nota diffusa il 22 ottobre scorso Ned Price, portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale, condanna “nei termini più duri possibili” la “sfida” del “regime” di Assad in merito all’uso di armi chimiche e il rifiuto della Siria di rispettare la Convenzione sulle armi chimiche “sottoscritta nel 2013”. “Il regime - conclude l’alto funzionario statunitense - ha violato” la convenzione e “la risoluzione 2118 del Consiglio di sicurezza Onu sull’uso di cloro industriale come arma contro il proprio popolo”. 

Analisti ed esperti sottolineano che le nuove accuse lanciate da Washington a Damasco sull’uso di armi chimiche sarebbero un espediente utilizzato per giustificare, come avvenuto in passato in Iraq, un coinvolgimento diretto dell’esercito Usa nel conflitto. Una eventualità che preoccupa personalità di primo piano della Chiesa siriana. 

Non è la prima volta che, nel contesto del conflitto siriano, si registra l’uso di armi chimiche. Nel 2013 governo e ribelli si sono scambiati accuse e rimpallati la responsabilità di attacchi con agenti chimici. Le Nazioni Unite hanno aperto diverse inchieste in seguito alle denunce di uso di gas, sia da parte dell’esercito regolare che delle milizie ribelli.

L’ultima di queste risale ad agosto, quando gli esperti Onu hanno denunciato l’uso di gas al cloro “in almeno due occasioni” da parte dell’esercito governativo. Accuse respinte al mittente da parte del governo di Damasco. 

In passato anche il nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari, si era scagliato contro l’uso di armi chimiche; il neo porporato aveva anche mostrato grande apprezzamento per l’accordo Usa-Russia per la consegna e la distruzione delle armi chimiche possedute da Damasco.

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