23/01/2016, 13.28
EGITTO
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Fra luci e ombre, l’Egitto celebra i cinque anni della Primavera araba

Per il portavoce della Chiesa cattolica il governo cerca il rilancio puntando su agricoltura e industria. Fondamentali gli investimenti esteri e il fattore tempo. Più libertà in tema di minoranze e donne. Critici i movimenti giovanili, che vedono traditi gli ideali della rivoluzione. Per il leader del movimento di Maspero è necessario contrastare “quanti propagano l’odio”. 

Il Cairo (AsiaNews) - Fondamentalismo islamico, attacchi terroristi, crisi economica, disoccupazione, sicurezza interna. A cinque anni dall’inizio della Rivoluzione egiziana sono ancora molti i problemi di un Paese che, con difficoltà, cerca di mettersi alle spalle un periodo travagliato della propria storia e rilanciarsi in chiave futura. Gli ottimisti - in primis i cristiani - guardano a una crescente libertà a favore delle minoranze, a una maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica e agli investimenti governativi - industria, agricoltura - per il rilancio della nazione. Tuttavia, secondo i critici la situazione è peggiorata sia in tema di diritti civili che nell’economia. 

La rivoluzione egiziana - parte delle proteste che hanno caratterizzato Medio oriente e Nord Africa (Primavera araba) - ha preso il via il 25 gennaio 2011; essa ha rappresentato un vasto movimento di massa con episodi di disobbedienza civile, dimostrazioni di piazza e insurrezioni. Da moto popolare, pacifico, contro il regime decennale di Hosni Mubarak, ha avuto poi momenti di azioni violente, che hanno causato vittime fra manifestanti e poliziotti. 

Alla Primavera araba in Egitto è seguita l’ascesa al potere dei Fratelli musulmani guidati dall’ex presidente Mohamed Morsi, di ispirazione estremista islamica. E in questo periodo sono continuate le violenze contro liberali e contro cristiani. Morsi, primo presidente ad assumere la carica con voto popolare, è rimasto al potere sino al 3 luglio 2013 quando è stato deposto da un colpo di Stato militare. Oggi il Paese è guidato dall’ex generale Abdel Fattah al-Sisi.

Per p. Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica egiziana, “dopo cinque anni sperimentiamo ancora molte turbolenze, libertà e giustizia non sono ancora implementati a fondo”. Interpellato da AsiaNews, il sacerdote spiega che “il Paese cammina molto lentamente, restano i problemi e l’attuale leadership dovrà faticare molto per riparare ai danni causati dai Fratelli musulmani, che hanno lasciato una nazione in crisi”. Inoltre, la realtà di nazioni vicine come Siria, Libia, Sudan “non aiuta la nostra ripresa”.

Il portavoce della Chiesa egiziana conferma che “l’economia è il problema numero uno” e la presenza di gruppi estremisti - Stato islamico, al Qaeda, la Fratellanza - attivi sul territorio peggiora la situazione. Ma il Paese “deve rimanere aperto agli investimenti dall’estero”, come la Cina e la Russia, “anche se servirà molto tempo, perché il tempo è la prima risorsa necessaria per un rilancio”. Intanto l’attuale leadership punta “sull’industria e il settore agricolo, perché il turismo resta ancora molto debole” e la disoccupazione, in particolare fra i giovani, è alta. 

Fra gli elementi positivi sui quali investire per la rinascita dell’Egitto per p. Rafic vi è “la maggiore libertà di cui godono i cristiani, le minoranze, e la partecipazione delle donne. Sono piccoli segnali di cambiamento che confermano il processo di crescita e trasformazione intrapresa dal Paese”. 

Tuttavia, nel Paese vi sono anche posizioni più critiche non solo sul piano dei diritti, ma anche dal punto di vista economico. “Della Primavera araba resta il sacrificio di una generazione che ha provato a fare qualcosa per il nostro Paese, cercando di valorizzare il capitale umano secondo gli ideali di giustizia e libertà. Ma oggi la situazione è peggiore di prima”. Ad affermarlo è Mina Thabet, 30 anni, ricercatore alla Commissione egiziana per i diritti e le libertà, già leader della Maspero Youth Union. Nato nell’ottobre 2011 per denunciare il massacro dei copti di Maspero, il movimento cristiano raccoglie migliaia di sostenitori e ha organizzato, insieme ai “Tamarud”, la manifestazione da 30 milioni di persone che, a fine giugno 2013, ha contribuito alla caduta del presidente Morsi.

“Il governo restringe le libertà e mette sotto controllo ogni aspetto della vita pubblica - sottolinea - mentre noi speriamo e lottiamo ancora per gli ideali di uguaglianza, di giustizia, per una nazione libera. Non vi è rappresentanza politica, ma limitazioni e vincoli ai diritti di assemblea, di libera espressione, anche piazza Tahrir [simbolo della protesta del 2011 contro Mubarak] è inaccessibile”. 

A fronte di una situazione critica, il leader della Maspero Youth Union invita la gente “a venire in Egitto, vedere le nostre bellezze, la nostra storia, sostenendo l’industria del turismo” che è una delle “principali risorse del Paese”. Vi sono attacchi da parte di gruppi estremisti islamici, fra cui lo stesso Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico] e solo ieri sono morte una decina di persone, perlopiù poliziotti, nel corso di una operazione antiterrorismo in un sobborgo del Cairo. “È necessario intervenire - conclude - contro i leader religiosi musulmani e gli imam che usano parole violente, che propagano idee estremiste. Serve favorire la coesistenza, contrastando quanti propagano l’odio”. 

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