02/07/2010, 00.00
CINA
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Gli aumenti di salario non bastano: ancora scioperi a Tianjin

Gli operai della Mitsumi Electric ancora a braccia incrociate, nonostante le trattative in corso con la dirigenza. L’annuncio di 9 città e province riguardo ad un aumento dei salari minimi non ferma il movimento dei lavoratori.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Nonostante le concessioni del governo al movimento dei lavoratori, non accennano a fermarsi gli scioperi in giro per il Paese. Gli operai della Mitsumi Electric di Tianjin, città portuale a cento chilometri a est di Pechino, hanno deciso di proseguire anche oggi lo sciopero che hanno iniziato lo scorso 29 giugno.
 
I tremila operai della fabbrica, che è di proprietà giapponese e produce componenti elettronici (soprattutto batterie per telefoni cellulari), scioperano per chiedere aumenti salariali. Il loro salario attuale, hanno spiegato i lavoratori, è in media di 700 yuan (circa 70 euro) al mese: ora chiedono che sia raddoppiato. Un gruppo di operai sta trattando con la direzione, e alle trattative partecipano anche funzionari del governo di Tianjin.
 
Lo sciopero in corso alla Mitsumi è l’ultima di una serie di proteste da parte del movimento dei lavoratori cinesi, che a partire dall’inizio dell’anno hanno iniziato a fermare la produzione di varie industrie – quasi tutte di proprietà giapponese o taiwanese – per chiedere migliori condizioni lavorative e aumenti salariali.
 
Gli scioperi sono venuti alla ribalta in maggio, quando è esploso il caso della Foxxcon: nell’azienda di proprietà taiwanese, che produce per la maggior parte i-Pod e i-Phone, dieci operai si sono suicidati per l’impossibilità di continuare a vivere con i proventi del loro lavoro.
 
In seguito all’ondata di suicidi i salari sono stati aumentati di quasi il 70%. Incoraggiati da questo esempio, gli operai hanno lanciato scioperi anche in alcune fabbriche della Honda e della Toyota in Cina: questi si sono conclusi con la concessioni di aumenti salariali tra il 20 ed il 30%.
 
Il governo centrale, che teme ogni agitazione sociale, ha addossato fino a ora la responsabilità dei maltrattamenti dei lavoratori agli investitori stranieri: il People’s Daily, organo del Partito comunista, ha pubblicato una serie di editoriali contro gli industriali che “non si accontentano mai dei loro profitti”.
 
Per fermare le agitazioni, il premier Wen Jiabao ha incontrato un gruppo di operai migranti e li ha definiti “figli”. Inoltre, su indicazione di Pechino, 9 fra città e province hanno annunciato ieri l’aumento dei salari minimi sul proprio territorio. Tuttavia, il governo centrale ha chiesto alla polizia di “prevenire ogni disordine”.
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