04/03/2026, 11.20
MYANMAR
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Governo birmano libera 12mila detenuti in nuova operazione di immagine

di Gregory

Il generale Min Aung Hlaing ha annunciato il gesto per il National Farmers’ Day, ma tra loro non c’è Aung San Suu Kyi e migliaia di persone restano comunque in carcere. L’esercito inoltre ha continuato a condurre bombardamenti contro i civili. L’iniziativa arriva in un momento di tensioni interne alla giunta e mentre l’Asean resta divisa sulla gestione della crisi birmana.

Yangon (AsiaNews) - Il capo della giunta militare birmana, il generale Min Aung Hlaing, il 2 marzo ha annunciato la liberazione di oltre 12mila detenuti in occasione del National Farmers’ Day. Ancora una volta, mentre i media di Stato hanno presentato l’amnistia come un gesto di clemenza, i difensori dei diritti umani hanno denunciato che si tratta di un mossa politica che ha l’unico scopo di migliorare l’immagine del regime all’esterno. Nel frattempo, infatti, l’esercito birmano continua a condurre bombardamenti e operazioni militari contro i civili. 

I Paesi membri dell’Associazione delle Nazioni del sud-est asiatico (Asean) hanno accolto cautamente la notizia: da tempo il blocco regionale cerca infatti un canale diplomatico per riaprire il dialogo con Naypyidaw, ma l’organizzazione non ha diffuso comunicato unitario sull’amnistia, lasciando la responsabilità ai singoli membri. Alcuni Stati membri hanno espresso apprezzamento prudente, mentre altri hanno scelto di mantenere il silenzio, evidenziando ancora una volta le divisioni interne al blocco.

Nel corso della giornata sono stati liberati giornalisti, attivisti e leader studenteschi, mentre resta in prigione la leader democratica Aung San Suu Kyi, arrestata, insieme ad altri rappresentanti del governo, durante il colpo di Stato del febbraio 2021 e condannata a 27 anni di carcere con accuse fasulle. 

Secondo i dati verificati dell’Assistance Association for Political Prisoners negli ultimi cinque anni di guerra civile sono state arrestate oltre 30.500 persone, di cui più di 22.800 sono ancora detenute.

Il tempismo dell’annuncio ha alimentato speculazioni anche relativamente alla guerra in Medio Oriente: il regime birmano infatti, dipende in larga parte dal petrolio iraniano che, come hanno dimostrato alcune incheiste, viene contrabbandato in violazione delle sanzioni tramite “navi fantasma”.

Alcuni osservatori ritengono quindi che Min Aung Hlaing stia cercando di ricalibrare la propria postura internazionale per limitare possibili pressioni diplomatiche da parte del presidente statunitense Donald Trump.

Nel frattempo, però, l’esercito birmano ha continuato la propria campagna di bombardamenti. L’episodio più grave si è verificato nello Stato di Rakhine: nei giorni scorsi le bombe della giunta hanno colpito una stazione degli autobus lungo una strada principale, uccidendo almeno 30 civili. Secondo informazioni verificate dal Karen Human Rights Group, dai Free Burma Rangers e da giornalisti indipendenti, nello stesso arco di 24 ore l’esercito ha lanciato attacchi aerei e in almeno sei municipalità nella regione di Sagaing e negli Stati Shan, Kayah e Karen.

“Ha aperto i cancelli della prigione con una mano e dato l’ordine di bombardare con l’altra”, ha commentato un analista birmano che ha chiesto di rimanere anonimo. “Non si tratta di riforme, ma di una messa in scena”.

L’annuncio dell’amnistia coincide anche con una fase di forte tensione politica interna alla giunta. Dopo le elezioni, vinte (come previsto) dal partito sostenuto dall’esercito, l’Union Solidarity and Development Party, Min Aung Hlaing ha autorizzato la creazione di un nuovo organismo istituzionale, lo Union Consultative Council, che secondo alcuni analisti . potrebbe consentire al generale di mantenere il controllo esecutivo senza assumere formalmente la carica di capo civile del governo.

Parallelamente è stato condotto un ampio rimpasto tra vertici militari e governo: Min Aung Hlaing ha sostituito funzionari e alti ufficiali con figure più giovani e fedeli alla sua leadership. Non si tratta di una transizione democratica, ma la formalizzazione di un sistema di potere sempre più personalizzato, con l’obiettivo di consolidare la propria posizione.

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