05/07/2023, 10.41
IRAN - ALBANIA
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I Mojahedin contro Tirana (e Usa): forniti ‘dati sensibili’ a Teheran

Nel raid del 20 giugno le forze di polizia albanesi hanno sequestrato centinaia di computer e hard disk. Parte del materiale, contenente informazioni sui movimenti che si battono all’estero contro il regime teocratico, sarebbe finito nelle mani di Teheran. Nella Repubblica islamica record di esecuzioni: 354 persone nei primi sei mesi dell’anno. 

Teheran (AsiaNews) - Trema la dissidenza, o la “resistenza” iraniana in esilio che teme siano finite nelle mani del regime degli ayatollah informazioni di primo piano e dati sensibili relativi e persone che, dall’estero, cercano di contrastare la leadership della Repubblica islamica. Una possibilità tutt’altro che remota, dopo le vicende che hanno riguardato i gruppi militanti e oppositori che hanno scelto da tempo l’Albania come loro base, protagonisti di duri scontri con la polizia di Tirana. In queste ore, infatti, alti esponenti iraniani affermano di aver ricevuto parte degli hard disk prelevati dagli agenti albanesi, sequestrati agli oppositori nelle retate seguite alle violenze: se così fosse, afferma una fonte di AsiaNews, i nuclei di Resistenza, i sostenitori del Mek e le loro famiglie in Iran “sarebbero in grave pericolo di arresto, tortura e di essere giustiziate”.

Il 20 giugno scorso, in seguito ai raid della polizia albanese nel campo profughi Ashraf-3 nella periferia nord-ovest della capitale, al cui interno vivono da oltre un decennio migliaia di Mojahedin del popolo iraniano (Mek) e familiari, si sono registrati un morto e centinaia di feriti. Gli agenti avrebbero usato spray al peperoncino e sequestrato centinaia di computer, al cui interno erano racchiuse preziose informazioni su contatti e operazioni del movimento politico dissidente, fra i più attivi nel combattere dall’esterno la teocrazia alla guida del Paese dalla rivoluzione del 1979. 

In una nota diffusa dal segretariato del Consiglio nazionale della resistenza dell’Iran (Ncri) i vertici chiedono chiarezza al governo di Tirana e agli Stati Uniti, nel timore che i computer e le memorie sequestrati al Mek siano finiti nelle mani di Teheran.  Il riferimento è all’annuncio fatto il 3 luglio da Sepehr Khalaji, capo del Consiglio governativo per l'informazione, e rilanciato dall’agenzia Fars vicina ai Pasdaran, secondo cui Teheran ha ricevuto “parte degli hard disk e dei computer”. Al loro interno sarebbero contenute preziose “informazioni” che permetterebbero di “identificare” personalità della resistenza con risultati definiti “promettenti”. Negli ultimi 10 giorni media e funzionari iraniani hanno rilanciato le voci di contatti fra “apparati della sicurezza [del regime] e Paesi come l’Albania”. Da qui la richiesta di “chiarimenti” dei vertici Mek “alle autorità albanesi e americane” perché “smentiscano” la notizia e assicurino “piena trasparenza” sulla vicenda.

“Se la notizia sconvolgente della collaborazione col fascismo religioso in Iran contro il Mek e il trasferimento di parte dei 213 computer e hard disk sequestrati” fosse “vera”, prosegue la nota, si tratterebbe di “una catastrofe umanitaria” e “violazione dei diritti umani”. “La responsabilità - prosegue la dichiarazione - ricade sui governi” di Washington e Tirana. “Condividere qualsiasi informazione sul Mek con il regime criminale iraniano, che è stato condannato 69 volte per violazione dei diritti umani dall’assemblea generale Onu e da altri organismi internazionali, è una linea rossa [che va] perseguita dai tribunali internazionali”.

A preoccupare sono gli “elogi” dell’agenzia di stampa ufficiale iraniana Mehr, affiliata al governo, rivolti alla polizia albanese per le sue azioni contro il Mek, che hanno ricevuto il plauso dello stesso ministero dell’Intelligence (Mois). Infine, secondo il quotidiano online Hamshahri che rilancia le parole del generale di brigata Esmaeil Kowsari vi sarebbero state “per diversi mesi” intense “comunicazioni tra gli apparati di sicurezza dell’Iran e di Paesi come l’Albania, con risultati molto positivi”. Da qui le preoccupazioni dei gruppi della resistenza dentro e fuori l’Iran. 

Intanto, sul fronte interno gli ayatollah continuano con le impiccagioni in serie come emerge dai numeri forniti da Iran Human Rights (Ihr): nella prima metà del 2023 sono già state giustiziate 354 persone, in una escalation che supera di gran lunga i numeri degli anni scorsi. Nel 2022, infatti, il boia si era “fermato” a 582 esecuzioni, di cui 261 nei primi sei mesi (con una crescita, per l’anno corrente, del 36%). Fra i giustiziati del 2023, almeno 206 hanno subito la pena capitale per reati di droga (+126% rispetto all’anno precedente), sebbene questa motivazione sia usata anche per condannare a morte dissidenti e oppositori. Vi è anche un elemento razziale nelle esecuzioni: Teheran ha infatti preso di mira in modo sproporzionato gruppi etnici non persiani, soprattutto quello dei Baluci che rappresentano il 20%.

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