I coloni approfittano della guerra in Iran per nuove violenze in Cisgiordania
In un raid a Qaryut, a sud di Nablus, sono stati uccisi due fratelli palestinesi a colpi di pistola. Nuove aggressioni e attacchi anche al villaggio cristiano di Taybeh. P. Bashar: non incidenti isolati, ma “crescente pattern di violenza” che solleva “preoccupazioni”. Barriere e isolamento, la Cisgiordania sempre più simile alla Striscia vittima di una “violenza di Stato”.
Milano (AsiaNews) - In questi giorni l’ attenzione della comunità internazionale è rivolta alla guerra lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran il 28 febbraio scorso, che si è allargata coinvolgendo diversi Paesi del Golfo e il Libano, fino a lambire le coste dell’Europa con l’attacco di ieri alla base britannica a Cipro. Tuttavia, come già accaduto in passato all’ombra del conflitto a Gaza, i coloni ebraici con il sostegno del governo di ultra-destra dello Stato ebraico - con al suo interno ministri apertamente pro-insediamenti - stanno continuando a sferrare attacchi contro i palestinesi in Cisgiordania. In uno degli ultimi episodi, avvenuto nella giornata di ieri, un gruppo di estremisti ebraici ha preso d’assalto il villaggio di Qaryut, a sud di Nablus, uccidendo due persone a colpi di arma da fuoco e ferendone altre quattro, due delle quali in modo grave.
Secondo quanto riferisce il ministero palestinese della Sanità le vittime sarebbero due fratelli, il 52enne Mohammad Taha Muammar colpito alla testa, e suo fratello Fahim, 48 anni, che è stato colpito al bacino. La Società Palestinese della Mezzaluna Rossa ha curato diversi feriti nell’area teatro dell’attacco dei coloni, fra i quali vi era anche un ragazzo di 15 anni. Testimoni oculari raccontano che i coloni hanno sparato proiettili contro i residenti e hanno dato fuoco alle proprietà palestinesi. Al contempo, le forze israeliane intervenute non hanno fermato i coloni che hanno continuato ad agire, e sparare, indisturbati mentre hanno sparato gas lacrimogeni contro i residenti del villaggio dopo l’assalto, compresi i feriti.
Assalto premeditato
Muhammad Al-Boom, 20 anni, residente a Qaryut e paramedico, ha vissuto in prima persona le concitate fasi dell’uccisione dei due fratelli, trovandosi accanto a Muhammad Taha quando è stato ucciso. Secondo il racconto del giovane, la vittima sarebbe uscita dalla propria casa per cercare di impedire ai coloni di entrare nella sua proprietà. Un filmato rilanciato da un gruppo attivista locale mostra una dozzina di coloni mascherati sulla scena quando, all’improvviso, Taha viene colpito alla testa. “Ero proprio accanto a lui quando è caduto” ricorda Al-Boom, aggiungendo che ha cercato di fornire il primo soccorso. “È stato un colono - ha proseguito nel racconto - a sparargli. L’ho visto. Era a cinque metri di distanza”.
Lo scontro, iniziato nella mattinata di ieri, si è intensificato verso mezzogiorno, dopo che gli abitanti del villaggio hanno visto un bulldozer che livellava un sentiero attraverso un uliveto. I palestinesi hanno lanciato pietre per cercare di fermare la loro avanzata, e i coloni hanno aperto il fuoco per costringerli a ritirarsi nelle case più vicine, che appartenevano alla famiglia Taha. Il giovane testimone racconta di scende caotiche, mentre i coloni lanciavano pietre sulle case della famiglia Taha rompendone le finestre. Dall’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 e dalla guerra che ne è seguita, l’area ha registrato un’ondata di sfollati, espansione degli insediamenti e un’escalation della violenza contro i palestinesi per mano dei coloni estremisti.
Cristiani a Taybeh nel mirino
Attacchi, intrusioni e violazioni non hanno risparmiato nemmeno il villaggio di Taybeh, in Cisgiordania, composto da circa 1500 abitanti e tre chiese, situato 30 km a nord di Gerusalemme e a est di Ramallah, il solo abitato per intero da cristiani. L’area la scorsa estate era già stata teatro di escalation di attacchi che sono proseguiti anche nei mesi scorsi, contribuendo ad alimentare un clima di terrore. Raggiunto da AsiaNews, il parroco latino p. Bashar Fawadleh racconta: “Il 28 febbraio scorso [primo giorno di attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran, ndr] alle 16:00 circa, un gruppo di coloni è entrato nella città di Taybeh e ha illegalmente violato il terreno appartenente alla famiglia Khouryeh, rubando il cavallo della famiglia e il suo puledro”. I residenti hanno chiamato i soccorsi, prosegue il sacerdote, ma “l’esercito e le forze di polizia israeliane sono arrivate sul posto e hanno scortato i coloni fuori da Taybeh, con ancora in possesso del cavallo e del puledro rubati”.
“Questo incidente - spiega p. Bashar - si inserisce in un contesto di notevole escalation degli attacchi dei coloni in varie zone della Cisgiordania negli ultimi mesi” con “incursioni in terreni agricoli, danni alla proprietà, furti di bestiame e aggressioni ai residenti”. Questi assalti (nelle foto) si verificano con particolare incidenza nei pressi degli avamposti e degli insediamenti, laddove i coloni “tentano di imporre una nuova realtà sul terreno facendo pressione sui contadini e sui proprietari terrieri e cacciandoli dalle loro terre”. Non si tratta di incidenti isolati, ma di un “crescente pattern di violenza” che solleva “preoccupazioni. Molte famiglie vivono ora in uno stato di paura costante, perché queste incursioni si avvicinano sempre più alle case e alle fonti di sostentamento”, conclude il parroco, alimentando “insicurezza e instabilità di famiglie che dipendono da terra e bestiame per il loro reddito e il loro stile di vita”.
Cisgiordania come Gaza
Nel frattempo l’esercito israeliano ha installato una nuova cancellata in ferro all’ingresso del villaggio di Baytin in Cisgiordania, adiacente aTaybeh, trasformando l’intera area in una sorta di prigione a cielo aperto sul modello, sebbene al momento in scala ridotta, della Striscia di Gaza. Da settimane le forze di occupazione impongono severe restrizioni alla circolazione in diverse province della Cisgiordania, chiudendo i posti di blocco militari e gli accessi alle città e ai centri abitati, con un ulteriore inasprimento dall’inizio della guerra con l’Iran nel fine settimana scorso. Fra le chiusure vi è anche quella della moschea di al-Aqsa, con i fedeli musulmani impossibilitati a pregare anche e soprattutto per il Ramadan, il mese sacro di digiuno e preghiera islamico. Hamas e il movimento dei Mujahideen palestinesi hanno condannato il blocco e invitato i Paesi arabi e musulmani ad agire per sostenere il luogo di culto e sostenerne la sacralità.
Dal dicembre scorso le autorità israeliane hanno promosso una serie di misure illegali con lo scopo di espropriare i palestinesi delle loro terre in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e rendere l’annessione “un dato di fatto”, come denuncia Amnesty International (AI). Politiche che rappresentano “una escalation senza precedenti” per velocità e portata, nell’ambito del progetto di espansione. E se i vari governi israeliani che si sono alternati nel tempo hanno perseguito politiche volte a radicare occupazione e apartheid, le ultime misure sottolineano come l’attuale esecutivo abbia potenziato questi sforzi all’ombra del genocidio a Gaza. “Quello a cui stiamo assistendo è uno Stato, guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che si vanta apertamente di sfidare il diritto internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni Onu, pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia e la condanna globale, Israele continua ad espandere gli insediamenti illegali, radicando il crudele sistema di apartheid e distruggendo vite e mezzi di sussistenza palestinesi” accusa Erika Guevara-Rosas, direttore senior AI per la ricerca, la difesa, la politica e le campagne.
Nell’ultimo periodo il governo di ultra-destra ha potuto beneficiare del “sostegno incondizionato” del governo degli Stati Uniti, accusa il movimento attivista. A ciò si unisce “la pervasiva mancanza di responsabilità internazionale” per il “genocidio” dei palestinesi a Gaza, decenni di “crimini ai sensi del diritto internazionale” legati all’occupazione illegale e al sistema di apartheid. Di qui la formalizzazione dell’occupazione di terre, consapevoli e fiduciosi del fatto che “non si dovranno affrontare conseguenze”. Ad oggi circa 750mila coloni vivono attualmente illegalmente in Cisgiordania e Gerusalemme est. E secondo Peace Now, ong israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, solo nel 2025 sono stati istituiti un numero record di 86 avamposti per scopi di “allevamento”, che hanno contribuito in modo significativo al picco di “violenza di Stato” dei coloni e al trasferimento forzato delle comunità palestinesi. Protetti dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura, gli avamposti “hanno trasformato la vita degli agricoltori e dei pastori palestinesi, in particolare nell’Area C, in un inferno”.








