Il 4 luglio di 250 anni fa, quando i padri fondatori americani guardavano alla Cina
Oggi Washington e Pechino si scontrano su dazi, Taiwan e tecnologia. Eppure Benjamin Franklin, Thomas Jefferson e gli altri protagonisti della Rivoluzione americana trovarono ispirazione anche nel pensiero di Confucio e nel sistema meritocratico dell'impero cinese. Una storia dimenticata che racconta un diverso inizio delle relazioni tra le due potenze.
Washington (AsiaNews) - Dazi, semiconduttori, tensioni sull'isola di Taiwan. Il confronto tra Washington e Pechino ha cancellato dalla memoria collettiva l'importanza che la Cina ebbe sul processo di formazione degli Stati Uniti. Pochi sanno che quando il 4 luglio di duecentocinquant’anni fa i padri fondatori americani firmarono la dichiarazione d’indipendenza, le loro idee si ispiravano anche alla filosofia confuciana, filtrata attraverso l’Illuminismo europeo e approdata sulle coste del Nuovo Mondo attraverso le riviste e le corrispondenze diplomatiche.
Franklin e Confucio
Secondo un saggio dello storico Dave Wang (già pubblicato nel 2011 sulla rivista accademica Education About Asia e tornato di sorprendente attualità), che ricostruisce il debito culturale che i padri fondatori americani contrassero con la Cina imperiale, il tramite principale di questa influenza fu Benjamin Franklin, che lesse The Morals of Confucius durante un soggiorno a Londra tra il 1724 e il 1726 e rimase colpito al punto da pubblicarne estratti sulla sua Pennsylvania Gazette nel 1737, diffondendo le idee del filosofo cinese tra i coloni americani. La visione confuciana del perfezionamento morale - dall’individuo alla famiglia, dallo stato all’impero - trovò in Franklin un interprete convinto. Nel suo celebre Poor Richard’s Almanack, le virtù del lavoro, della frugalità e dell’attenzione alla famiglia che Franklin raccomandava ai lettori rispecchiavano l’etica confuciana.
Franklin applicò questi principi anche alla politica. Quando, dopo la vittoria nella Guerra d’Indipendenza, alcuni veterani proposero la creazione di un ordine ereditario di cavalieri, Franklin si oppose citando l’esempio cinese. In Cina, spiegò, l’onore non discende ai figli ma ascende ai genitori di chi si distingue per virtù, incoraggiando le famiglie a educare i figli al bene comune. Lo scrisse di suo pugno: “Così tra i Cinesi, la più antica e per lunga esperienza la più saggia delle nazioni, l’onore non discende, ma ascende”. La nobiltà ereditaria europea, al contrario, produce orgoglio, spreco e miseria.
Thomas Jefferson condivideva questa visione. Lo storico Martin Powers, professore emerito all’Università del Michigan, ha mostrato che sia Jefferson che Franklin trassero ispirazione dai sistemi di governo cinesi, in particolare dal concetto di uno Stato fondato sul merito. Jefferson parlava di una “aristocrazia naturale”, un’élite definita dalla virtù, dall’istruzione e dal talento, in antitesi all’“aristocrazia artificiale” ancorata alla nascita e alla ricchezza ereditata. Era, in sostanza, il modello del mandarinato cinese tradotto in termini repubblicani.
Fin dall’inizio gli Stati Uniti favorirono anche i commerci con la Cina. La prima nave commerciale americana a salpare dopo l’indipendenza, la Empress of China, partita da New York il 22 febbraio 1784, fece rotta verso Canton. Jefferson, da segretario di Stato di Washington, cercò una via più breve verso l’Asia orientale; durante la sua amministrazione da presidente il numero di navi americane che commerciavano con Canton passò da due nel 1785 a quarantadue nel 1806. Nel 1795, appena undici anni dopo il primo viaggio dell'Empress of China, gli Stati Uniti avevano già superato tutti i rivali europei - eccetto la Gran Bretagna - nel volume del commercio con la Cina.
La statua silenziosa
E ancora oggi chi sale oggi i gradini dell’ingresso est della Corte Suprema degli Stati Uniti può vedere scolpita, accanto a Mosè e al legislatore greco Solone, la figura di Confucio. Lo scultore Hermon MacNeil la inserì negli anni ‘30 del Novecento su indicazione dell’architetto Cass Gilbert. MacNeil voleva rappresentare l’idea che la vera giustizia deve privilegiare la virtù civica collettiva e l’armonia sociale, non soltanto i diritti individuali. Quella statua si trova oggi esattamente sopra la finestra dell’ufficio del presidente della Corte Suprema.
È rimasta dimenticata così a lungo che ha fatto notizia, il mese scorso, la dichiarazione del presidente Donald Trump durante la sua visita a Pechino. “Il padre fondatore Benjamin Franklin pubblicò i detti di Confucio sul suo giornale nelle colonie”, ha detto Trump, “e oggi la scultura che riconosce quell’antica era cinese è incisa con orgoglio sulla facciata della Corte Suprema degli Stati Uniti”. Secondo Chow Chung-yan, già direttore del South China Morning Post, sarebbe la prima volta che un presidente americano riconosce questo debito intellettuale a livello internazionale.
Il Mandato del Cielo e la ricerca della felicità
Il parallelo più affascinante riguarda però la frase più celebre della dichiarazione d’indipendenza, il diritto alla “ricerca della felicità”, tradizionalmente attribuita a John Locke o ad Epicuro. Ma rispecchia in modo sorprendente la dottrina confuciana e menciana del Mandato del Cielo. Mencio sosteneva che la legittimità di ogni governo riposa su un unico criterio: la sua capacità di garantire il benessere e la contentezza del popolo. E aggiungeva che se un sovrano fallisce in questo compito e opprime il suo popolo, perde il Mandato del Cielo, conferendo alla popolazione il diritto, anzi, il dovere morale di rovesciarlo. Jefferson scrisse che quando un governo diventa distruttivo per la sicurezza e la felicità del popolo, “è loro diritto, è loro dovere, abbattere tale governo”.
L’Illuminismo e la grande rimozione
Per Chow Chung-yan, i padri fondatori americani erano figli dell’Illuminismo europeo, e l’Illuminismo europeo era, nei secoli XVII e XVIII, profondamente innamorato della Cina. I filosofi che cercavano di riformare società devastate dalle guerre di religione, dalla corruzione monarchica e dal dogmatismo clericale guardavano all’Oriente come a un modello di civiltà razionale e secolare. I resoconti dei missionari gesuiti inondarono l’Europa di informazioni sulla Cina imperiale, e i pensatori illuministi li trasformarono in argomenti contro l’Ancien Régime. Voltaire era così affascinato dal confucianesimo da considerarlo la forma più pura di deismo, una fede in un creatore razionale fondata sull’etica umana piuttosto che sulla rivelazione divina. Il suo scrittoio era ornato di paesaggi cinesi. François Quesnay, capostipite dei fisiocratici francesi e mentore di Adam Smith, era così ossessionato dal governo cinese da essere soprannominato il “Confucio d’Europa”. Fu guardando al concetto taoista di wuwei - l’agire senza forzare - che Quesnay elaborò la dottrina economica del laissez-faire. Secondo Wang, invece, Washington e Jefferson volevano costruire un’America che si distinguesse dall’Europa anche attingendo a fonti diverse. E la Cina, per alcuni decenni, fu una di queste fonti.
Poi, con la Rivoluzione industriale, qualcosa cambiò. La superiorità militare e tecnologica occidentale produsse una nuova generazione di pensatori che riscrissero la visione della storia. La Cina, fino ad allora presentata come una civiltà modello, fu bruscamente reinterpretata come un “dispotismo orientale”, stagnante e immobile, sopratutto da parte di Hegel. Il cambio di narrativa fu rapido e sistematico e dal primo conflitto dell’Oppio del 1839 in poi, l’Occidente assunse la postura del maestro severo che tenta di riformare la Cina attraverso il commercio, la diplomazia o la forza militare. Il resto è storia.
23/09/2021 17:33
02/02/2016 18:16
28/04/2018 10:23




