Il Libano e i malumori di Israele banco di prova dell’accordo fra Stati Uniti e Iran
Nelle ultime ore si registra un timido movimento di ritorno degli sfollati, ma nel sud restano i fattori di criticità. Lo Stato ebraico non intende lasciare le porzioni di territorio occupate. Inoltre il piano lascia aperto e irrisolto il problema del disarmo di Hezbollah. Incertezza e questioni irrisolte nel futuro dei colloqui diretti fra Israele e Libano.
Beirut (AsiaNews) - A dispetto del sollievo che la cessazione delle ostilità nel sud porta al Libano, nel Paese dei cedri regna una certa confusione, mista a perplessità, dopo l’annuncio della fine della guerra tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica dell’Iran da parte del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. “Le due parti hanno dichiarato la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano” ha dichiarato il premier in un messaggio su X. “La cerimonia ufficiale della firma - ha aggiunto il capo del governo di Islamabad - si terrà venerdì 19 giugno in Svizzera”.
Accolto male in Israele, questo annuncio lascia importanti zone d’ombra che impediscono alle autorità libanesi di essere completamente rassicurate sui dettagli degli accordi che devono seguire, sebbene l’annuncio preveda “la cessazione immediata e permanente” delle operazioni militari. A questo proposito, i vertici di Beirut attendono l’effettiva firma del 19 giugno e si chiedono se Israele non intenda sfruttare, dal punto di vista militare, il lasso di tempo che separa l’annuncio dalla data della firma ufficiale per occupare ulteriore territorio.
Nonostante le riserve, sembra iniziato un timido movimento di ritorno verso i villaggi abbandonati della Bekaa e del Sud sin dall’annuncio del memorandum, sebbene l’esercito libanese raccomandi massima cautela e abbia bloccato alcune strade della zona esposte al fuoco israeliano. Alla periferia di Nabatyeh sono stati persino uditi bombardamenti di avvertimento, per scoraggiare questo movimento di ritorno. Il comando dell’esercito libanese ha sottolineato in una nota “la necessità per gli abitanti di attendere prima di tornare nei villaggi e nelle località di confine del Sud”. I vertici militari hanno inoltre insistito sulla necessità di dare prova di “cautela e vigilanza nelle zone che sono state oggetto di attacchi israeliani, e di segnalare al posto di guardia dell’esercito o delle altre forze di sicurezza più vicino qualsiasi ordigno inesploso o oggetto sospetto”.
Sul piano politico, oggi il presidente Joseph Aoun ha accolto con favore l’accordo fra Teheran e Washington, con la speranza che possa davvero essere foriero di pace nella regione. “Ho seguito con interesse - ha affermato in un comunicato - l’annuncio del protocollo d’intesa concluso tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran, nonché la conferma in esso contenuta riguardo alla cessazione delle operazioni militari e dell’escalation nella regione, compreso il Libano. In questo contesto, apprezzo il rispetto della specificità libanese dimostrato da questo protocollo, nonché il riconoscimento del fatto che la stabilità e la sicurezza del Libano - ha proseguito - sono parte integrante di ogni serio sforzo volto a consolidare la stabilità nella regione”.
Da parte sua, sempre oggi il presidente del Parlamento libanese Nabih Berry ha salutato il memorandum d’intesa e ha ringraziato i due Paesi per aver incluso una clausola che prevede la cessazione della “aggressione israeliana contro il Libano […] in modo da preservare la sua sovranità su tutto il suo territorio, senza compromettere l’indipendenza e la libertà delle sue decisioni nazionali e sovrane, ed evitare di cadere nella trappola tesa dalla classe politica israeliana guidata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu”.
Katz: Israele non si ritirerà
Sul versante israeliano, il tono è completamente diverso. “Il primo ministro Benjamin Netanyahu ed io perseguiamo una politica chiara secondo cui l’esercito israeliano rimarrà nelle zone di sicurezza in Libano, in Siria e a Gaza per un periodo illimitato, al fine di proteggere il confine e le comunità israeliane dagli elementi jihadisti”, ha dichiarato il ministro israeliano della Difesa Israel Katz in un comunicato che non fa alcun riferimento all’accordo tra Stati Uniti e Iran.
“Il controllo del territorio e il mantenimento delle zone di sicurezza - ha proseguito - figurano tra i maggiori successi dell’esercito israeliano [...] ecco perché ci opponiamo a un ritiro dal Libano, nonostante tutte le pressioni esistenti e quelle future”. Il ministro Katz ha quindi aggiunto che Netanyahu ha “informato” della questione il presidente statunitense Donald Trump, lanciando infine un monito all’Iran dove ha affermato che Israele reagirà con “tutta la sua forza” se la Repubblica islamica lo attaccherà in risposta alle operazioni militari in Libano.
Gli fa eco il ministro israeliano di estrema destra incaricato della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il quale ha criticato oggi l’accordo tra Stati Uniti e Iran volto a porre fine alla guerra in Medio oriente, compreso il Libano, sottolineando che Israele non è “vincolato” dai suoi termini. “Non dobbiamo accontentarci di nulla che non sia lo smantellamento di Hezbollah (il movimento islamista libanese). Non dobbiamo ritirarci di un solo centimetro dal territorio che i nostri soldati hanno conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche (in Libano)” ha dichiarato Ben Gvir sul suo canale Telegram.
Il futuro dei colloqui diretti
Alla luce di queste prese di posizione, cosa ne sarà dei colloqui diretti avviati dal Libano con Israele, in vista di un accordo globale di cessazione delle ostilità? Si sa che un nuovo incontro tra le due delegazioni è previsto per il 22 giugno a Washington. Questi colloqui, si domandano osservatori e opinione pubblica, sono quindi compromessi? Il memorandum tra Stati Uniti e Iran lascia irrisolto il problema del disarmo di Hezbollah e del suo ruolo sulla scena politica libanese?
“Il paradosso - precisa l’analista Jeanine Jalkh de L’Orient-Le Jour intervistata da AsiaNews - è che questo disarmo è auspicato, ma per ragioni diverse, sia dal Libano che da Israele. Detto questo, il primo ministro israeliano percepisce l’accordo irano-americano come il preludio a una sconfitta politica ed elettorale, poiché lo costringe a porre fine alle sue operazioni militari in Libano. Ciò significa che il Libano rimarrà un’arena aperta per lui”. Secondo la studiosa “la vera posta in gioco di questo sviluppo è che, insistendo per integrare la questione libanese nei propri negoziati, Teheran sembra essere riuscita a imporre un fatto compiuto che Beirut, Washington e Israele rifiutano categoricamente: la permanenza della sua influenza sul Libano. Di fatto, Hezbollah esulta”.
Ci fermeremo qui? Come uscire da questa impasse e ottenere sia il ritiro dell’esercito israeliano dal Libano sia il disarmo di Hezbollah? Una delle opzioni possibili sarebbe che, come “proposto e garantito” dal presidente della Camera Berri, il partito di Dio filo-iraniano abbandonasse la zona a sud del fiume Litani, in cambio di un ritiro totale dell’esercito israeliano. Ma questa soluzione presenta lo svantaggio di lasciare la questione dell’armamento del partito in mano a lunghi negoziati interni, durante i quali il movimento combattente parlerebbe da pari a pari con lo Stato libanese.
L’altra soluzione consiste nel portare avanti quanto già avviato nel corso delle tre precedenti sessioni di negoziati: definire nel Sud del Libano delle “zone pilota” controllate da Israele, di cui l’esercito libanese, riattrezzato da Washington e dal Pakistan, assumerebbe progressivamente il controllo. Il tutto in attesa che il processo di disarmo di Hezbollah, ormai privato dei suoi obiettivi e delle sue motivazioni militari, sia completato e che il potere libanese riprenda il controllo dell’intero territorio nazionale. “Certo, Hezbollah e il presidente del Parlamento sono fermamente contrari a questa opzione” precisa Jeanine Jalkh, “ma si potrebbe sollecitare un aiuto iraniano in merito. Tuttavia, ciò avverrà in modo indiretto, tramite un mediatore, in particolare il Qatar, l’Arabia Saudita o la Francia. Perché per Baabda (la sede del palazzo presidenziale a Beirut ndr), la questione deve rimanere sotto il controllo libanese. Resta da vedere se Israele è pronto a fare una vera concessione sulle zone che occupa nel Sud del Libano. O ancora, se l’Iran - conclude l’esperta - è disposto ad aprire la strada al disarmo di Hezbollah, la sua principale carta negoziale nella regione”.
06/05/2026 11:20





