Libano: il sud devastato, la Karbala di Hezbollah e lo scontro sui colloqui con Israele
La zona meridionale del Paese dei cedri è ormai un campo di battaglia dove un esercito regolare dotato di carri armati e aviazione e guerriglieri armati di razzi e droni si danno la caccia senza curarsi delle sofferenze della popolazione locale. La Cité sportive di Beirut è oggi un immenso dormitorio per i profughi. Il presidente Aoun si gioca il suo destino politico sui colloqui, mentre Hezbollah lo attacca con campagne diffamatorie.
Beirut (AsiaNews) - “Vivono in un altro mondo. È la loro Karbala”. È questa l’opinione dell’80% dei libanesi riguardo ai combattimenti ingaggiati dai miliziani sciiti nel Sud del Libano. Karbala è quella battaglia in cui nell'anno 680 Hussein ibn Ali cadde insieme ai suoi compagni sotto la spada degli uomini di Yazid I, il secondo califfo degli Omayyadi, al quale si era rifiutato di prestare giuramento di fedeltà. Per gli sciiti è un evento fondamentale: incarna il sacrificio per la giustizia, alla base della loro esistenza storica.
“È forse con questo spirito che Hezbollah combatte nel sud del Libano” spiega il deputato Pierre Abou Assi, delle Forze Libanesi, “ma non lo fa nel deserto. Combatte - prosegue - in una terra fertile e felice, alla quale la sua popolazione è fortemente legata; una terra amata che ha visto, immobile, passare molti imperi nel corso di 1400 anni di storia, ma dalla quale la popolazione viene oggi cacciata per l’azione militare intrapresa dall’Iran contro Israele”. Il deputato rimprovera al partito filo-iraniano il suo “autismo politico”.
Un conflitto combattuto in un Paese, e contro un nemico, che ai carri armati fa seguire le compagnie di demolizione private, i cui bulldozer si occupano di radere al suolo i villaggi di cui il suo esercito prende il controllo. Ieri è stata la volta del convento delle suore del Santo Salvatore della Chiesa greco-cattolica a Yaroun, e della sua scuola, crollati sotto i colpi di escavatori senza scrupoli. “Si ha l’impressione che ogni giorno scompaia un villaggio, stando a sentire gli ordini di evacuazione” dei militari israeliani, commenta Zeina Y abitante della capitale che dice solo l’iniziale del cognome.
La zona meridionale del Paese dei cedri è ormai un campo di battaglia dove due nemici si danno la caccia: un esercito regolare dotato di carri armati e aviazione contro guerriglieri armati di razzi e droni che, a prescindere dal costo in termini di vite umane, hanno il compito di infliggere il maggior numero possibile di perdite al nemico. Un fattore, quello delle vittime militari, particolarmente sensibile nell’ambito dei combattimenti, dovendo i vertici militari tenere in considerazione l’opinione pubblica e i familiari delle vittime.
Questa battaglia ha costretto diverse centinaia di migliaia di abitanti (fino a 1,3 milioni secondo alcune stime) ad abbandonare le proprie case, finendo per essere ospitati in centri di accoglienza provvisori, il cui emblema è senza dubbio la Cité sportive di Beirut. Questo complesso, considerato un tempo il fiore all’occhiello della capitale, è diventato un immenso dormitorio. Il suo prato centrale è stato coperto da tettoie metalliche modulari sotto le quali sono state montate delle tende e installate latrine mobili. “Il sito è destinato a lunghi mesi di occupazione” stima la ministra libanese degli Affari sociali Hanine Sayyed, “almeno finché durerà la guerra e finché non si saprà se gli israeliani se ne ritireranno o ne faranno una zona cuscinetto. Da Israele - prosegue - giungono dichiarazioni contraddittorie al riguardo, ma il proseguimento delle demolizioni parla da sé”.
Fuga diplomatica o suicidio politico
Nella parte del Paese risparmiata dalla guerra, il clima politico si sta facendo teso a causa della decisione del capo dello Stato Joseph Aoun di avviare colloqui diretti con Israele. Questa fuga in avanti diplomatica è motivata innanzitutto dalla necessità di soppiantare l’iniziativa militare di Hezbollah e quella di Teheran. Tuttavia, è stata sviata nel suo obiettivo primario dal presidente Usa Donald Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha infatti deciso di utilizzarla a proprio vantaggio in vista delle elezioni di medio termine, chiedendo al capo di Stato libanese di incontrare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Washington e di stringergli la mano.
In cambio, secondo l’ambasciatore americano a Beirut, Michel Issa, “tutte le richieste del Libano saranno soddisfatte”: ritiro di Israele, aiuto militare, delimitazione dei confini, liberazione dei libanesi detenuti, ricostruzione, ecc. Dopo aver discusso la questione a Baabda, il diplomatico ne ha parlato anche a Bkerké nella sede del patriarcato maronita, affermando all’uscita che il primo ministro israeliano “non è un orco”. E negli ambienti filo-americani della capitale si suole ripetere che il presidente Trump garantirebbe di persona l’applicazione dell’accordo.
Riserve e passi indietro
Tuttavia, negli ambienti della presidenza vengono espresse serie riserve riguardo all’offerta americana. Alcuni vi vedono una trappola e temono un passo falso da parte di Aoun, nella misura in cui il precedente di Gaza e l’asservimento dell’Autorità palestinese parlano da soli per come lo Stato ebraico rispetti solo arbitrariamente i propri impegni. Senza contare, inoltre, che il capo dello Stato dovrà stringere la mano all’uomo che persegue la distruzione sistematica dei villaggi del Libano meridionale, come ha fatto per Gaza. “L’incontro con Benjamin Netanyahu deve seguire, e non precedere, l’accordo, tanto più che quest’ultimo comprenderà il disarmo di Hezbollah, cosa che non deve essere considerata un problema risolto” si afferma negli ambienti vicini al presidente.
Il primo ministro Nawaf Salam ha persino preso le distanze dalla posizione del presidente Aoun, affermando che i contatti libano-israeliani a Washington a livello di ambasciatori “sono solo preliminari” e che i “colloqui diretti” non sono ancora iniziati. Negli ambienti presidenziali si percepisce inoltre il tono di “ultima offerta” o di “ultimatum” assunto da questa proposta, presentata come irrinunciabile. Per guadagnare tempo, si sta valutando un terzo incontro tra i due ambasciatori libanese e israeliano a Washington. Da parte sua, ancora meno informato del suo capo, il segretario di Stato americano Marco Rubio ritiene che un accordo di pace tra Libano e Israele sia “a portata di mano”, pur sottolineando la necessità di rafforzare l’esercito libanese per far fronte a Hezbollah.
Secondo l’ex deputato Farès Souhaid, questo lasso di tempo dovrebbe essere sfruttato per consolidare la rete di sicurezza politica saudita nei colloqui diretti e, con un po’ di fortuna, ottenere un invito del presidente Aoun a Riyadh. O, addirittura, la convocazione di un vertice arabo a livello di ministri degli Esteri dedicato proprio al Libano. E il politico ha ricordato che il Paese dei cedri ha sempre affermato che sarebbe stato “l’ultima nazione araba a firmare la pace con Israele”. Di contro, Hezbollah non ha tardato a vedere in Joseph Aoun un nuovo Anwar Sadat, un paragone che è stato immediatamente interpretato come una minaccia di morte, dato che il presidente egiziano era stato assassinato dopo gli accordi di pace di Camp David. Quanto al presidente della Camera, lo sciita Nabih Berry, in disaccordo di fondo con Hezbollah sull’opportunità della guerra, è favorevole a colloqui indiretti e auspica un ritorno all’accordo di armistizio del 1949 fra Libano e Israele.
Campagne diffamatorie
Il deterioramento del clima interno è aggravato dalle campagne diffamatorie contro l’avversario organizzate da Hezbollah: in questi giorni, infatti, il suo “esercito elettronico” è arrivato al punto di produrre e diffondere un fotomontaggio che ritrae Nawaf Salam vestito da rabbino, il corpo del capo dello Stato sormontato da uno stivale militare e quello del patriarca da una testa di maiale. Questi attacchi, denunciati da tutte le parti come “contrari ai costumi libanesi”, hanno suscitato numerose visite di sostegno al capo dello Stato e al capo della Chiesa maronita, il card. Beshara Raï.
Si tratta di eccessi che riflettono, senza dubbio, lo stato di anarchia (lawlessness) in cui l’iniziativa bellica del Partito di Dio filo-iraniano ha fatto precipitare il Paese e le devastazioni economiche che ha provocato: gettito fiscale in calo, crisi di liquidità, stallo della riforma bancaria, aumento dei prezzi, rinvio degli adeguamenti salariali nel settore pubblico, in particolare per gli insegnanti, il che compromette l’anno scolastico nel settore pubblico. E, ultimo ma non meno importante, una nuova minaccia di svalutazione della moneta nazionale all’orizzonte, se la crisi dovesse protrarsi e rovinare la stagione turistica estiva, da sempre cruciale per l’economia.
Le spese impreviste collegate all’assistenza agli sfollati della guerra sono certamente alleggerite dall’afflusso di aiuti, ma rimangono comunque gravose a causa del costo delle distruzioni, stimato al momento in circa otto miliardi di dollari. Una somma ingente che aumenta di giorno in giorno, di pari passo con il suo strascico di morti e feriti. Dal 2 marzo scorso i combattimenti hanno causato circa 2.700 morti e oltre 8.000 feriti. In questo clima di estrema tensione, sembra impossibile impiegare l’esercito per scopi diversi dal mantenimento della pace civile mentre si allarga ogni giorno, al ritmo degli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano, la parte del Libano occupata mentre le frizioni interne vengono circoscritte in extremis.
Tuttavia, la “pace civile” è una “linea rossa” per il capo dello Stato e, nonostante gli scontri e le dichiarazioni provocatorie di Hezbollah, il partito delle Forze Libanesi ha rifiutato, per bocca di Samir Geagea, di cedere al riflesso di autodifesa all’origine della guerra civile del 1975 invocato da frange estremiste. Al contrario, egli ha ribadito il proprio impegno per la costruzione dello Stato e la sua fiducia nelle forze armate libanesi. Il resto della popolazione, che comunque costituisce la maggioranza, assiste impotente e sbalordita, in un clima di “né guerra, né pace”, alla distruzione dei villaggi del sud. Tutto questo mentre la popolazione continua a condurre una vita più o meno “normale”, cerca di godersi i propri risparmi e un surrogato della dolcezza di vivere per cui il Paese, in un certo periodo, era noto.
26/03/2026 12:37
13/03/2026 12:07








