22/11/2021, 08.48
RUSSIA
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Il futuro della Chiesa cattolica russa

di Stefano Caprio

L’ex segretario della Conferenza episcopale mons. Igor Kovalevskij ha abbandonato il servizio ecclesiastico in polemica con superiori e confratelli. Al centro del dibattito il destino degli edifici legati alla chiesa moscovita dei santi Pietro e Paolo. La necessità di elaborare un “sano patriottismo” cattolico russo.

Roma (AsiaNews) – Ha fatto molto scalpore tra i cattolici di Mosca e non solo il gesto di rottura di uno dei suoi principali rappresentanti: l’ex segretario della Conferenza episcopale mons. Igor Kovalevskij, che ha abbandonato il servizio ecclesiastico in polemica con i superiori e i confratelli. Il suo ministero sacerdotale è coinciso con il trentennio della “rinascita religiosa” della Russia post-sovietica; le domande che egli pone non riguardano soltanto i dissapori personali, ma anche alcune importanti dimensioni della missione della Chiesa in generale.

Il 19 novembre Mons. Kovalevskij ha voluto illustrare la sua drammatica decisione con una lunga intervista al portale Credo.ru, un’importante fonte di informazioni sulla vita religiosa della Russia, rendendo pubbliche le sue considerazioni. Da predecessore di Kovalevskij (sono stato pro-segretario della Conferenza episcopale russa, al momento della sua costituzione), ritengo importante raccogliere la sua provocazione, non per alimentare una polemica, ma per accogliere l’appello di un fratello e di un amico, e per il bene dell’intera comunità.

Non intendo commentare la questione che ha provocato la scelta di abbandono: il destino degli edifici legati alla chiesa moscovita dei santi Pietro e Paolo, che la Curia intende usare per ottenere dei vantaggi economici, più che cercare di riportarla alla disponibilità del culto e delle attività pastorali. Come afferma mons. Kovalevskij, “si impara che il diavolo esiste proprio nell’esperienza del servizio”, dove si è chiamati a prendere decisioni per il bene della Chiesa, e inevitabilmente si manifestano tentazioni e debolezze umane.

Risulta evidente, anche a causa di questa simbolica vicenda, ciò che nell’intervista viene definita la “debolezza materiale e spirituale della Chiesa in Russia”. È questa la questione che riguarda tutti: se la Chiesa debba reggersi su “progetti ambiziosi” o sul “realismo”. Il trentennio post-Urss ha presentato questa alternativa: nella prima fase l’entusiasmo per la rinascita ha spinto ad aprire tante strutture, prima ancora che si radunassero i fedeli; negli ultimi 15 anni è stato però necessario ridurre le iniziative e i programmi pastorali. Un modo per trovare la giusta dimensione della “presenza” dei cattolici nel Paese invece di lanciarsi solo nella “missione”, stando alle parole di mons. Kovalevskij.

La ricostruzione della Chiesa in Russia è ripartita da zero, dopo 70 anni di ateismo forzato. I fedeli erano e sono pochi, anche nella Chiesa ortodossa maggioritaria, e anche dopo 30 anni la formazione e la cultura religiosa dei russi è ancora molto carente. Riaprire le chiese è solo una premessa, e spesso si è affidato alle strutture tutto l’impegno dell’annuncio evangelico, che nasce invece dal cuore delle persone. I cattolici in Russia sono una minoranza e si è sempre avuto timore di analizzare i numeri reali della sua consistenza per non “sminuire l’immagine”, come dice mons. Kovalevskij. Si calcola ci siano circa un milione di fedeli, ma i praticanti non sono più di 100mila; come del resto su 100 milioni di ortodossi, in chiesa ci vanno al massimo tre-quattro milioni.

L’ex segretario della Conferenza episcopale tocca anche un tema molto sensibile, quella che egli chiama la “polonofobia”: l’allergia ai polacchi in Russia. È un problema che ha radici storiche molto antiche, ma che si associa ad altre forme di incomprensione, all’interno stesso della comunità cattolica russa. Esiste una discrepanza tra i missionari stranieri e quelli provenienti dal mondo polacco-ucraino, come lo stesso Kovalevskij. Gli occidentali si sono affrettati ad andare in Russia (io arrivai a metà degli anni ’80) con in mente visioni romantiche e letterarie della “Santa Russia”, partner ideale dell’universalismo cattolico; gli slavi di altre nazioni ben conoscevano invece i limiti non solo della Russia storica, ma soprattutto di quella post-sovietica, in cui i grandi ideali spesso sono offuscati da schemi ideologici e pregiudizi ancestrali.

Un altro evidente fossato da attraversare, e questo non riguarda certo solo la Russia, è quello tra “tradizionalisti” e “innovatori”, che viene acuito dal confronto con la tradizione ortodossa, molto refrattaria a ogni riforma, soprattutto liturgica. Lo stile delle celebrazioni, prima ancora che la variante rituale, assume un’importanza decisiva nell’opera di evangelizzazione. E questa è una questione davvero capitale in tutta la Chiesa.

Esiste poi una reale distanza tra l’ecumenismo “ufficiale” e la pratica sul territorio. L’incontro di papa Francesco con il patriarca Kirill, nel febbraio 2016, è stato un evento “di vertice” che ha influito poco sulla vita dei fedeli cattolici e ortodossi. Mons. Kovalevskij auspica l’elaborazione di un “sano patriottismo” cattolico russo, che tenga conto delle prospettive universali non meno delle espressioni dell’anima del popolo russo, in bilico tra nostalgia della grandezza passata e desiderio di essere protagonista negli equilibri mondiali, culturali, etici e religiosi prima ancora che economici, politici e strategici.

Molte cose si dovrebbero discutere, e speriamo si possa davvero approfittare del “cammino sinodale” proposto a tutta la Chiesa da papa Francesco. Un cammino che possa coinvolgere pastori e pecore, clero e laici, cristiani di tutti gli orientamenti e le tradizioni. E che possa recuperare un fratello scoraggiato come mons. Kovalevskij, per continuare a offrire alla Chiesa il suo prezioso servizio di sacerdote, insegnante, membro della comunità cattolica della Russia e del mondo intero.

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