12/02/2014, 00.00
SIRIA-ONU
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In stallo i dialoghi di pace a Ginevra. Si allunga il cessate-il-fuoco a Homs

di Paul Dakiki
Entrambe le parti minacciano un "fallimento" dei colloqui. Per il regime siriano è importante la lotta la terrorismo; per gli oppositori occorre preparare il governo di transizione senza Bashar Assad. Lakhdar Brahimi ricorda "l'incubo" che vive la popolazione siriana. Liberati dall'assedio di Homs 1132 persone. Alcune centinaia di maschi sono stati fermati per verificare possibili legami col terrorismo. Salvati anche 400 bambini e 20 donne incinte.

Damasco (AsiaNews) - I dialoghi di pace a Ginevra sono in stallo e vi è il rischio di fallimento. Ma intanto ad Homs si cerca di mantenere il cessate-il-fuoco e riprendere l'evacuazione dei civili dalle zone occupate dai ribelli e sotto assedio da un anno e mezzo.

A tre giorni dalla ripresa dei dialoghi, l'inviato Onu Lakhdar Brahimi afferma che gli incontri sono "faticosi" e le discussioni non hanno fatto "molto progresso". Entrambe le parti cominciano a parlare di "fallimento". Il ministro siriano della riconciliazione, Ali Haidar, ha dichiarato a Damasco che "sotto le presenti circostanze, Ginevra [II] si concluderà in un fallimento". Il portavoce dell'opposizione, Louay Safi, dice che la sua parte non lascerà i colloqui, ma che "sarebbe onesto dire che abbiamo fallito".

Le due parti sono bloccate nell'affermare qual è la mossa più importante. Secondo il governo siriano, i dialoghi devono vertere su come fermare il "terrorismo" (in cui rientrano l'opposizione interna, i ribelli del Free Syrian Army, gli islamisti radicali, quelli legati ad Al Qaeda, i combattenti stranieri); per l'opposizione la cosa più urgente è aderire alla carta di Ginevra I (i dialoghi del 2012), in cui si proponeva la costituzione di un governo transitorio e provvisorio, con la presenza di membri del Partito di Bashar Assad, ma escludendo un futuro politico per l'attuale presidente.

Da parte sua Brahimi afferma che la maggiore urgenza per i dialoghi è di "aiutare il popolo siriano a venir fuori dall'incubo in cui sono vissuti" per tre anni.

Dal marzo 2011 la "primavera araba", repressa con violenza dal regime, è divenuta un guerra civile, ma anche una guerra regionale e internazionale, con miliziani di altri Paesi sostenuti da Arabia saudita, Qatar, Turchia e Paesi occidentali; gruppi legati al terrorismo di Al Qaeda che combattono Assad. Dall'altra parte, consiglieri militari iraniani ed Hezbollah, insieme alle armi russe e cinesi, sostengono l'esercito e il governo siriano.

Almeno 130mila persone sono morte nel conflitto e oltre 9,5 milioni di persone sono sfollati all'interno del Paese o all'esterno, nei campi profughi in Libano, Iraq, Giordania, Turchia.

Unico risultato positivo di queste settimane è l'accordo - fra Siria e Onu - su un cessate-il-fuoco ad Homs per permettere a circa 3mila persone sotto assedio nella città vecchia di poter fuggire o essere rifocillati.

L'evacuazione dei profughi è iniziata lo scorso 7 febbraio e ha avuto fasi alterne: il giorno dopo è stata bloccata a causa di bombardamenti e spari - ogni parte accusa l'altra di aver violato il cessate-il-fuoco - ma è ripresa, anche se con difficoltà il giorno seguente. Il governatore di Homs, Talal Barazi, è disponibile a mantenere la tregua fino a che tutti i civili che vogliono possano essere trasportati lontano dall'assedio.

Finora, secondo l'Onu, sono state evacuate 1132 persone. Il governo ha fermato 336 uomini fra i 15 e i 55 anni per interrogarli. Membri della Croce rossa rimangono nelle vicinanze del luogo dell'interrogatorio che mira a verificare loro legami con il terrorismo. Delle centinaia di fermati, 111 sono già stati rilasciati.

Fra i profughi usciti dall'assedio di Homs vi sono 400 bambini e 20 donne incinte. La maggior parte di loro testimonia di aver sofferto "il freddo, la fame, la mancanza di acqua pulita e i bombardamenti incessanti".

Le discussioni a Ginevra dovrebbero continuare fino al 14 febbraio. La settimana seguente Brahimi andrà a New York per dare relazione dei colloqui a Ban Ki-moon, segretario generale dell'Onu e al Consiglio di sicurezza.

 

 

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