24/04/2026, 11.45
LIBANO - ISRAELE - USA
Invia ad un amico

Israele e Libano firmano la ‘pace armata’ di Trump, ma restano nubi sul futuro

di Fady Noun

Per Beirut nessun colloquio diretto con Israele se la distruzione del sud continua. Aoun sarà ricevuto da Trump prima di un possibile faccia a faccia con il premier israeliano Netanyahu. Si muove una rete di sicurezza araba, per ridurre Hezbollah allo stato civile, far fronte alle richieste israeliane e mettere in pratica l’accordo di Taëf. Una folla commossa ai funerali della giornalista Amal Khalil. 

Beirut (AsiaNews) - Il cessate il fuoco tra Israele e il Libano sarà prorogato di tre settimane, a partire da domenica 26 aprile. È questo il principale risultato concreto dell’incontro di ieri alla Casa Bianca tra gli ambasciatori del Paese dei cedri e dello Stato ebraico Nada Hamadé Moawad e Yechiel Leiter, il secondo di questo livello che si è tenuto negli Stati Uniti. Un primo incontro era già stato organizzato al Dipartimento di Stato il 14 aprile scorso. Tuttavia, il luogo dell’incontro e la presenza del presidente americano Donald Trump, che ha assistito alla maggior parte di questa sessione di 75 minuti, fanno nel concreto una grande differenza agli occhi degli osservatori. Per Beirut, ciò fa pensare a un impegno più concreto di Washington sulla questione libanese.

Il presidente Usa ha affermato, al termine della riunione, che gli Stati Uniti avrebbero “lavorato con il Libano per aiutarlo a proteggersi da Hezbollah”. Trump ha anche detto di sperare di accogliere presto alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun. Il Tycoon ha precisato che lavorerà per l’abolizione della legge sul boicottaggio di Israele, recentemente inserita dallo Stato ebraico nell’elenco delle richieste, ma respinta categoricamente in questa fase da tutte le forze politiche a Beirut.

D’altra parte, il Libano ha chiaramente affermato che non scenderà a compromessi né sui propri confini, né sul ritorno della popolazione nei propri villaggi, e che non è assolutamente pensabile accettare la creazione di una qualsiasi “zona cuscinetto” israeliana nel sud. Negli ambienti della capitale si parla tuttavia della possibilità di dispiegare una forza internazionale di pace, alla quale parteciperebbe anche la Francia. Se ne sarebbe discusso tra il presidente transalpino Emmanuel Macron e il primo ministro Nawaf Salam, recentemente ricevuto all’Eliseo.

Trump: accordo nel 2026

All’incontro di Washington erano presenti, tra gli altri, il capo della diplomazia americana Marco Rubio, gli ambasciatori di Israele e del Libano a Washington, nonché l’ambasciatore americano in Libano Michel Issa. Doveva partecipare anche l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee. Secondo quanto affermato dal presidente americano al termine dell’incontro, la risoluzione della controversia tra i due Paesi è in linea di principio “relativamente facile, rispetto ad altre questioni”. “Ci sono buone possibilità che venga concluso un accordo di pace e che il Libano ritrovi la sua forza già quest’anno” ha aggiunto Trump, che ha descritto il Libano come “un bel Paese” e ha affermato che “il popolo libanese è il più intelligente del mondo”.

“L’Iran deve smettere di finanziare Hezbollah” ha precisato l’inquilino della Casa Bianca. Da parte israeliana e americana, si è ritenuto “difficile” impedire le violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele, tanto più che anche Hezbollah lo rifiuta, ma il presidente Trump ha chiesto a Israele di evitare di prendere di mira civili e giornalisti. L’ambasciatrice del Libano Nada Hamadé LMouawad e l’omologo statunitense in Libano, Michel Issa, hanno preso le difese del presidente Aoun, il quale pone come condizione per l’avvio di colloqui diretti “la cessazione delle distruzioni di abitazioni e degli attacchi contro civili, luoghi di culto, giornalisti, nonché i settori sanitario ed educativo”.

La “linea gialla” israeliana

È noto infatti che l’esercito israeliano ha stabilito una “linea gialla” di separazione nel sud, come nella Striscia di Gaza, affermando di voler proteggere la popolazione del nord di Israele. Secondo i termini della tregua in corso, Israele afferma di riservarsi il diritto di agire contro “attacchi pianificati, imminenti o in corso” in Libano.

Tuttavia, lo Stato ebraico si serve di questo “diritto” come pretesto per occupare e cancellare le tracce di oltre cinquanta villaggi in una fascia di confine libanese larga in media fino a dieci chilometri. Molti libanesi ritengono che la richiesta del presidente arrivi troppo tardi e che centinaia di migliaia di libanesi siano impossibilitati a tornare nei loro villaggi situati oltre la “linea gialla” tracciata dall’esercito israeliano.

Tabula rasa nel sud

La giornalista Katia Kahil denuncia così l’esistenza di una vera e propria “tabula rasa fatta di cenere e pietre frantumate”. Cita un abitante di Debbine che afferma: “Ho dovuto chiedere a un vicino dove fosse la mia casa. Tutto sembra uguale. È tutto distrutto”. “Nessuna soglia. Nessun punto di riferimento. La distruzione è totale e rende il paesaggio di macerie uniforme”, commenta la giornalista, “anche se la guerra finisse, tutto è fatto in modo che non si possa tornare”.

Aoun presto a Washington

Il capo dello Stato aveva formulato le sue richieste precisando che “sperava di potersi recare di persona a Washington per incontrare il presidente Trump e informarlo della verità su ciò che sta accadendo in Libano”. Aveva chiaramente respinto ogni idea di un contatto diretto con Netanyahu, in questa fase della guerra che Israele sta conducendo sul suolo libanese.

Infatti, consapevole che il Libano nel suo insieme è “stanco della guerra”, il presidente ritiene che un accordo di non belligeranza, o addirittura di pace, con lo Stato ebraico sia necessario , ma che sarà legittimato solo se inserito nel quadro più ampio del vertice arabo del 2002 tenutosi in Libano sotto la presidenza dell’Arabia Saudita. Nel corso di quel vertice, la “pace” era stata offerta a Israele “in cambio dei territori” conquistati nel 1967. In ogni caso, una fonte autorevole vicina alla presidenza precisa che Beirut “rimane fermamente legata all’iniziativa di pace araba fondata sulla soluzione dei due Stati”.

Attuazione dell’accordo di Taëf

L'Arabia Saudita partecipa attivamente ai preparativi dei colloqui diretti tra Libano e Israele. Uno dei suoi emissari, Yazid Ben Farhan, braccio destro del ministro degli Esteri saudita, ieri si trovava a Beirut. Questa mobilitazione mira in particolare a ottenere dall’Iran il disarmo di Hezbollah, la sua “riduzione allo stato civile”, in cambio della piena attuazione di nuove regole politiche fondate sull’applicazione dell’accordo di Taif e sulla prevenzione di qualsiasi scontro interno.

“Più in generale - scrive l’analista Mounir Rabih su L’Orient-Le Jour (LOJ) - numerosi attori internazionali convergono su un obiettivo di massima: preservare l’entità libanese e impedire qualsiasi modifica geografica o demografica [della nazione]. Si tratta anche di evitare che il Libano rimanga isolato di fronte a Israele o venga trascinato nella sua orbita, il che avrebbe ripercussioni su altri paesi arabi, in particolare la Siria”.

Morte della giornalista Amal Khalil 

La “rete araba” che si sta cercando di creare in Libano di fronte a Israele, e alla quale partecipano oltre all’Arabia Saudita l’Egitto e la Turchia, dovrebbe consentirgli di alzare la voce contro le azioni dell’esercito israeliano. È così che il Libano ufficiale e popolare accusano in questo momento lo Stato ebraico di aver commesso “un crimine di guerra” assassinando il 22 aprile scorso Amal Khalil, una giornalista esperta del quotidiano Al-Akhbar, vicino a Hezbollah, e ferendo la sua collega Zeinab Faraj, nel villaggio di Tiri. Infatti, secondo gli attuali criteri internazionali, Israele ha commesso un “crimine di guerra” colpendo la casa in cui si erano rifugiate le giornaliste e ostacolando l’arrivo dei soccorsi giunti per salvare Amal Khalil dalle macerie dell’edificio. Una vicenda controversa e sulla quale l’esercito israeliano ha dichiarato ieri di voler “esaminare i fatti”.

“Quanti crimini sepolti in queste commissioni!”, afferma un comunicato del sindacato della stampa in Libano, il quale ha ricordato che “la giornalista aveva ricevuto già nel 2024 minacce di morte da un numero israeliano, che la avvertiva di lasciare il sud, di distruggere la sua casa e di decapitarla”. Il messaggio conteneva dettagli sui suoi spostamenti tra i villaggi del sud: “Sappiamo dove ti trovi e ti raggiungeremo quando sarà il momento”. Il testo terminava con: “Ti suggerisco di fuggire in Qatar o altrove se vuoi tenere la testa sulle spalle”.

Ritorno fallito

La giornalista, sepolta ieri nel suo villaggio di Qasmiyé alla presenza di una folla compatta e commossa venuta a esprimere il proprio cordoglio e la propria indignazione, aveva messo in luce la barbarie di un esercito israeliano di cui ormai gli stessi israeliani denunciano il “fallimento morale” e le violenze contro i luoghi di culto e i simboli religiosi che strutturano la memoria collettiva del Libano. Inoltre, circola un video che mostra soldati israeliani che caricano su un furgone una moto, un tappeto e un televisore. Di ritorno, dopo aver tentato invano di tornare a casa, molti sfollati vegetano ormai nei centri di accoglienza. “La leggendaria resilienza degli abitanti del Libano meridionale - scrive l’esperta Suzanne Baaklini - è stata messa a dura prova da questo nuovo esodo, poi da questo ritorno fallito e dalle immagini di devastazione che ora li perseguitano”.

TAGs
Invia ad un amico
Visualizza per la stampa
CLOSE X
Vedi anche
Maroniti: città sul confine martoriato la nuova sede della diocesi di Tiro
18/03/2026 12:20
Le lacrime e la paura tra i cristiani del Sud del Libano
13/03/2026 12:07
Aoun invoca ‘negoziati diretti’ fra Israele e Libano per fermare la guerra
10/03/2026 12:24
Beirut si smarca dalla guerra di Hezbollah e vuole la tregua con Israele
06/03/2026 15:42
Oman pronto a lanciare un dialogo fra Iran e Stati del Golfo
03/12/2019 08:49


Iscriviti alle newsletter

Iscriviti alle newsletter di Asia News o modifica le tue preferenze

ISCRIVITI ORA
“L’Asia: ecco il nostro comune compito per il terzo millennio!” - Giovanni Paolo II, da “Alzatevi, andiamo”