24/06/2026, 13.48
SRI LANKA
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Jaffna: riaffiora la fossa comune più grande delle vittime della guerra

di Melani Manel Perera

Negli scavi a Chemmani rinvenuti oltre 400 resti umani, una quantità superiore anche a quella di Sathosa a Mannar. Una delegazione guidata dal ministro della Giustizia ha visitato l’area e assicurato la verità sui ritrovamenti. Esperti e attivisti sollevano preoccupazioni sulla mancanza di informazioni accessibili al pubblico e in merito alle analisi forensi. 

Colombo (AsiaNews) - La fossa comune di Chemmani a Jaffna, nel nord dell’isola ed emersa di recente, è diventata la più grande mai rinvenuta nel Paese: il numero dei resti scheletrici identificati è infatti salito a quota 405, superando il numero registrato in qualsiasi altra fossa comune scoperta finora. Il sito ha superato la triste soglia nei giorni scorsi, mentre sono almeno 377 quelli finora riesumati nell’ambito della terza fase degli scavi. Un conteggio che ha già superato i 376 resti umani recuperati dalla fossa comune di Sathosa a Mannar, sino ad oggi la più grande mai registrata sull’isola. Intanto nel fine settimana scorso il ministro della Giustizia dello Sri Lanka, Harshana Nanayakkara, ha visitato la zona degli scavi, assicurando che avrebbe messo in campo tutte le misure necessarie perché sia fatta luce sulla vicenda e resa giustizia alle vittime. 

Il confronto con Mannar è significativo. La fossa di Sathosa, scoperta durante lavori di costruzione nel 2018, è stata oggetto di una lunga controversia dopo che sei campioni ossei sono stati inviati a un laboratorio in Florida per la datazione al carbonio. Dai risultati sarebbe emerso che la datazione dei resti risale al periodo intercorso fra il XV e il XVIII secolo.

L’archeologo responsabile, il professor Raj Somadeva, e le famiglie delle persone scomparse negli anni della sanguinosa guerra civile fra esercito e Tigri Tamil hanno respinto i risultati, sottolineando la presenza di manufatti e di legacci metallici utilizzati per bloccare le gambe delle vittime. Si tratta di elementi, osserva l’esperto, i quali suggeriscono che si tratti di omicidi consumati in ambito ben più recente e che sollevano pesanti dubbi sulla catena di custodia. Oltretutto, non è seguita alcuna assunzione di responsabilità.

Secondo fonti provenienti dal sito di Chemmani, risalenti ai giorni scorsi, sarebbero stati riesumati cinque resti scheletrici, tra cui quello di un bambino, mentre altri sette sono stati identificati di recente. Tra gli oggetti recuperati come prove figuravano piccole perline, un braccialetto, chiodi e frammenti di plastica. Il giorno precedente, gli investigatori avevano recuperato un frammento metallico dalla zona pelvica di uno dei resti, insieme a un oggetto simile a un braccialetto di plastica che si ritiene appartenesse a una ragazzina. Da qui la decisione del personale addetto agli scavi di procedere a un accurato lavoro di pulizia prima di proseguire con le operazioni.

Il tribunale ha concesso il permesso a una delegazione guidata dal ministro della Giustizia, insieme ai commissari dell’Ufficio per le persone scomparse, di visitare il sito lo scorso 19 giugno per osservare gli scavi in corso. La fossa comune di Chemmani ha attirato per la prima volta l’attenzione internazionale nel 1998: all’epoca un soldato dell’esercito regolare, Somaratne Rajapakse, testimoniando durante il processo per lo stupro e l’omicidio della studentessa tamil Krishanthi Kumaraswamy, di sua madre, di suo fratello e di un vicino, ha affermato che in quel luogo erano state sepolte centinaia di persone di etnia tamil. Si tratterebbe di individui prelevati a forza, scomparsi o uccisi durante l’occupazione militare di Jaffna, nel nord, a metà degli anni ’90 del secolo scorso in piena guerra civile. 

A dispetto della portata dei rinvenimenti, esperti e attivisti continuano a sollevare preoccupazioni riguardo alla mancanza di informazioni accessibili al pubblico e alle analisi forensi dettagliate, alle attività di identificazione delle vittime o a indagini su quanto accaduto nella zona. Ad oggi, le attività di scavo ed esumazione sono rimaste al centro delle operazioni sul posto, mentre le famiglie delle persone scomparse e gli attivisti per i diritti umani continuano a cercare risposte riguardo all’identità delle vittime e alle circostanze relative alla loro morte.

Dal 1983 al 2009 l’isola è stata teatro di una brutale guerra civile tra governo e Tigri Tamil (Liberation Tigers of Tamil Eelam, Ltte), un’organizzazione in lotta per creare uno Stato indipendente nelle province nord ed est del Paese, a maggioranza tamil. Il conflitto etnico si è risolto con la sconfitta dei ribelli e uno scollamento interno alla popolazione, con la contrapposizione di un nord-est tamil povero e con oltre 200mila profughi, a un sud singalese ricco e prospero. Le violenze subite dalla popolazione e quasi 30 anni di sanguinosa guerra civile tra esercito e ribelli delle Tigri sono un ricordo vivo e una ferita tuttora aperta fra i Tamil.

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