26/01/2015, 00.00
INDONESIA
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Jakarta, la “guerra” fra polizia e anti-corruzione rivela la debolezza del presidente Jokowi

di Mathias Hariyadi
In Indonesia è in atto una guerra di potere che rischia di mandare il Paese nel caos. La Commissione contro le tangenti blocca la nomina di un fedelissimo della ex presidente Megawati a capo della polizia; in risposta, i vertici della Commissione oggetto di arresti e campagne denigratorie. Attivisti e società civile in piazza per la legalità. Il capo di Stato ostaggio degli stessi poteri forti che ne hanno sostenuto l’elezione.

Jakarta (AsiaNews) - A Jakarta si sta consumando una guerra frontale fra i vertici della Commissione indonesiana anticorruzione (Kpk) e le alte sfere della polizia, nel contesto di una  frattura istituzionale che rischia di mandare il Paese nel caos e indebolire il presidente. Attivisti e organizzazioni pro diritti umani sono scese in piazza a fianco della Kpk, lanciando campagne in rete all'insegna dello slogan #SaveKPK e appellandosi al capo dello Stato Joko "Jokowi" Widodo. A scatenare la controversia, che ha portato al fermo del vice-capo della Kpk Bambang Widjojanto, e alla campagna diffamatoria nei confronti del numero uno Abraham Samad, la mancata nomina di Budi Gunawan a capo della polizia. 

Già nelle scorse settimane il gen. Gunawan, stretto collaboratore della ex presidente indonesiana Megawati Sukarnoputri, leader del partito che ha portato l'attuale presidente Jokowi alla vittoria elettorale, era finito nel mirino dell'anticorruzione. Le segnalazioni della Kpk gli erano costate un posto di primo piano all'interno dell'esecutivo. 

Pressioni e giochi di Palazzo avevano favorito di recente la candidatura di Gunawan ai vertici della polizia di Stato, con l'avallo del presidente "riformista" Jokowi, che ha trionfato in campagna elettorale grazie anche alle promesse di lotta alla corruzione. Tuttavia, a frenare la sicura nomina - anche il Parlamento aveva dato il via libera - era stata ancora una volta la Kpk, che ha bollato come inadeguata e inaccettabile la nomina. Da qui la decisione del capo di Stato di congelare l'incarico in attesa di sviluppi. 

E la risposta nei confronti dei vertici della Commissione anti-corruzione, forse troppo zelanti nello svolgimento del proprio compito, non si è fatta attendere. Il capo della Kpk Abraham Samad è finito al centro di una campagna denigratoria per un presunto bacio ad una miss in un concorso di bellezza; in realtà di è trattato di una foto falsa e montata ad arte. Il vice Bambang Widjojanto è stato invece fermato dalla polizia e trattenuto per interrogatori, per un suo coinvolgimento in seno alla Corte costituzionale nella battaglia fra due partiti per il governo di una reggenza. 

I due attacchi personali contro i vertici dell'anti-corruzione hanno avuto una vasta eco nel Paese, con organizzazioni e gruppi pro diritti civili in piazza a difesa dei due funzionari. I cittadini si appellano al capo di Stato Jokowi, il quale però - nonostante la propria integrità morale e politica - sembra sempre più ostaggio dei giochi di potere delle forze che lo hanno portato alla carica di presidente.  

Negli ultimi tre anni in Indonesia, nazione musulmana più popolosa al mondo, la Commissione anti-corruzione ha eseguito una serie di operazioni di successo volte a sradicare bustarelle e malaffare; la Kpk ha mietuto vittime illustri e fatto emergere casi clamorosi in vari settori, dalla giustizia, alla politica fino all'economia. Tra i tanti, ricordiamo l'arresto di un ministro di primo piano del precedente esecutivo e del presidente della Corte costituzionale, lo scandalo che ha investito il mondo del petrolio e gli intrighi che hanno portato alla rielezione dell'ex governatore della Banca centrale.

Del resto il tema della corruzione è stato uno degli argomenti chiave attorno ai quali si sono giocale le elezioni generali ad aprile e quelle presidenziali a luglio dello scorso anno. I processi si sono conclusi con condanne fino a 10 anni di carcere; ancora più dura la sentenza che ha comminato 16 anni di prigione a Lutfi Hasan, ex parlamentare e presidente del partito filo-islamico Justice and Prosperous Party (Pks).

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