Jimmy Lai condannato a 20 anni. P. Mella: ‘Ma la gente di Hong Kong è con lui’
Dopo cinque anni la quantificazione della pena ha chiuso il processo simbolo intentato in base alla Legge sulla sicurezza nazionale. Il fondatore dell’Apple Daily alla sbarra per cospirazione e sedizione. Il governatore Lee plaude per una sentenza “severa” che è di “sollievo per tutti”. In aula, con la moglie, anche il card. Zen. Condanne anche per altri otto imputati. Ora l'attenzione si sposta sul processo a Chow Hang-tung, Lee Cheuk-yan e Albert Ho.
Hong Kong (AsiaNews) - Il magnate dei media Jimmy Lai, fra le voci più critiche verso la Cina a Hong Kong, è stato condannato oggi a 20 anni di carcere, scrivendo la parola fine al processo più significativo - non solo a livello simbolico - intentato in base alla Legge sulla sicurezza nazionale (Nsl) pro-Pechino. Un verdetto per l’attivista cattolico con cittadinanza britannica criticato duramente da ong, movimenti pro-diritti e governi occidentali (fra i quali Londra), mentre è esaltato dalla leadership locale. Il governatore John Lee plaude alla sentenza, che chiude un processo durato quasi cinque anni e promosso in base a due capi di accusa: cospirazione con forze straniere e pubblicazione di materiale sedizioso. “[Jimmy Lai] ha commesso numerosi crimini atroci - ha detto Jonh Lee commentando la scelta dei giudici - e le sue azioni malvagie sono state smisurate”, ecco perché la “severa” sentenza è di “grande sollievo a tutti”.
La sua condanna a 20 anni rientra nella fascia di pena più dura per reati di “grave natura”, hanno spiegato i tre magistrati del collegio giudicante al momento della lettura. Oltre a Lai, sei ex dirigenti dell’Apple Daily, un attivista e un assistente legale sono stati condannati a pene detentive comprese tra i sei e i dieci anni. Il figlio di Lai, Sebastien, ha affermato che la sentenza “è devastante per la nostra famiglia e mette a rischio la vita di mio padre” e segna la “distruzione totale” del sistema giuridico di Hong Kong. Decine di sostenitori di Lai hanno fatto la fila per diversi giorni per assicurarsi un posto in aula, con decine di agenti di polizia, cani antidroga e veicoli della polizia - tra cui un camion blindato e un furgone per lo smaltimento di bombe - dispiegati nella zona. Al momento dell’ingresso in aula per la lettura della Corte ha rivolto un sorriso e un saluto alla moglie Teresa e, accanto a lei, al vescovo emerito di Hong Kong card. Joseph Zen, fra le voci più critiche contro le violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa in Cina.
Interpellato da AsiaNews p. Franco Mella, missionario del Pime noto difensore dei diritti umani che pochi giorni fa aveva rinnovato con un sit-in l'attenzione sul tema dei prigionieri politici, sottolinea come la sentenza colpisca non solo Jimmy Lai ma un blocco consistente dell’Apple Daily con “nove persone in prigione” appartenenti al giornale. La popolazione di Hong Kong, racconta, “ha il morale basso” per la condanna, ma non ha mancato di garantire “sostegno morale nei suoi confronti e degli altri imputati. Durante il processo - prosegue - tanti facevano la fila per poter presenziale al processo e “dargli sostegno in modo visibile” anche “restando fuori dal tribunale per due o tre giorni e tre notti per poter entrare”.
Il verdetto, avverte, non può segnare la parola fine: “abbiamo il dovere di continuare a parlare e testimoniare” anche in previsione dei nuovi processi e a fronte di un silenzio colpevole di alcune istituzioni. Un tema che per p. Mella chiama in causa anche i cristiani di Hong Kong: "Non vi sono state espressioni di sostegno a Jimmy Lai ed è un qualcosa che ci lascia perplessi, ma non per questo dobbiamo fermarci. Al contrario, come base popolare dobbiamo continuare a insistere: io, ad esempio, nelle messe di queste settimane ho spesso parlato di questa situazione”.
Contro il verdetto si sono espressi in queste ore anche gli attivisti del Chrd (China Human Rights Defenders), che invocano il rilascio del 78enne leader cattolico e fondatore dell’Apple Daily, in prigione a causa della famigerata Nsl. “Considerata la sua età - scrivono in una nota - e la durata della sentenza, Lai rischia di morire in prigione”. In realtà, egli “non ha commesso alcun crimine e andrebbe liberato immediatamente” osserva Angeli Datt, ricercatore dell’ong internazionale.
A 78 anni compiuti l’8 dicembre scorso in carcere - dove si trova ininterrottamente dal 18 dicembre 2020 - l’imprenditore cattolico con il suo quotidiano Apple Daily è divenuto il simbolo della battaglia per la democrazia a Hong Kong. La polizia lo ha arrestato la prima volta nel febbraio 2020, per poi rilasciarlo dietro cauzione, revocando infine lo status nel dicembre dello stesso anno e accusandolo in base alla Nsl e altri crimini. Nell’aprile e dicembre 2021 è stato condannato, in violazione dei diritti umani, per diverse accuse derivanti dalla sua partecipazione a proteste pacifiche di critica verso il governo. Per questo è stato condannato a 17 mesi di carcere, cui è seguita nel dicembre 2022 un’altra a 69 mesi per accuse (pretestuose) di frode.
La detenzione ingiusta di Lai, denuncia il Chrd, è “aggravata” da un deterioramento della sua salute e da una prolungata detenzione solitaria. Soffre di diabete, ipertensione, cataratta e problemi cardiaci e ha trascorso più di 1.800 giorni in isolamento. Secondo la figlia, le condizioni sono peggiorate durante gli anni di carcere e la famiglia non è mai stata informata delle cure mediche ricevute. Al riguardo, gli attivisti ricordano la morte in custodia di diversi difensori dei diritti umani in Cina, cui sono state negate cure adeguate. Fra gli altri il Nobel per la pace Liu Xiaobo, il venerato monaco tibetano Tenzin Delek Rinpoche e Cao Shunli e nessuno ha dovuto rispondere alla giustizia fra vertici e responsabili cinesi per queste morti.
Oltre al magnate cattolico e cittadino britannico sono stati condannati altri otto imputati, fra i quali figurano anche sei ex dirigenti dell’Apple Daily, oltre a due attivisti. Il direttore Cheung Kim-hung dovrà scontare sei anni e nove mesi di reclusione, il co-direttore Chan Pui-man sette anni e l’editorialista Yeung Ching-kee sette anni e tre mesi. Al contempo, il caporedattore Ryan Law, il direttore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Fung Wai-kong sono stati tutti condannati a 10 anni di reclusione. In passato Cheung, Chan e Yeung hanno testimoniato contro Lai in cambio di pene più brevi. Anche due ex attivisti legati al gruppo di pressione internazionale Stand with Hong Kong, che avevano testimoniato - (secondo alcune fonti anche sotto tortura) - contro Lai, sono stati incarcerati: Wayland Chan dovrà scontare sei anni e tre mesi di reclusione, mentre Andy Li sette anni e tre mesi. Lai e gli altri coimputati sono apparsi impassibili mentre i giudici pronunciavano le sentenze.
Infine, è attesa per le prossime settimane la sentenza a carico di altri tre attivisti: Chow Hang-tung (40 anni), Lee Cheuk-yan (68) e Albert Ho (74), anch’essi alla sbarra con l’accusa di aver “tramato” per “sovvertire il potere statale” in base alla Nsl. In fase dibattimentale Ho si è dichiarato colpevole, mentre gli altri due si sono detti non colpevoli. Il trio era parte del disciolto movimento pro-democrazia Hong Kong Alliance, che ha cessato nel 2021 l’attività dopo aver organizzato a lungo la veglia annuale per le vittime del massacro di Piazza Tienanmen del 1989 a Pechino. In prigione dal 2021, essi rischiano fino a 10 anni di carcere. “L’importante - riprende p. Mella - è non far calare il silenzio su queste vicende, sui processi”, anche se sul verdetto non vi è grande ottimismo ed è assai probabile una condanna. Continuando ad esercitare pressione e insistendo a parlare della vicenda, sottolinea, si potrebbe giungere a un provvedimento di amnistia o di liberazione per buona condotta. Una “formula accettabile” anche per i vertici di Hong Kong (e Pechino) per mantenere valida la condanna e il quadro normativo della Legge sulla sicurezza nazionale, ma concedendo al tempo stesso la libertà ai carcerati. “Noi insistiamo per questo - conclude - e, a mio avviso, anche la Chiesa dovrebbe far sentire la propria voce. Più persone ne parleranno, maggiore sarà la speranza”.
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