Kashmir, 100 anni della chiesa di San Giuseppe a Baramulla
La missione cattolica ricorda un secolo di presenza pastorale e servizio. Centro di istruzione e assistenza sanitaria aperto a persone di tutte le fedi in una regione segnata dal conflitto. Durante la guerra indo-pakistana del 1947-48 divenne luogo di rifugio per i profughi ma fu oggetto anche di gravi violenze. Ridotta in rovina, fu ricostruita con l’aiuto delle comunità: oggi è simbolo di dialogo, educazione e cura per migliaia di persone.
Baramulla (AsiaNews) - Compie cent’anni la chiesa cattolica di San Giuseppe a Baramulla, territorio di Jammu e Kashmir. Le comunità locali non commemorano solo il tempo trascorso, ma ricordano tante storie di coraggio, sacrificio e fede. Fondata da missionari animati da una visione di servizio instancabile, la chiesa divenne ben presto più di un luogo di culto. Si trasformò in un centro per l’istruzione e l’assistenza sanitaria, con servizi verso tutte le persone provenienti dalle comunità, senza distinzione alcuna.
Proprio oggi, solennità di San Giuseppe, una celebrazione si è svolta presso il Campus di San Giuseppe, alla presenza funzionari pubblici, vertici militari, religiosi e la comunità locale. Tra loro anche il ministro del governo locale Shri Javid Ahmad Dar. Per l’occasione, la Santa Messa è stata presieduta dall’arcivescovo di Delhi Anil Couto. Gli studenti hanno messo in scena uno spettacolo che ha rappresentato il viaggio dei missionari: dagli umili inizi a un secolo di impegno umanitario e fede, al servizio di Dio.
La presenza feconda della chiesa cattolica di San Giuseppe nel Jammu e Kashmir è particolarmente significativa. La valle del Kashmir è abitata da una maggioranza musulmana, di circa il 90%. Segue l’induismo, in minoranza per le tendenze indiane, anche per la fuga causata dalle minacce terroristiche. Sikhismo, buddhismo e cristianesimo costituiscono le presenze più esigue.
Sebbene la missione cattolica a Baramulla risalga alla fine del XIX secolo, si celebrano 100 anni di presenza strutturata e di vita pastorale della parrocchia. Un momento determinante fu durante i tumulti della guerra indo-pakistana del 1947-1948. Quando la violenza raggiunse Baramulla, il complesso della missione divenne un luogo di rifugio e di tragedia. Sacerdoti, suore e fedeli scelsero di rimanere con le persone malate e più vulnerabili, consapevoli dei rischi. Durante l’invasione tribale di Baramulla nell’ottobre 1947, la missione di San Giuseppe fu attaccata, causando diversi morti tra clero e parrocchiani.
I resoconti storici indicano anche che alcune donne, tra cui suore e infermiere, furono vittime di violenze sessuali. Tuttavia, il numero esatto delle vittime di violenza maschile non è noto. Ciò su cui vi è ampio consenso è che l’attacco rappresentò un episodio profondamente traumatico per la comunità di Baramulla e rimane un cupo monito delle vulnerabilità cui sono esposti i civili, in particolare le donne, durante i conflitti armati. Eppure, in mezzo alla violenza, sono emerse storie di residenti di altre fedi che hanno protetto le sopravvissute, offrendo rifugio, assistenza e solidarietà. Questi atti di silenzioso eroismo rimangono impressi nella memoria collettiva, a testimonianza del profondo movimento sotterraneo di umanità condivisa capace di superare le divisioni.
All’indomani della distruzione, il futuro della missione appariva incerto. Gran parte della chiesa e delle istituzioni ad essa associate giacevano in rovina. Ciononostante, seguì una straordinaria storia di ricostruzione della chiesa di San Giuseppe, che non fu solo opera dei missionari; fu sostenuta dalla buona volontà delle comunità locali. Questo sforzo collettivo trasformò il luogo di culto in simbolo condiviso di resilienza: un’istituzione che apparteneva tanto alla popolazione di Baramulla quanto ai fedeli cattolici.
Nel corso dei decenni, l’influenza della chiesa si è estesa ben oltre il suo ruolo religioso. Le sue istituzioni scolastiche sono diventate luoghi in cui bambini e bambine provenienti da contesti religiosi e sociali diversi hanno studiato insieme, stringendo legami destinati a durare tutta la vita. Generazioni di studenti - musulmani, indù, sikh e cristiani - hanno frequentato le sue aule; molti di loro hanno poi contribuito in modo significativo al bene della società. Attualmente, la scuola conta oltre 70 aule e più di 4mila studenti.
Altrettanto significativo è stato il ruolo dell’ospedale missionario, che da tempo rappresenta un faro di assistenza per migliaia di persone. Anche durante i periodi di disordini e incertezza, è rimasto aperto a tutti, offrendo cure senza discriminazioni. Per numerosi residenti, la chiesa è ricordata non solo come luogo di preghiera, ma come un rifugio di guarigione e compassione.
Le celebrazioni del centenario hanno fatto riaffiorare questi ricordi. Persone provenienti da tutte le comunità si sono riunite per celebrare il luogo, non solo come una pietra miliare religiosa, ma come un’eredità culturale e sociale condivisa. Molti partecipanti hanno condiviso storie tramandate di generazione in generazione: di nonni formatisi presso la scuola della missione, di vite salvate all’ospedale, di amicizie nate al di là delle divisioni.
Oggi, la chiesa di San Giuseppe rimane un luogo simbolo, ben lontano dai principali circuiti di pellegrinaggio o dai percorsi turistici. Eppure il suo significato è profondo. Si erge a testimonianza della storia: porta i segni dei conflitti, ma irradia un messaggio di pace e continuità. La sua storia ci ricorda che anche in regioni segnate dalla fragilità, le istituzioni radicate nel servizio e nella compassione possono diventare pilastri duraturi di unità.
23/06/2021 12:12





