28/02/2011, 00.00
INDIA-VATICANO
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L’India, l’utero in affitto e il “turismo medico”. I rischi di un progresso senza etica

Una relazione del dott. Carvalho, esperto indiano, alla recente assemblea generale della Pontificia accademia per la vita sottolinea il pericolo di una tecnologia senza controlli e senza confini etici. Il monito di Benedetto XVI: i medici devono difendere le donne dall’inganno dell’aborto.

Città del Vaticano (AsiaNews) – L'India è il Paese asiatico dove è più in uso il "turismo medico": uteri in affitto, commercio di ovuli e sperma, ecc..  In preparazione vi è addirittura una legge che regolarizza tutte queste pratiche. E' quanto emerge dalla relazione del dott. Pascoal Carvalho, membro indiano della Pontificia accademia per la vita, da lui svolto la settimana scorsa in Vaticano. Il 26 febbraio Benedetto XVI ha ricevuto in udienza  i partecipanti alla XVII Assemblea generale della pontificia Accademia.

Il Papa ha ricordato il dramma dell’aborto: “I medici, in particolare, non possono venire meno al grave compito di difendere dall’inganno la coscienza di molte donne che pensano di trovare nell’aborto la soluzione a difficoltà familiari, economiche, sociali, o a problemi di salute del loro bambino. Specialmente in quest’ultima situazione, la donna viene spesso convinta, a volte dagli stessi medici, che l’aborto rappresenta non solo una scelta moralmente lecita, ma persino un doveroso atto "terapeutico" per evitare sofferenze al bambino e alla sua famiglia, e un "ingiusto" peso alla società”.

Il dott. Pascoal Carvalho, membro indiano della pontificia Accademia, ha svolto una relazione sulla situazione del suo Paese, di cui pubblichiamo alcuni estratti focalizzati sul fenomeno dell’utero in affitto e del turismo medico. “Anche se l’India è entrata di recente nell’area del turismo medico, sta emergendo come una delle maggiori destinazioni di questo fenomeno. Il turismo medico in India è pubblicizzato con la formula del ‘trattamento medico da Primo mondo a costi da Terzo mondo’”.

“Già l’India è definita la culla del turismo medico e dell’utero in affitto. La crescita attuale di questo fenomeno indica una commercializzazione senza limiti delle tecnologie di riproduzione assistita, e della pratica delle madri surrogate. Il fenomeno dell’utero in affitto, anche se bandito in parecchi Paesi sviluppati per ovvie ragioni, può presto diventare una realtà in India grazie agli sforzi congiunti del Governo e di istituzioni mediche private. Una legge che cerca di legalizzare l’utero in affitto è stata preparata dal Consiglio indiano di ricerca medica. E’ interessante osservare che il progetto non ha coinvolto in nessuna fase organizzazioni femminili o attivisti della salute pubblica…La regolarizzazione dell’utero in affitto, molti pensano, legittimerebbe l’attività commerciale che è già in corso”.

“In India, abbiamo un’industria fiorente che in assenza di ogni seria regolazione ha condotto a una quantità di pratiche ambigue, come l’utero in affitto o il commercio clandestino di ovuli e sperma a cliniche della fertilità, ovuli e sperma che vengono fatti passare per quelli del paziente”.

“Uno dei casi che hanno portato il problema dell’utero in affitto in primo piano è quello di Baby Manji, un bambino “surrogato” senza Stato.  La coppia giapponese Ikufumi e Yuki Yamada nel 2007 in India trovarono una ‘madre in affitto’, Pritiben Mehta. Il contratto fu firmato e il dr. Nayna Patel curò la creazione di un embrione con lo sperma di Ikufumi e l’ovulo di una donna indiana anonima. L’embrione fu impiantato nel ventre di Mehta. Nel giugno 2008 gli Yamada divorziarono; un mese più tardi Baby Manji nacque. Ikufumi voleva allevare il bambino, la sua ex moglie no. Baby Manji si trovò ad avere tre madri, e legalmente nessuna. Il contratto di ‘utero in affitto’ non copriva questo genere di situazione; e nessuna legge esistente aiutava a districare il problema: la nazionalità e la parentela di Baby Manji non potevano essere definite né in base alla legge giapponese, né a quella indiana. Dopo 25 giorni di crisi legale e diplomatica, Baby Manji fu affidato in custodia alla nonna di 74 anni. Il caso di Baby Manji illustra la complessità e le sfide da affrontare di fronte alle tecnologie che emergono”.

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